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mica dobbiamo aspettare balotelli?

Alla domanda del titolo ormai non ho più risposte che non si rincorrono, negandosi a vicenda. A me Balotelli ha sempre impressionato, nel bene e nel male. Da ragazzo mi ha eccitato, ci vedevo davvero un campione epocale, anche per il suo essere una nuova idea di italiano. Poi mi ha immalinconito. Non solo ha sprecato delle potenzialità, ma non ha imparato a giocare al calcio, uno sport e non un piccolo show privato per poi passare con il cappello.
Sono combattuto. Balotelli potrebbe essere utile perché non c’è nessuno che mi fa chiudere definitivamente la porta. I centravanti che abbiamo in lizza hanno sempre un “non” che li precede. Belotti non è letale, Immobile non è da grandi appuntamenti, Keane non è pervenuto questa stagione, Pavoletti non è sano, Quagliarella non è giovane, Bernardeschi, nella formazione con il falso nueve, non è un centravanti. Resterebbe lui, ma quanti “non” sono da metterci vicino.
Io dico no. Ok la buona volontà, la classe e tutto il resto. Ma prenderlo adesso e dire salvaci tu sarebbe la cosa peggiore da fare. Soprattutto se viene detto ad un calciatore che non aspetta altro che qualcuno lo metta su un piedistallo. Finirà come sempre per lanciare le molliche di pane a quelli che sono sotto.

LA STORIA DEL CALCIO IN 50 RITRATTI. INTERVISTA A PAOLO CONDÒ

Coloro che raccontano la storia del calcio si dividono fra chi crede che la crescita evolutiva sia dovuta soprattutto alle idee, regolamentari e tattiche in primo luogo e altri invece che ne descrivono i momenti salienti, parlando soprattutto dei calciatori, del loro corpo e del loro talento. Tu da che parte stai?

Non scelgo una strada fra le due, per me entrambe hanno la stessa rilevanza. Quando ad esempio studi il calcio totale, lo consideri un momento di storia e poi lo vedi rispuntare a distanza di 20 anni, prima al Milan e poi al Barcellona, capisci l’importanza delle idee nella storia del calcio. Ma dall’altro punto di vista è indubbio che tipo di acceleratore sono anche le singole personalità. Ti faccio l’esempio della politica: quanto è stato importante per la storia il movimento politico cubano? Ma allo stesso tempo quanto sono state fondamentali per la sua diffusione le sue icone, Fidel Castro e Che Guevara?
Ogni rivoluzione quindi deve avere una faccia e nello sport un corpo, perché è il corpo che innesca e accompagna una rivoluzione. Una volta in Gazzetta cronometrammo quanto tempo aveva il regista offensivo di costruire l’azione nel corso del tempo. Rivera aveva 4 secondi, prima di essere attaccato da un avversario. Maradona ne aveva 1 e già lo attaccavano quasi sempre in due. Oggi Frenkie de Jong ha detto in un’intervista che lui ha già tutto chiaro in testa prima che il pallone gli arrivi, perché sa già che l’intera squadra avversaria si muove in relazione a quello che sta per fare. I corpi devono per forza cambiare insieme alle idee.

I calciatori che hai scelto per il tuo libro sono lì anche perché hanno innescato momenti fondamentali per la storia del calcio. Qual è, fra gli altri, il tuo momento decisivo?

Per me l’Olanda dell’inizio degli anni ’70. Modeo ne ha perfettamente ha raccontato l’albero genealogico nel suo “Il Barca”. È un momento fondamentale perché fa la rivoluzione copernicana del calcio e costringe tutti, italiani compresi, ad evolvere nelle idee e nella preparazione atletica. Poi certo che c’erano i campioni, questo è ovvio. Non ho mai visto una squadra, tranne forse il Leicester di Ranieri, vincere senza campioni. Sono poi loro che mettono in pratica le idee attraverso i loro incredibili corpi.

Guardi un calciatore per la prima volta. Cosa cerchi prima, la straordinarietà fisica o l’eccezionalità cerebrale?

