NEGRI. INTERVISTA A FRANCESCO GALLO

I Negri sono ancora fra noi. Questa potrebbe essere una frase che sintetizza il prima e il dopo del “caso Floyd” negli USA. Dopo averne studiato in profondità il percorso storico, come valuti nel suo complesso il problema razzismo in USA?
Il razzismo in America è un virus che uccide più di quanto abbia fatto il Covid-19. È un male davvero difficile da estirpare perché è annidato nelle radici stesse della nazione. Quelle che gli americani nella Dichiarazione d’Indipendenza ritengono “evidenti verità”, ovverosia “che tutti gli uomini sono creati uguali”, in realtà non sono mai state riferite agli afroamericani. Infatti, a differenza di quei milioni di europei che partirono alla volta delle Americhe di propria spontanea volontà, in fuga da fame o persecuzioni politiche e religiose, gli africani che per oltre due secoli sono giunti sulle coste del Nuovo Mondo vi sono stati portati con la forza e in catene per essere sfruttati come schiavi. Il cosiddetto sogno americano dei bianchi, come ha argutamente precisato Malcolm X nel 1964, corrispondeva all’«incubo americano» di moltissimi neri.

I primi esponenti dello sport si sono mossi sui social media in questa fase. Quanto contano per te quelle voci nella società americana?
Muhammad Ali negli anni Sessanta ebbe l’attenzione di stampa e televisione per poter urlare a gran voce che tutti gli uomini, a prescindere dal colore della pelle, sono nati liberi. Oggi molti sportivi, come LeBron James, Colin Kaepernick, o anche il sempre attivissimo Kareem-Abdul Jabbar, grazie all’utilizzo dei social, hanno la possibilità di raggiungere l’attenzione di un numero incalcolabile di persone. Parlano quasi ogni giorno a milioni di seguaci, influenzandone spesso mode, scelte e opinioni personali. Ecco perché ritengo la loro scelta di schierarsi contro violenza, razzismo e altre tematiche simili sia molto coraggiosa, se non addirittura un cosiddetto “atto dovuto”.

Quale può essere almeno nel medio termine la valenza e il ruolo degli atleti in relazione al tema del razzismo nell’America contemporanea?
Ripeto: sono dei campioni, delle icone dello sport che trascendono talvolta la “questione razziale”. Michael Jordan, per esempio, in quanto icona sportiva, è stato il primo atleta afroamericano a sdoganare l’immagine dello sportivo “negro” agli occhi dell’America bianca. Alla fine degli anni Ottanta divenne “normale” che appeso nella cameretta di milioni di adolescenti ci fosse il poster di MJ. Anche se “His Airness” non si è mai schierato pubblicamente e politicamente dalla parte delle minoranze oppresse degli afroamericani, ha indirettamente permesso, ad atleti come Lebron o Serena Williams, di godere dell’onda lunga del suo successo “trans-razziale” (chiedo scusa per la brutta parola) e quindi influenzare, attraverso le loro campagne di sensibilizzazione, soprattutto i più giovani. Dovrebbero essere proprio loro il futuro di un’America e di un’epoca — si spera — postrazziale.


Pensi che gli atleti di oggi che meglio sappiano comprendere e trovare le parole giuste per parlare e proporre soluzioni per queste vicende, possano aspirare ad un ruolo istituzionale molto importante in futuro?
Lo spero. Anche se, ovviamente in forme differenti, siamo tutti in attesa di un nuovo Muhammad Ali che a 60 anni e con il morbo di Parkinson dilagante, nei giorni subito successivi all’attacco delle torri gemelle, inaugurò un tour in alcune città americane per mostrare la faccia “buona” dell’Islam invitando al dialogo con gli arabi-americani. Certo, all’epoca fu Bush che invitò l’ex campione, oggi con Trump (che qualche anno fa ha richiesto l’espulsione di Kaepernick e oggi minaccia l’uso delle armi) la vedo molto più difficile. Vedremo.

