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Letteratura e ciclismo – per approfondire.

Riporto l’articolo di Pierangelo Goffi pubblicato su Cattolicanews per la mostra tenutasi a Brescia dal 20 maggio all’1 giugno sulla letteratura che ha preso linfa dal Giro d’Italia. I nomi sono il meglio della nostra cultura novecentesca e le citazioni di Goffi danno il là per approfondire.

“Quando ero piccolo, gli exploit di Gerbi, di Petit-Breton, di Ganna non mi lasciavano dormire: quegli eroi del ciclismo erano i miei Achille, i miei Ettore, i miei Aiace. La prima epopea della bicicletta fu la mia Iliade».
Così Curzio Malaparte nel suo scritto ‘Coppi e Bartali’ del 1949 ricorda l’entusiasmo col quale da ragazzo seguiva le imprese dei pionieri del ciclismo d’inizio secolo; e quel riferimento agli eroi classici rimane una costante dei racconti delle cronache ciclistiche. Le imprese dei campioni delle due ruote, eroi di una popolarissima mitologia contemporanea, ben si prestavano alla produzione di prose appassionate e di grande potere evocativo da parte dei tanti scrittori che seguirono la corsa rosa fin dalla sua prima edizione nel 1909. Moderni cantori capaci di evocare al meglio i grandi duelli, le audaci imprese, le folgoranti vittorie e le drammatiche sconfitte dei protagonisti del Giro d’Italia in una sorta di popolarissima chanson de gestes novecentesca, alla quale diedero voce le migliori penne della nostra letteratura.
Ricchissima e di alto livello fu la produzione narrativa legata al ciclismo, spesso sospesa tra resoconto sportivo e cronaca di costume. Per analizzare lo stretto e fecondo rapporto tra ciclismo e scrittura la biblioteca Ottorino Marcolini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia organizza un’esposizione bibliografica ed iconografica sul Giro d’Italia, in occasione dell’arrivo della carovana rosa a Brescia il 27 maggio e delle due successive ed importanti tappe che si svolgeranno in terra bresciana (Aprica, 28 maggio e Ponte di Legno il 29).
L’esposizione ripercorre la storia del Giro, affiancando alle celebri copertine della Domenica del Corriere e alle immagini dei grandi protagonisti della corsa a tappe alcuni dei brani più significativi ed evocativi del racconto del Giro. Si parte con brani del primo Novecento dedicati al piacere dell’andare in bicicletta (Alfredo Oriani, Alfredo Panzini, i futuristi) per arrivare al resoconto vero e proprio delle gesta dei pionieri – Ganna, Girardengo, Binda, Guerra – e giungere al fecondissimo periodo del secondo dopoguerra, quando scrittori del calibro di Dino Buzzati, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Marcello Venturi e Anna Maria Ortese, inviati al Giro dalle principali testate giornalistiche nazionali, raccontavano non solo le imprese di Coppi e Bartali, ma soprattutto dal Giro traevano spunto per raccontare l’Italia che si risollevava a fatica dalle tragedie della guerra e ritrovava, nel passaggio della carovana rosa, un’ identità capace di collegare le Dolomiti alla Sicilia in un sentire comune e condiviso.
E’ il periodo d’oro del neorealismo, e così la folla, la massa dei tifosi e degli appassionati, diventa il grande protagonista delle cronache: «L’Italia davanti a noi…e un muro sottile e variamente colorato che saliva come un serpe per quei monti verdi, fino a quel cielo, e si perdeva nei boschi dove i boschi cominciavano, e riappariva lungo il mare dove le spiagge balenavano» scrive Anna Maria Ortese nel 1955, ed è la gente della provincia italiana quella descritta da Alfonso Gatto nel 1947 «con gli operai in maniche di camicia e col berretto di carta in testa appesi alle impalcature, con le scolaresche bianche e celesti allineate davanti alle scuole di campagna, con i preti giovani affacciati ai seminari, con le mamme ridenti alle fontane degli ultimi paesi di montagna». E i ciclisti? Anche per quelli non è tanto l’impresa sportiva che emerge, ma il tratto umano, l’animo, il carattere; e più dei campioni ad essere celebrati sono i gregari, i portatori d’acqua, oppure gli sconfitti perché, come scrive Vasco Pratolini nelle sue cronache al Giro del 1955 «spesso è molto più bello, nello sport come nella vita, non essere amico del vincitore».
Tra una commento di Dino Buzzati ed un articolo di Gianni Brera, tra un racconto di Piero Chiara ed una cronaca di Ennio Cavalli si giunge all’ultimo eroe di un ciclismo antico, Marco Pantani, celebrato da Gianni Mura nella sua solitaria e drammatica grandezza. L’intento dell’esposizione è quello di invitare l’appassionato a lasciarsi trasportare dal fascino del Giro per seguire le tante suggestioni letterarie che il ciclismo ha ispirato. Una ricca esposizione bibliografica e un video con le immagini e i filmati storici della corsa completano la mostra, in programma da giovedì 20 maggio a martedì 1 giugno in biblioteca e presso lo spazio Montini dell’Università

"Ho sempre scritto sapendo più di uomini che di ruote lenticolari". Intervista a Gianni Mura.


