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Quando le rivoluzioni finiscono, torniamo noi

Stamattina riflettevo sul ritorno inaspettato del calcio italiano. Senza soldi, con direttori sportivi che comprano la qualunque all’estero pur di far sognare cinque minuti i tifosi e dare una plusvalenza di 5 centesimi al presidente, settori giovanili che fanno ridere, solo tre anni fa tutti ci davano per moribondi.
Oggi ci ritroviamo con la Juve che fa paura, la Nazionale in prospettiva più interessante almeno in Europa insieme ad una Germania sempre all’altezza, e nazionali giovanili che fanno risultati come forse non si sono mai visti. Che cosa è successo?
Succede che, come andiamo dicendo da un po’, il calcio è davvero tante cose, soprattutto l’espressione di uno spirito del tempo. Questo Zeitgeist con pallone, se lo approfondisci, dice una cosa su cui riflettere: in periodi di rivoluzioni e grandi idee l’Italia va in crisi, risollevandosi e diventando leader del pollaio quando le grandi idee tramontano.
La prima grande idea di calcio in senso globale è quella ungherese degli anni ’50, con la tecnica danubiana al servizio di una fantasia differente, in cui per la prima volta i ruoli diventano flessibili, mai staticamente dati. Movimento di uomini e palla fanno il gioco, non l’accurato svolgimento del proprio compito/ruolo. Negli anni ’50 (ovviamente molto è dovuto anche allo schianto di Superga, ma non solo) l’Italia fa pessime figure ai Mondiali, non qualificandosi nel 1958, mentre i club fanno vani tentativi di grandezza grazie all’innesto di superbi sudamericani respinti con danni al mittente. Quando l’Ungheria/Honved si sfascia piano piano torniamo noi e negli anni ’60 vinciamo Coppe, abbiamo la Grande Inter e il Milan di Rocco, vinciamo un Europeo e siamo secondi al Mondiale del Messico.
Altra rivoluzione, quella olandese di inizio anni ’70. Il calcio si gioca collettivamente, che strano per noi. Per tutti gli anni ’70 non viciamo più una Coppa Campioni, siamo metodicamente superati da belgi, olandesi, inglesi e la Nazionale fa una buona figura solo a fine decennio grazie alla gioventù bearzottiana. Anche in questo caso quando i profeti olandesi si ammosciano riemergiamo noi in tutti gli anni ’80, in cui l’unica cosa che tutti desiderano è il grande nome in cartellone. Noi torniamo alla grande, vincendo tutto con la Juve prima, il Milan poi e con la nostra classe media che domina le coppe europee.
Negli anni ’90 la rivoluzione con Sacchi siamo noi per cui non vale, mentre a metà anni 2000 arriva Guardiola, con il suo pressing selvaggio, l’utopia del gioco in una sola metà campo e una sqaudra che attacca in blocco. Sbandiamo di nuovo, i club fanno pochissimo in Europa e la Nazionale perde credibilità dopo due Mondiali indecenti.
Oggi Guardiola e il guardiolismo è al tramonto e noi che si fa? Noi torniamo, come abbiamo fatto tutte le altre volte. Le rivoluzioni ci confondono, non ruisciamo ad adattarci, forse perché siamo così pieni di noi e del nostro da pensare che niente deve cambiarci. Questo è sicuramente un grande limite, ma è un limite che diventa confortevole (la “comfort zone” che va di moda) quando le rivoluzioni finiscono.
Ci obblighiamo a non seguire lo spirito del tempo, rimanendo indietro.
Riusciamo a resistere allo spirito del tempo, ritrovando noi stessi appena fuori dalla tempesta.
Un nostro grande problema, una nostra grande fortuna.

La crisi e la difesa a tre

Tra il 1997 e il 2002 il calcio italiano è entrato in crisi, d’identità oltre che di risultati. Le squadre italiane hanno pian piano perso posizioni nel ranking UEFA, i trofei continentali non cascavano più come pere mature, la Nazionale è stata brillante solo ad Euro 2000. A livello tattico il sacchismo aveva ormai terminato il suo influsso e i tentativi di innovazione di Zaccheroni non davano riscontri positivi in campo internazionale.

Oggi viviamo una situazione anche peggiore: le squadre di club sono evidentemente inferiori alle altre, anche piccole, tatticamente non tiriamo fuori idee nuove da un po’ e, a differenza di dieci anni fa, i grandi calciatori ci lasciano senza piangere. Il lippismo, fatto di zona spuria e intensità nel raddoppiare le fonti di gioco avversario, è tramontato e lo zemanismo, anche moderato, è un’isola troppo insicura.

Cosa lega le due fasi? La difesa a tre. Caso? No.

La difesa a tre, nata come idea fortemente offensiva con Cruyff nel Barcellona di inizio anni ’90, in Italia è diventata, dopo il Parma di Nevio Scala, una tattica prudente, che permette di ingolfare le zone nevralgiche del campo e allo stesso tempo di tappare le ali con raddoppi continui. Quando si affronta una sqaudra schierata con tre difensori è quasi impossibile trovarsi in sistema puro (ad es. 2 vs 2) in fase di contrattacco ed è molto difficile aggredire dalle fasce per accentrarsi. In questo senso la difesa a tre è perfetta quando si gioca per mantenere posizioni e non per trovare nuove idee, per vincere le partite da vincere e perdere quelle da perdere.

Chi emerge da questo piattume? Sembra strano ma è il Milan con Allegri che cambia spesso idea e gioca un calcio molto più europeo nel concetto di iniziativa e Montella che usa la difesa a tre ma lo fa alla Cruyff, tanto è vero che vince una partita con gol di Pasqual in ripartenza.