Dec 8, 2014; Brooklyn, NY, USA; Cleveland Cavaliers forward LeBron James (23) wears an ” I Can’t Breathe” t-shirt during warm ups prior to the game against the Brooklyn Nets at Barclays Center. Mandatory Credit: Robert Deutsch-USA TODAY Sports

Non c’è il pericolo che negro e atleta negro siano percepite come due entità troppo diverse rispetto al passato?
Bella domanda. Il pericolo c’è e diventa evidente soprattutto se gli atleti afroamericani si limitano soltanto a giocare. Con questo non voglio dire che tutti debbano sentire sulle spalle il peso di questo dovere sociale, ma sicuramente gioverebbe maggiormente alla causa. Non ritengo l’America un grande paese, ma sicuramente è un paese molto grande. Proprio per questo esistono realtà molto differenti e in contrasto tra loro. Oggi, come cent’anni fa, per parte dell’America bianca, soprattutto la peggiore, quella seguace dei suprematisti bianchi (che oggi contano milioni di adepti, spesso reclutati attraverso internet) è del tutto normale esultare per una medaglia d’oro alle Olimpiadi, una schiacciata a canestro o per un fuoricampo eseguito da un atleta afroamericano. Ma, paradossalmente, è altrettanto “normale” esigerne l’espulsione dal paese, anche in maniera violenta e fisicamente definitiva.

Pensi che lo sport possa anche fermarsi di fronte al problema razzismo in USA?
Potrebbe, ma non so fino a che punto servirebbe. Purtroppo non è una questione di educazione, il razzismo in gran parte dell’America fa parte del tessuto connettivo della nazione e della cultura stessa. È molto difficile prevedere ciò che mi chiedi, così provo a risponderti con una domanda: è stato un bene che Jesse Owens abbia infine deciso di partecipare alle Olimpiadi di Berlino ’36, dimostrando a Hitler che non esisteva alcuna superiorità della razza ariana, oppure sarebbe stato meglio che per protesta fosse rimasto a casa boicottando i Giochi? Allo stesso modo: Tommie Smith e John Carlos, sono riusciti a veicolare il messaggio dell’oppressione dei neri salendo col pugno alzato sul podio di Città del Messico, oppure la questione sarebbe emersa con ancor più forza se non si fossero presentati affatto?

Police hold off protesters during a solidarity rally for George Floyd, Sunday, May 31, 2020, in the Brooklyn borough of New York. Protests were held throughout the city over the death of Floyd, a black man in police custody in Minneapolis who died after being restrained by police officers on Memorial Day. (AP Photo/Wong Maye-E)


Cosa differenzia gli atleti negri di oggi rispetto a quelli di ieri?
Quelli di oggi si ritrovano sicuramente la strada spianata da quelli di ieri. Devono tutti ringraziare i loro predecessori, cominciando quantomeno da Jackie Robinson in poi. Oggi, però, anche se hanno avuto più possibilità e meno limiti legati al colore della loro pelle, sono posti di più sotto una lente d’ingrandimento. Per loro vale la lezione di Spiderman: le loro parole, i loro gesti, hanno un peso diverso, forse maggiore, rispetto ai loro padri e ai loro nonni, quindi hanno sicuramente maggiori responsabilità verso chi li osserva e tifa per loro.

Qual è la figura nel tuo documentario che più e meglio dovremmo riscoprire oggi alla luce di quello che sta succedendo?
Forse Jackie Robinson e Althea Gibson. Un uomo e una donna che, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in piena segregazione razziale, sono riusciti con mazza da baseball e racchetta in mano, a dimostrare che sui campi da gioco, così come nella vita di tutti i giorni, non contano né la razza né il colore, contano soltanto il rispetto, la dignità e la capacità di stare al mondo come esseri umani.

Faresti una modifica/aggiunta al tuo doc in relazione alle vicende che stanno accadendo. Se si, quale?
Purtroppo, e sottolineo purtroppo, non credo ce ne sia bisogno. Aggiungere le terribili immagini dell’omicidio di George Floyd, o quelle di risposta violenta che si stanno registrando in questi giorni di fine maggio, andrebbe soltanto ad aggiornare il triste e drammatico “elenco” di episodi simili che di fatto in America si susseguono anno dopo anno. Perché non dobbiamo dimenticare che per ogni caso alla George Floyd, che è diventato immediatamente d’impatto mediatico, ne esistono altri cento o mille che non vengono filmati o denunciati allo stesso modo. L’unica modifica che farei, e che non c’entra nulla con le vicende di questi giorni (e quindi neanche con la domanda che mi hai posto) sarebbe solo per la scomparsa di Kobe Bryant. Il documentario l’ho finito di montare a fine dicembre, quando lui era ancora vivo e quando ancora non c’era questa pandemia. Il mondo di 5 mesi fa, con Bryant presente e il Covid-19 assente, era forse migliore, sicuramente diverso. Solo che non lo sapevamo.