Nell’agosto del 2008 la casa editrice Minimum Fax, con un’operazione editoriale oltre che culturale di grande livello, da alle stampe “La Fiamma Rossa”, raccolta dei migliori (accordiamoci su questo punto: Mura scrive tutti articoli “migliori”, vuoi per profondità di vedute, per prospettive nuove, per linguaggio armonico o per conoscenze della materia. Tutti gli articoli sono diversi e “migliori” e come ha spesso detto il curatore dell’opera Simone Barillari, farne una cernita è stata un’operazione molto difficile) articoli che Gianni Mura ha pubblicato come inviato al Tour de France per la Gazzetta dello sport prima e per La Repubblica poi. Come tanti altri, anche al sottoscritto sono bastate due pagine per sprofondare in quelle parole senza più nessuna speranza di distanza critica; quando il piacere ti cattura, addio analisi e piccole misurazioni. Arrivato poi all’ultima pagina, il mio automatico desiderio è stato cercare di parlare con chi quelle parole le aveva scritte e grazie all’addetto stampa della Minimum Fax Alessandro Grazioli e al collega di Mura alla Repubblica Luigi Bolognini sono arrivato a Gianni Mura. Quando dal telefono è uscita la sua voce di nebbia, un groppetto si è annodato in gola e sono andato con l’intervista:

Parliamo del grande amore che lei ha per il ciclismo e dei suoi tanti e diversi protagonisti. In un suo intervento ha precisato: “L’inviato deve trasmettere emozioni e non la rilettura un po’ barocca di un ordine di arrivo”. Ma, soprattutto dopo Pantani, come dare voce appassionata ad uno sport a cui è difficile credere?
Oggi è molto più difficile rendere credibile uno sport che spesso ti spiazza e ti prende in giro. Ogni volta che scrivo un pezzo lo faccio con il freno a mano tirato, soprattutto dopo la vicenda Pantani, però dall’altra parte sono ancora convinto che il ciclismo possa essere uno sport credibile e appassionante anche grazie all’operazione di bonifica che si sta portando avanti da qualche anno e che ha colpito quasi tutti i migliori di questo sport, segnale di serietà e determinazione.

Quindi la passione che la avvicina allo sport più importante della nostra tradizione è ancora viva?

Diciamo che in questo momento ho nei confronti del ciclismo un rapporto di compassionevole vicinanza. Lo sento come un parente che sta molto male e che non riesci, per affetto e ricordi, a lasciare morire senza aver lottato e aver creduto nel suo risanamento.

Lei spesso dichiara: “Ho scritto quello che ho scritto capendo più di uomini che di ruote lenticolari”. Ma nel giornalismo e nella letteratura sportiva contemporanea chi avrà ragione, chi saprà stringere rapporti con gli uomini o chi riconoscerà un rapporto guardando la catena della bicicletta?

Il saper parlare di uomini resta fondamentale. In tutti gli sport la tecnologia ha invaso metodologie di allenamento e attrezzature ma ancora oggi quando scrivo non ci do troppo peso. Preferisco capire cosa stanno vivendo in quei momenti gli uomini, quali emozioni quello sport sta dando a chi lo pratica e chi vi assiste. All’inizio fui preso in Gazzetta perché sapevo scrivere delle storie e ancora adesso va al racconto la mia preferenza assoluta.

Lei infatti fu assunto dalla Gazzetta perché insieme a Gianni Menichelli era il più bravo a scrivere i temi al liceo.

Sì, e questo mi fa riflettere molto riguardo al come era considerato il lavoro in generale e quel lavoro in particolare. Quello che vorrei evidenziare infatti non è il rischio e la stranezza di assumere un ragazzo di 19 anni che sa scrivere bene i temi e fargli fare anche tre articoli al giorno e nemmeno l’investimento folle di inviarlo al Giro d’Italia, ventenne, nel 1965, ma il fatto che oggi una cosa del genere non può assolutamente accadere. Nei giornali vige ormai un conservatorismo condito da una pelosa carità nei confronti dei giovani giornalisti. Un po’ quello che accade anche nelle grandi società di calcio come Inter e Milan: il giovane arriva presto alla prima squadra, ma prima di scalzare il veterano deve farsi un estenuante tour nelle squadre minori senza avere spesso la possibilità di ritornare al mittente e giocare. Come dice Seedorf: “per imparare ad essere da Milan bisogna giocare nel Milan”. Questo è proprio quello che mi è accaduto nei primi due anni di Gazzetta, quando ho imparato tutto quello che dovevo sapere da giornalisti eccezionali. Ma questo è accaduto proprio perché sono stato scaraventato in una redazione appena dopo il liceo. Stare lì e assorbire dai grandi mi ha fatto diventare quello che sono.