Qualche cosa che lo distingue e che me lo faccia restare in testa. La vita è fatta di 24 ore e sportivamente parlando devo fare delle rinunce. Seguo Serie A, Champions League, gran parte dei campionati esteri, ma per esempio non so nulla della Serie B. Per questo motivo, appena una squadra sale in A ho uno sguardo vergine su quasi tutti i calciatori che ne fanno parte e in quel caso faccio le mie valutazioni. L’ultimo che mi ha detto qualcosa di nuovo e speciale è ad esempio Falco del Lecce, visto alla prima di campionato contro l’Inter. In primo luogo infatti io guardo l’abilità tecnica, che resta sempre il primo motivo per cui il calcio è anche uno spettacolo. Poi approfondisci, per capire se ha anche altro.

Forster Wallace scrive: “Gli atleti sanno fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose.” Chi ti ha fatto sognare più di altri?

Le scoperte, come la prima volta che ho visto Messi ad esempio, momento bellissimo. Era in una partita di Liga, forse contro il Getafe, l’anno che si concluse con la vittoria della Champions League del Barcellona nel 2006. Un altro calciatore visto per 15 minuti e che mi ha fatto subito sognare è stato Iniesta. Non ti nego che ho avuto anche momenti di cecità clamorosi. Mi portarono a vedere Batistuta quando giocava nel Boca e io dissi che onestamente non avevo visto niente di particolare. Bati invece era molto diverso da tutti gli altri. Come tutti i giornalisti mi piace il concetto di esclusività e l’idea di esserci arrivato prima degli altri.

Su quale fra i 50 che hai scelto per il tuo libro scriveresti un saggio? Su chi invece scriveresti un romanzo?

Il romanzo sui tre del Real Madrid, Di Stefano, Puskas e Gento. Nel libro racconto di Di Stefano e Gento il giorno in cui al Bernabeu si ricordava Puskas morto da poco. I due si diedero la mano, anche se l’argentino non poteva alzarsi perché era già malandato. In quel momento ho visto e capito cosa significa la gloria. Quello che resta alla fine di tutto è sempre la gloria e loro ce l’avevano addosso. Un saggio invece lo scriverei su Marco van Basten, una sorta di James Dean del calcio, di cui abbiamo goduto per troppo poco tempo.  

Fra 20 anni fai un altro top 50. Quale calciatore giovane pensi ci finisca dentro?

Oggi ti dico Joao Felix, che fa delle cose diverse dagli altri. Mi piacciono anche Jadon Sancho, Havertz, Sané, che a me piace tantissimo, Donnarumma è un portiere che potrebbe avere una grande carriera. In futuro però credo che non si possano non inserire Jorge Mendes e Raiola, se vuoi considerare davvero tutti gli elementi del calcio contemporaneo. La grande rinuncia che ho fatto per questo libro invece è stata Jurgen Klopp, uno che ha aggiunto qualche cosa di nuovo tatticamente, il gegenpressing in primo luogo, e anche per atteggiamento. Il suo spirito allegro, in mezzo ad allenatori che sembrano tutti intenti a scoprire la fissione nucleare. Sono convinto che questo atteggiamento segnerà il futuro. Perché chi vince viene sempre seguito.

L’ultima domanda è sulla Nazionale e il calcio italiano in generale. La prima cosa che manca sono i soldi, i calciatori o le idee?

Manca il coraggio di far giocare i giovani italiani. Mancini, che è un grande, convoca Zaniolo, che ancora non ha esordito in Serie A. Quello è un urlo, un sorta di SVEGLIAA!  urlato agli allenatori italiani. In Italia i talenti ci sono. Guarda Castrovilli ad esempio. A me l’idea dei numeri fissi per far giocare gli italiani giovani mi è sempre piaciuta. Magari è inattuabile, ma è un regola che non cambierebbe la bellezza dei campionati e servirebbe solo a costruire in tutti i paesi del mondo tanti nuovi giovani campioni.

È finito il nostro Carnevale. intervista a fabio stassi

“È finito il nostro Carnevale” è il racconto di un secolo, variamente definito, e che nel tuo caso potrebbe essere quello della rincorsa delle speranze. Perché hai scelto proprio la Coppa del Mondo per accompagnare il lettore in questo tempo?