Parole su Zemanlandia. Intervista a Giuseppe Sansonna

Giuseppe Sansonna ha realizzato nel 2009 un documentario che può segnare una traccia importante per quel la cinematografia sportiva. “Zemanlandia” è un frullato di parole, immagini e sensazioni che non si buttano via come le solite dichiarazioni post-partita (anche grazie ai protagonisti, s’intende), ma riescono a creare una storia, cosa molto difficile nel calcio, perché la storia è nelle partite giocate e tutti ne hanno una propria. Come anche la storia che lega Sansonna e il Foggia che “era la meta del mio pellegrinaggio domenicale. Partivo da Bari, la mia città. Ero certo che mi sarei divertito. Il piccolo Zaccheria diventava un catino incandescente. La partita si guardava in piedi, stipati come sardine, immersi in una folla impazzita. Prima della partita, l’epifania. MS accesa e trench chiaro, Zeman sembrava volare leggero, sospeso sulla folla adorante. “Zemàn, Zemàn” gridava lo Zaccheria. Il boemo ritirava ritualmente le caramelle offerte dal solito tifoso e si accomodava in panchina. E lo spettacolo cominciava. I “peones” foggiani, come li chiamava Brera, correvano come pazzi. Il campo era vicinissimo alle tribune. Non c’era nemmeno la pista atletica ad arginare la folla assatanata. Baggio, Vialli, Gullit e gli altri semidei del calcio capivano subito di essere approdati all’inferno. Rimpiangevano il loro Walhalla nordico e la quiete rassicurante degli studi televisivi. C’erano venticinquemila persone, ma sembravano centomila. Rambaudi ricorda che, quando tutti saltavano, il campo tremava. “Quel terremoto ci esaltava: sapevamo che la folla era con noi. Agli avversari, invece, tremavano le gambe”.

La cronaca ancora calda parla di uno Zeman eretico. Dal documentario, questa diversità non è spinta sulla sua dimensione “politica”, ma è focalizzata sul suo lavoro di tecnico. Perché hai deciso di non parlare dello Zeman “terrorista” (cit. Vialli)?

Zeman è una persona essenziale. Non è né Pasolini, né Giordano Bruno. Spesso si esprime per tautologie. È l’ipocrisia e la vacuità del mondo calcistico a rendere spiazzanti le sue parole. A farlo risaltare come una sorta di profeta. Lui ha un’utopia semplice. Il calcio è uno sport come gli altri. Va giocato con lealtà e dando l’anima fino al fischio finale. In realtà, nella prassi consolidata del calcio, la gestione del risultato è fondamentale. Per Zeman è un concetto ripugnante. Per lui è come se uno che sta vincendo i diecimila metri, nell’ultimo chilometro cominciasse a rallentare, per gestirsi. Il calcio è l’unico sport in cui tirare i remi in barca è inevitabile se stai vincendo. Per Zeman lo sport educa e diverte. Tiene lontana la gente da occupazioni più abiette. Questa era l’idea di sport per le masse nei paesi del blocco sovietico durante la guerra fredda.

Zeman e Sud Italia “si sono presi” con grande trasporto. Te lo sei spiegato questo legame speciale?

Il sud esalta Zeman. Credo che il suo carisma silenzioso abbia un segreto. La gente del sud, infuocata e passionale, è sedotta dai suoi silenzi. Dalle sue pause. Che ti lasciano solo con te stesso, a riflettere sulla vanità della domanda che gli hai posto. A riflettere, mi piace estremizzare, sulla labilità della comunicazione stessa. Zeman crea il gelo puro. E sei indotto a pensare che abbia carpito qualcosa di profondo sul senso della vita. Ma che lo tenga per sé. Senza farsene vanto. Magari lasciandolo trapelare di tanto in tanto in uno sguardo beffardo. In un sorriso muto.

Per la prima volta Zeman sembra andare oltre la sua impenetrabilità, risultando addirittura popolare. Come sei riuscito a farlo apparire con un diverso approccio?