I suoi idoli ciclistici sono Ocana, che dipingeva nature morte e si è sparato in bocca, Pantani, che ha vinto 34 corse in tutta la sua carriera, Zilioli, che leggeva Kafka. Perché non Merckx, Hinault, Anquetil e gli altri mostri sacri di questo sport?

A dire la verità sia di Merckx che di Hinault sono molto amico, però è vero che ho sempre avuto una preferenza particolare con chi dimostrava una certa diversità complicata. Zilioli mi piaceva perché era una persona di estrema e dolcissima sensibilità, in mezzo a tanti che parlavano agli uomini come se si rivolgessero a cavalli, Ocana invece per me resta il prototipo dell’uomo coraggioso e dimezzato. Il padre era scappato via dalla Spagna quando lui era piccolo per allontanarsi dal franchismo rifugiandosi in Francia e Luis ha vissuto il resto della sua vita lontano dalla sua terra che lo odiava perché oppositore. Per questo si sentiva un uomo a metà e straniero ovunque, spagnolo in Francia e francese in Spagna. E proprio per sottolineare questa condizione di emarginato, al momento della morte ha lasciato scritto di farsi cremare e far disperdere le ceneri sul confine franco-spagnolo così che sarebbe stato il vento a decidere da che parte farle andare.

E dei corridori di oggi chi l’affascina di più e soprattutto chi potrebbe portare con sé questo mistero di diversità e fragilità?

Con Armstrong ho avuto un colpo di fulmine. Anche ne “La Fiamma Rossa” si nota come nei primi due anni di vittorie dello statunitense ero davvero rapito dalla storia di quest’uomo che è riuscito a sconfiggere il male e la morte e a vincere una delle gare sportive più massacranti. Quello che aveva fatto valeva più di mille discorsi di medici ed esperti e infondeva un coraggio incredibile. Dall’episodio di Simeoni e da quelle sue successive vittorie furenti e con troppe ombre mi sono sentito tradito, perché aveva perso quel senso di umanità che l’aveva contraddistinto.

Leggendo “La Fiamma Rossa” questo cambio di prospettive nei confronti di Armstrong si percepisce. Ma quanto “dolore intellettuale” costa mettere in discussione un atleta osannato per quello che è stato e quello che ha vinto fino all’anno precedente.

Non eccessivamente, perché una cosa che non riesco proprio a fare è scrivere con sentimentalismo, cosa che accade sempre più spesso oggi. Vedi il caso Englaro di questi giorni: tutti dicono la propria con gli occhi velati da un sentimentalismo falso, mentre nessuno riesce a dire parole vere considerando il sentimento degli uomini coinvolti. Io cerco e spero di scrivere ancora con sentimento ed è questo che voglio trasmettere al lettore.

Da questo punto di vista chi abbonda in sentimentalismo ed è povera di sentimento sembra essere la tv?

Infatti la mia crociata non è contro altri giornalisti della carta stampata che cercano di scrivere comunque quello che sentono e vedono, ma contro la tv che ci mostra una tappa dal primo all’ultimo minuto ma spesso non ci lascia un’emozione che ce la faccia ricordare. Inoltre la tv è stata anche la causa dell’allontanamento del giornalista sportivo dal cuore della corsa. Come è evidente anche solo leggendo le pagine della Fiamma Rossa prima il giornalista aveva una funzione fondamentale durante e dopo la corsa, invischiato nelle faccende di sport e di vita dei corridori. Da suiver (coloro che seguono il Tour) oggi siamo diventati dei precedeur, ovvero dei personaggi di semplice contorno, a distanza dalla gara e dai corridori. Oggi se non hai il telefonino del ciclista non lo potrai mai intervistare per farti dire e capire cosa sta vivendo in un determinato momento.

Cosa salverà il ciclismo dalla fine. Forse il raccontarlo ancora credendo nell’avventura che porta con sé?

