Archivi tag: Champions League

De impotentia juventina

Non riuscire nelle cose è una meritata liberazione, il traguardo di quell’autocoscienza dei limiti umani di cui parla Locke nel “Saggio sull’intelletto umano”. Farlo in un settore dove la competizione è il motore come lo sport diventa una scelta ancora più consapevole, integrale, oltretutto di gruppo, restìo per spirito e motivo di esistere nel riconoscersi sconfitto. (A proposito, parliamo di modelli da imitare, ma sono ancora del parere di Marco Aurelio, quando affermava: “Il modo migliore per difendersi da un nemico è non comportarsi come lui”.).

Il Bayern ha dominato per 180 minuti e tutti lo hanno ampiamente attestato. La Juventus, squadra mai stata Sisifo felice nella sua storia, e i tifosi erano al limite della serenità dopo aver perso entrambe le sfide per 2-0.

Tutto dovrebbe essere giusto e bello eppure non mi suona: in Champions League le italiane vanno fuori con la tranquillità del più debole mentre le altre, spagnole e inglesi soprattutto, s’incazzano contro tutto (arbitri, UEFA, campo, condizioni meteorologiche, sfiga). Spesso sembra di assistere ad una normale domenica della nostra serie A dove c’è un atteggiamento di non accettazione della sconfitta ancora più esasperato e ottuso. Perché siamo così diversi nelle due competizioni (il vero limite è stato toccato lo scorso anno dal Milan contro il Barcellona. Arbitro scandaloso ma rossoneri a dir poco atarassici)?

La storia potrebbe spiegare: con i nostri vicini storicamente siamo battaglieri mentre con i lontani da noi armonicamente accondiscendenti. Ma non è solo questo. Nel calcio abbiamo espresso sempre una debolezza di fondo che ci ha dotato di una logica di gioco essenzialmente passiva (Brera ovviamente, mica io). Abbiamo riportato questa deficienza nel rapporto con l’altro calcistico, che non può essere il vicino di casa ma l’avversario più distante da noi, nei confronti del quale siamo sempre partiti da una posizione di evidente inferiorità.

Sacchi lo dice spesso: dovremmo cambiare questo atteggiamento naturale per poter competere. E non lo si fa comprando i giocatori migliori, com’è successo negli anni ’80 e ’90, ma investendo sul coraggio dei giovani. Una scelta che si sta iniziando a fare anche grazie alle commistioni che portano in dono i figli degli immigrati, provenienti da una cultura (tout court e del gioco nello specifico) differente.

Più Balotelli che Messi servono all’Italia.

Il Conclave e la Coppa

Oggi si parla di sociologia. Credo.

Facciamo un salto indietro nel tempo in un affumicato bar degli anni ’60. E mettiamo che proprio quel giorno in cui atterriamo c’è il Conclave per eleggere un nuovo Papa e una partita di Coppa dei Campioni. Analizzando i due eventi, gli astanti hanno un approccio molto differente: del Conclave si hanno poche informazioni e bassa competenza finendo per parlarne per sentito dire, luogo comune o con superba ironia.

Della partita di Coppa dei Campioni invece si conoscono i dettagli per cui se ne parla con serietà e profonda riflessione. Torniamo all’oggi e accendiamo la tv oppure apriamo un giornale: ritroviamo gli stessi approcci metodologici ai due eventi, Conclave e partita di Champions League, di 60 anni fa in quel bar.

Difficile non trovare note di costume, gossip e ironia tra chi parla del Conclave, facile leggere pensieri sulla nostra nazione nei pezzi che riguardano la partita. Il popolare è diventato l’unico metodo analitico accettabile, con pochissime voci che, visitando altri lidi del pensiero, cercano di emancipare tutti noi da una melassa di prospettive unificate. Oggi rideremo dei cardinali e ci preoccuperemo della difesa del Milan.

De Laurentiis genio a metà

De Laurentiis è potenzialmente un genio, uno che può cambiare il calcio, un gigante nel panorama dei presidenti di calcio italiani. Schivi di proprio e schiavi dei tifosi, oppure ribelli con i soldi di papà, tutti bene o male dicono poco o nulla sul marketing e la gestione aziendale della loro “fabbrica”.
L’unico (forse troppo) malato di vision è Aurelio che scende dall’Aurelia tre volte a settimana e spiega come migliorare un prodotto (parlo del calcio) ormai così standardizzato che i rivenditori di bulloni hanno più idee. L’ultima, sentita con queste orecchie che mi ritrovo, è la marchiatura SSC Napoli dei migliori prodotti agro-alimentari campani, progetto per il quale, se solo glielo fanno fare e ha successo, dovrebbe ricevere un’onorificenza dalla Regione grande quanto il cranio di Christian De Sica.
Allora…. Evviva De Lauren…. un attimo solo.
Il DeLa è un Presidente di una squadra di calcio, gioco dove si vince e di perde. E ti giudicano anche per questo. L’anno scorso la squadra di De Laurentiis è finita terza, qualificandosi in Champions League. In estate il settore tecnico, oltre ad Inler, vuole prendere due giocatori per puntare ancora più in alto: Vucinic e Vidal. Si chiude con le due società ma con i calciatori salta tutto perché il Pres. vuole risparmiare davvero pochi milioni di euro all’anno.
Risultato: la Juventus con Vucinic e Vidal dominanti vince il campionato e va in Champions League dove se la giocherà, il Napoli chiude quinto e disputerà un torneo europeo che tutti detestano.
La visione aziendale di una squadra di calcio deve anche comprendere che vincere è il presupposto per incrementare fatturato e visibilità.

Recuperare, recuperare, recuperare

Guardiola non ha più freni. Vilas Boas lo ha stuzzicato con il Porto vincitutto e lui ha deciso di fare una passo, anzi due passi avanti, verso la totale istituzionalizzazione del calcio-football americano. Contro il Milan l’apoteosi è stata toccata e il futuro ha bussato sulla spalla dei nostri giornalisti. Molti si sono guardati bene di accoglierlo, parlare di ingenuità barca. Da quel che ho sentito neanche Allegri se n’è accorto, ma forse era solo un motivo per parlare d’altro.
Il Barcellona contro il Milan ha giocato una partita intera nella metà campo rossonera, estremizzando quello che Vilas Boas ha fatto con il suo Porto lo scorso anno. Guardiola per saltare davvero il fosso ha posizionato come difensori centrali due playmaker, così da eliminare del tutto il difensore di ruolo e dare in mano ad una coppia di mediani metodisti l’avvio del gioco. Una cosa rivoluzionaria che però, ripeto, molti hanno commentato con la mancanza di alternative blaugrana.
Sono molti i meccanismi e i delicati equilibri che un assetto del genere ha come condizioni. La prima, e più importante, è la capacità di recuperare il pallone nella metà campo avversaria. Il motivo vien da sé: il gioco del Barcellona deve avere solo una fase, quella offensiva, e un soprattutto una sola declinazione, quella attiva. Non si può essere passivi e concedere spazi retrocedendo, in quanto l’assetto difensivo è un corollario quasi inutile dell’intero sistema di gioco. La parola d’ordine diventa quindi per tutti i calciatori recuperare, recuperare, recuperare, pressando sul gioco avversario come dei forsennati.