La Diosa, la muerzinha alada, mi sembrava il simbolo perfetto di tutte le utopie e le speranze libertarie che abbiamo perduto. Aveva una forza sia nella mia memoria, da bambino ne ero affascinato, sia nella memoria collettiva. E la sua scomparsa, l’innesco romanzesco per un racconto pieno di possibilità. Attraverso il suo inseguimento da parte dell’uomo che la voleva rubare per amore potevo raccontare la parte centrale del Novecento in maniera rocambolesca e avventurosa.


Il titolo sembra essere il limite finale di tante cose. Per te, qual è la fine più malinconica di tutte quelle che il lettore percepisce leggendo le storie e la Storia che ci sono nel libro?


Il titolo è il primo verso di una canzone a cui sono molto legato, la Marcha da quarta feira de cinzas di Vinicius de Moraes. Anche quella è una canzone malinconica, scritta la sera di un mercoledì delle ceneri in cui in Brasile fu instaurata la dittatura. Ci sono molti adeusinhi, come dicono i portoghesi, tanti piccoli addii in questa storia: sono addii privati, ai propri amori, al proprio talento, come per Garrincha, alla giovinezza, ma soprattutto a quella spinta idealista a cambiare il mondo.


Nel tuo ultimo “Con in bocca il sapore del mondo” hai tratteggiato vite e pensieri di poeti. Pensi che alcuni calciatori e atleti potrebbero essere descritti con la stessa profondità, senza scadere nel solito figurinismo?


Sì, credo che la vita di alcuni atleti somigli a quella dei poeti. In fondo, anche loro hanno a che fare con l’effimero, con il talento, con la poesia. Alcuni hanno avuto delle storie indimenticabili, che bisognerebbe trattare con grande pudore e delicatezza, ma che sono racconto, fiato, teatro.


Ti piace leggere opere di letteratura sportiva? Se sì, ci dai qualche titolo che per te deve essere letto?


Ho sempre amato gli scrittori di lingua spagnola e portoghese: Soriano, Galeano, ma anche Javier Marias. Tra i libri sul calcio non “sudamericani” consiglierei sempre “Il maledetto United” di David Peace.


Se volessi tornare a trattare un tema sportivo (tuo anche il bellissimo “La rivincita di Capablanca”), cosa ti piacerebbe raccontare?


Il baseball, ti direi, perché mi piace la sua geometria, e conoscevo una bella storia di Joe Di Maggio e Marilyn che passarono da Nettuno. Ma è troppo lontano da noi. Forse mi piacerebbe raccontare l’atletica, in particolare la disciplina del salto in lungo, che è anche un modo di affrontare la vita.

Come gioca Barella con l’Italia?

Di Alessandro Mastroluca

Da quando si è sposato, ha rivelato, si è scoperto meno incline al disordine. In campo, nella più importante delle cose meno importanti, Nicolò Barella si avvia su un percorso non tanto dissimile. È un istintivo, che a Cagliari gioca da trequartista e il ct Mancini in nazionale vede più come mezzala. In azzurro può assecondare di più quella che sente come sua indole, può interpretare il ruolo che avverte più naturale. “Maran mi dà dei compiti ben precisi. Grazie a lui sto crescendo tantissimo da un punto di vista tattico. Il mio ruolo? Per gli infortuni dei miei compagni ho iniziato a fare il trequartista e sin qui sta andando bene. Credo, tuttavia, di essere una mezzala”, ha detto a marzo alla tv sarda Videolina. “Quando sono arrivato in prima squadra sia Cossu che Conti sono stati decisivi per farmi capire il valore di questa maglia. A me piace studiare i calciatori con cui gioco e Andrea lo studiavo tanto”.

Guarda a Modric come modello, lo inorgoglisce l’accostamento a Nainggolan che vorrebbe giocare con lui. È “determinato, intenso, vivace e intelligente. Sembra una bottiglia di champagne appena stappata” diceva a Mondo Futbol Francesco Rocca, che l’ha allenato nella nazionale Under 18. “In campo mi piace correre, sono uno spirito libero”, racconta in un’intervista esclusiva al canale ufficiale Youtube della Serie A.