Il senso di avventura per fortuna è ancora una delle molle principali che spinge la gente a seguire il ciclismo. Il Tour ad esempio resta ancora un grande circo che chiude a sera per riaprire il giorno dopo in un’altra città con il suo carico di nani, ballerine, sogni e mangiatori di fuoco. E poi a far vivere e soprattutto a far raccontare il ciclismo è quel sapore di sfida ad ostacoli, se vogliamo tenerci sul prosaico, o meglio quell’odore di Chansons de geste che colora questi nuovi cavalieri di fantasia e avventura. Chi segue oggi il ciclismo o è completamente amorale e non gli importa nulla se sono tutti drogati che rischiano la pelle, oppure sono persone che credono a quello a cui stanno assistendo pensando in buonafede che a sfidarsi sono semplicemente degli uomini con le loro armi.

Anche perché questo sport è fin troppo cambiato per non avere un pubblico nuovo che lo segue?

Il ciclismo come molti altri sport vive sui ricordi che i grandi uomini del passato hanno stampato nella nostra memoria. Basta pensare alla grazia di Thoeni contro i carrarmati che scendono adesso, oppure alla strategica forza di un pugile degli anni ’50 contro i disperati che si picchiano oggi. L’abbattimento della tecnica e della fantasia è avvenuto nel ciclismo come in tutti gli altri sport, al ciclismo però restano ancora attaccati due elementi che lo rendono più favorevolmente intellegibile dallo spettatore-lettore e lo avvicinano al popolo: la fatica e la sfida non soltanto contro gli avversari ma contro gli imprevisti, le condizioni atmosferiche e tutto quello che la strada ti può mettere davanti.
Se escludiamo il periodo olimpico, il giornalismo sportivo è totalmente calciocentrico. Non crede sia frutto di una limitatezza di vedute che ha danneggiato giornalisti e lettori?

Il ciclismo e la boxe erano gli sport del secondo dopoguerra. Il calcio dopo Superga ebbe un contraccolpo pesantissimo ed era indietro come interesse da parte dei tifosi. Con l’arrivo delle coppe europee e quindi della sfida contro lo straniero il calcio ha ripreso grande valore e ha entusiasmato soprattutto le generazioni giovani di allora. Il ciclismo si è impoverito in personaggi e storie e il calcio ha assunto il ruolo di guida. Tutto questo è avvenuto anche nella considerazione dei lettori, passati dalle gesta di ciclisti e boxeur al racconto del calcio nonché, in anni a noi più vicini, ad interessarsi delle faccende di altri sport come pallavolo e basket. Oggi però a cosa siamo arrivati? Sui giornali sportivi si legge quasi esclusivamente di calcio, senza un briciolo di approfondimento delle notizie e delle situazioni per colpa da un lato di capi servizio che vogliono storie superficiali e notiziole a getto continuo sui tre argomenti che il tifoso vuole conoscere: guadagno, ”femmina” con cui il campione si sta sollazzando e accantonamento in panchina dell’imbolsito giocatore, e dall’altro perché per raggiungere un Beckham qualsiasi si devono chiedere permessi che nemmeno se vai in Corea del Nord. Attraversati decine di addetti stampa e curatori di immagine, tutto quello che un giocatore ci dirà saranno le solite quattro parole ripetute e stanche.

Perché grandi intellettuali come Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Mario Soldati, Anna Maria Ortese, Dino Buzzati nel tempo si sono dedicati anche allo sport, mentre oggi i grandi giornalisti di terza pagina non parlano più delle imprese sportive?

A mancare è proprio la terza pagina e questo è un altro omicidio dei tempi nuovi. Morendo la terza pagina, sono morte anche le penne che nello stile di terza pagina potevano parlare di sport. Se ricordo il Mundial ’82, mi viene in mente Soldati per il Corriere della Sera, Brera per la Repubblica e Arpino per il Giornale, tre scrittori-inviati che hanno scritto in quell’occasione pagine memorabili della nostra letteratura sportiva. Oggi invece allo scrittore gli si chiede di fare il tifoso. Si intervista Veronesi per parlare di Juve o Cucchi per parlare di Inter, ma non si fa nessun accenno ai romanzi o alle poesie di questi intellettuali. L’obiettivo non è far scrivere un pezzo di sport con gli occhi dell’intellettuale, ma un pezzo da tifoso con la firma di un “diversamente noto”.

E questo cosa ha comportato?

Ha comportato che mentre prima chi leggeva le vicende riguardanti il proprio sport preferito emancipava la sua mentalità prettamente tifosa cercando di elevarsi verso concezioni della vita e della socialità più alte, oggi invece di far elevare il lettore verso il livello dello scrittore per capirne il ragionamento di base, deve essere lo scrittore a scendere verso il tifoso peggiorando lo stile e le storie.

Finite le domande, ci salutiamo senza straparlare.