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La tecnica persa

allegri-Max-JuveMi ha colpito una frase secca di Allegri dopo il passaggio del turno con il Real Madrid: “Per vincere ho capito che c’era bisogno di migliorare la tecnica”.
Una frase che pochi hanno approfondito ma che è la chiave di volta di tutto. Per anni, con il Barcellona, il Manchester United, il Bayern Monaco, il Chelsea, il Real Madrid, la Spagna e la Germania vincenti abbiamo pensato che tutto dipendeva da una tattica offensivista e libera dai legacci italiani, dovevamo diventare altro per vincere. Dovevamo comprendere e applicare il tiki taka per tornare quelli di una volta.
Ma la frase di Allegri dice una cosa molto diversa. Nella storia noi non siamo mai stati quelli del gioco offensivo o della tattica libera e coraggiosa, però avevamo un elemento che adesso non ritroviamo: la tecnica, appunto.
In ogni generazione, da Meazza in poi, abbiamo sempre avuto almeno quattro-cinque giocatori con una tecnica superiore alla media, intorno ai quali (insieme ad un grande portiere) abbiamo costruito le nostre squadre.
Adesso a mancare non è tanto la voglia di offendere, questo lo abbiamo capito, ma farlo con tecnica, cosa possibile solo se più della metà della squadra ha una tecnica superiore. Allegri in altre interviste ha parlato di lavori particolareggiati sulla tecnica, del tipo prendo Vidal e gli insegno a toccare la palla di sinistro. Questo bisognerebbe fare per tornare noi, oltre che migliori.

Quando prendevi la febbre nella settimana di Coppe

sampdoria_legia_varsaviaNel marzo del 1991 ho preso la febbre.
Anche questa settimana ho avuto la febbre.
Quando l’ho presa nel 1991 non vedevo calcio in televisione, e per calcio intendo una partita intera, da un mese più o meno, quando c’era stata Italia-Belgio di cui ricordo un battagliero Casiraghi (ricordo pure un campo di melma e un Preud’homme bellissimo, lui era di un’armonia che lo avrei fatto parare dei rigori su un palco di teatro).
In questa settimana ho viste mezze partite tutti i giorni, neanche una intera (nemmeno Napoli-Porto, ho smesso dopo il 2-1).
Nel 1991 ero a letto e ricordo mercoledì 6 marzo come uno dei giorni più memorabili della mia adolescenza (eh lo so, ma a quell’età il convento del cuore mi passava solo il pallone). Guardai, non so come in un solo giorno, Bologna-Sporting Lisbona, ancora è limpido il cross di Schenardi per il gol, Roma-Anderlecht, con la vena di Desideri che s’ingrossò allo spasimo, Atalanta-Inter, che ho un po’ perso tra i ricordi, Milan-Olympique Marsiglia, Papin mi stava sul cazzo in una maniera, e Sampdoria-Legia Varsavia, ci rimasi veramente male quando Kowalczyk fece il secondo gol. Un giorno davvero speciale, di cui ricordo i fatti perché legati ad emozioni intense, provate poche volte.
Come scritto, in questi tre giorni ho visto le Coppe in tv, senza provare praticamente nulla. Un po’ per il Napoli, anche se dall’affanno di Behrami al 55′ avevo capito che era finita se Benitez non cambiava subito tre calciatori. Non lo ha fatto, il Napoli ha perso.
Ma la mie due domande a cui vorrei risposte chiarificatrici (mi ci sto scervellando) sono:
1) Perché non provo più le emozioni del 1991?
2) Un undicenne di oggi prova quello che provai io quel 6 marzo vedendo le partite di oggi?

Uccideranno l’eventalità

ac-milan-vs-atletico-madridCosa mi sta succedendo?
Ottavi di finale di Champions League. Sedici partite fra andata e ritorno. Totale minuti visti: una ventina di Atletico-Milan, cinque di Chelsea-Galatasaray, vediamo stasera come si mette per Manchester United-Olympiacos.
Un tempo queste partite erano da strafogare, non assaggiare.
Mi manca una cosa che hanno distrutto: la chiamo eventalità.
Niente più è evento.
Le cause principali ce le diciamo da parecchio: troppe partite per pensare ad una che emerga fra le altre, troppo divario fra i top team (in Europa soprattutto) e gli altri per pensare che la partita abbia un altro finale, il calcio è troppo omologato.
Questo appunto sembra utopistico e d’ancien regime, ma conta. Se le squadre si somigliano troppo, chi guarda non si identifica e perde attaccamento e fedeltà. In sintesi questo effetto annulla la passione.
Non vogliono apportare rimedio, anzi attaccano gli ultimi eventi ancora tali: le manifestazioni per Nazionali. Tra dieci anni avremo interNazionali tenute insieme da interessi economici. Magari in Italia-Romania ci saranno più italiani in giallorosso. Così deve andare, ma qualcuno resterà a consumare lo spettacolo?

Il Barcellona e la fine del tempo lineare

La Spagna ha terminato il suo ciclo, come molti affermano combinando gli insuccessi iberici con il tramonto di Fuentes?
Orribile giornalismo, indegno anche dei tempi melmosi che stiamo vivendo (melmosi per eterodirezione dell’opinione pubblica anche se è semplice colpo di coda, le nuove tecnologie crowdsourcing diffuse stanno creando la società del merito e della trasparenza).
La Spagna e soprattutto il Barcellona hanno mostrato un nuovo modello di gioco, superando la logica di Sacchi, ultima frontiera prima della nuova rivoluzione.
Guardiola ha guardato Sacchi partendo dal concetto base del gioco del Milan: il pressing. Ma lo ha evoluto portandolo da passivo ad attivo. Il Milan di Sacchi pressava per recuperare palla e imbastire manovre d’attacco, per il Barcellona di Guardiola il pressing era la prima fase di attacco alla squadra avversaria, senza un lasso di tempo, anche minimo come per il Milan, tra il recupero palla e l’attacco degli spazi.
Il pressing era già manovra d’attacco e l’intera squadra doveva muoversi come se avesse il controllo del pallone. Un concetto che potrebbe chiamare in causa le dimensioni temporali se solo lo analizzassimo in ottica sci-fi. 
Mentre il Milan tra il presente della fase di pressing e il futuro dell’azione di attacco inseriva un tempo (che nella pratica è occupazione spaziale del campo) di attesa, una sorta di valvola di controllo per realizzare il proprio attacco, il Barcellona ha eliminato questa valvola spazio-temporale e nell’attimo presente del pressing spalancava già le porte al futuro dell’azione di attacco, creando dimensioni temporali differenti in relazione al tipo e alla qualità di recupero della palla.
Il pressing di un Mascherano non aveva solo lo scopo di togliere la palla agli avversari ma di innescare una giocata già presente e non solo futuribile nel momento dell’attacco al pallone.
Le dimensioni temporali di gioco con il Barcellona si sono accavallate, disintegrando il tempo lineare di difesa, pressing e attacco, già accorciato al massimo dal Milan di Sacchi, creando da un atto presente di pressing tanti futuri possibili già in divenire.
E non mi venite a parlare di Fuentes.