Mancini mette il suo spirito libero al servizio di un progetto di calcio fluido. Nell’amichevole contro gli Stati Uniti, nelle partite di Nations League in Polonia o contro il Portogallo, lo schiera come mezzala nel 4-3-3. Nello sviluppo della partita, il ct ricerca una configurazione asimmetrica e meno rigida. Il percorso comincia a diventare chiaro nello 0-0 contro i portoghesi. L’occupazione degli spazi porta Barella ad occupare i corridoi interni, gli half-spaces, sul centro-destra, mentre Insigne si allarga a sinistra. L’Italia, di fatto, imposta a tre dietro con due play, Jorginho e Verratti, più vicini.
Barella, che ha esordito a ottobre contro l’Ucraina, in nazionale si è adattato a uno scenario diverso, ha interpretato un ruolo meno creativo, più essenziale.

Le heatmap che sintetizzano le porzioni di campo che ha occupato contro Polonia e Portogallo in Nations League (dati Opta) raccontano un centrocampista box-to-box molto concentrato a non uscire dalla fascia di competenza. La partita di San Siro contro i portoghesi intensifica l’evidenza di un maggiore inquadramento dell’istinto di Barella. Un effetto collaterale di una struttura tattica che abbina pressing alto e predilezione per il gioco corto, con la presenza di un riferimento offensivo come Immobile. Rispetto al tridente leggero testato in Polonia (Chiesa-Insigne-Bernardeschi), un attaccante come il bomber della Lazio, per quanto non corrisponda al profilo classico del centravanti d’area, ingessa un po’ di più le posizioni dei centrocampisti offensivi.

A Cagliari, dove parte da sinistra, la centralità di Barella si traduce nei 51 passaggi di media a partita rispetto ai 44,6 dell’anno scorso e nell’aumento significativo dei tiri (da 1 a 1,52 ogni 90 minuti). Cerca tanto la conclusione da fuori area: 24 su 33 totali la scorsa stagione, 31 su 45 finora in questo campionato. Anche a costo di affrettare i tempi e di perdere qualcosa in termini di precisione. Non è casuale il passaggio da 0,4 a 0,7 tiri fuori dallo specchio ogni 90 minuti in campionato. A fronte di un leggero aumento nei passaggi chiave, che mandano al tiro un compagno (1,2 in Serie A), quest’anno perde anche 3,3 palloni di media a partita (1,4 più della passata stagione). L’indizio di un’ambizione che lo induce a pensare troppo quando non ha la giocata immediata da completare negli spazi stretti, dubbi che più facilmente vengono a chi ha tante opzioni. Mancini gli ha chiesto qualche gol in più e contro la Finlandia gli ha assegnato una posizione diversa, da trequartista nel 4-2-3-1 atipico, con Kean che parte alto a sinistra. Gli ha consentito così di prendersi più libertà, di svariare su entrambi i fronti dell’attacco. Il movimento prevalente vede Barella cercare spazio lungo il corridoio di destra così da tenere Bernardeschi alle spalle della punta e aggirare la densità difensiva dei finlandesi disposti con un 5-4-1 molto coperto e compatto.

In questa configurazione Barella, che ha vinto uno dei quattro contrasti tentati con la Finlandia, può far valere l’inclinazione che meno appare. “Recuperare il pallone in scivolata è quasi come un gol”, ha detto nell’intervista al canale della Serie A. “Mi piace sentire il boato del pubblico, rialzarmi e avere il pallone tra i piedi. C’è dell’istinto, perché se non ce l’hai non ti viene di inseguire un avversario per cinquanta metri”. Ecco l’istinto, che torna ad alimentare un modo di interpretare il ruolo di mezzala, di per sé plurimo e multiforme, con la calviniana leggerezza della pensosità, con orgoglio e responsabilità, con la generosità che un po’ degenera in una fama non del tutto meritata di cattivo. Qualità che all’Italia di Mancini servono. Serve la scivolata e serve lo champagne della progressione. Serve anche, ed è in questo che si misureranno le possibilità di Barella di diventare davvero un top player in un top club, un rendimento più costante, più efficace quando c’è da pensare e non soltanto da assecondare un’ispirazione irriflessa. C’è da passare dal disordine all’ordine anche in campo, come a casa.