Ho ottenuto il privilegio di intervistarlo perché ho conquistato al fiducia di Franco Altamura, uno dei suoi migliori amici. Accompagnatore storico del Foggia calcio, è sempre stato l’ombra protettiva del boemo. Mi ha conosciuto e ha capito che non volevo usare Zeman come spesso fa la stampa italiana, sportiva e non, come una sorta di Savonarola da scagliare contro il doping.
Mi interessava parlare della pars construens di Zeman. Che coincide con gli anni foggiani. L’impresa pionieristica consumata in un sud rovente e marginale. Il gruppo di amici che parte dalla C e porta una squadra a destabilizzare il calcio italiano, a esaltare i maniaci del bel gioco, a immettere in serie a ottimi giocatori scovati nei recessi delle serie minori, a introdurre folgoranti innovazioni tattiche. A sfiorare la zona UEFA, persa all’ultima giornata per un’inguardabile topica del portiere di riserva. Credo che Zeman si sia fidato di me perché ha capito che non volevo sollevare polveroni e creare scoop sul doping. Zeman non è un esperto di doping. Ha solo notato che Vialli e Del Piero hanno subito mutazioni genetiche palesi a tutti.

Una delle trovate migliori del documentario è abbinare quasi sempre nello stesso campo scenico la ieraticità di Zeman e il fuoco di Casillo?

Dal punto di vista registico, per riuscire a fare parlare di sé Zeman, l’idea era proprio metterlo in coppia con il vulcanico Don Pasquale Casillo, presidente della storica Zemanlandia foggiana. Se Zeman ha la fissità gelida degli antieroi di Kaurismaki, Casillo sembra fuggito da un set di Martin Scorsese. I capelli foltissimi, nerolucidi con qualche riflesso grigio. La pelle scura, da vesuviano. Un sorriso largo, che ammalia e atterrisce. Un affabulatore incontenibile, con la voce roca e melodiosa. Ho scelto un salotto che mi ricordava il set dell’ultimo incontro tra Max e Noodles, in “C’era una volta in America”. Li ho fatti accomodare su di un enorme divano. Ho piazzato tre telecamere. Una per il totale, una che cogliesse il primo piano di Zeman, una sul primo piano di Casillo. Gli ho suggerito degli argomenti di cui parlare e li ho pregati di ignorarci. Dopo pochi secondi sembravano una rodata coppia comica. Zeman siede perfettamente composto, come un levriero. Casillo all’opposto, deborda ovunque sul divano, strattonando Zeman. Il boemo lo guarda sardonico, sollevando impercettibilmente il sopracciglio. Congela le emorragie verbali di Casillo con frasi lapidarie. Ripercorrono la storia del proprio turbolento idillio. Le visioni diverse degli stessi eventi lasciano emergere la antitetiche dimensioni esistenziali. Zeman adora osservare Casillo. E adora, con la stessa intensità, essere diverso da lui. Non lasciarsi fagocitare. Casillo è profondamente sedotto da Zeman. Dalla sua impudente onestà.

Il Foggia è una squadra che non è mai più esistita o un momento di passaggio verso un nuovo tipo di calcio?

Credo che non sia mai più esistita quella dimensione umana. Oggi, un ragazzo che ha nei piedi il talento di un Beppe Signori, ha cento volte la sua spocchia. È già ingestibile a vent’anni. Il Milan di sacchi è stato il doppio lussuoso del Foggia zemaniano. La sincronia perfetta di un gruppo di campioni sublimi. Un’alchimia irripetibile. Capello ha virato il Milan verso la gestione, il gioco speculativo. Salvo sporadiche eccezioni, le squadre odierne vincono per i guizzi delle loro individualità. Regalano sprazzi di gioco. Ma nessuna tenta di imporre il gioco dal primo all’ultimo minuto, come facevano il Foggia di Zeman e il Milan di sacchi.

Quanto hanno contato i collaboratori (che giocano a carte con uno Zeman sorridente) nel miracolo Foggia?

Il clima del gruppo era fondamentale. C’era un’aria che rimandava agli anni cinquanta. Sodali e scherzosi, amanti del lavoro. Facevano quadrato attorno al boemo, il pifferaio magico che guidava i cavalieri all’impresa. Le parole di Gigi Di Biagio, una sorta di Ninetto Davoli in scarpe bullonate, rendono bene quell’atmosfera.

Secondo te quali sono i pesi e le misure da tenere in considerazione per fare un film sul calcio? Quanto è cinematografico il calcio giocato e quello parlato?

Il calcio giocato, se è bello, è cinematografico in sé. I film che ripropongono simulazioni di azioni di gioco sono stucchevoli. Il mio è un documentario di parole e di volti. Zeman, Casillo e gli altri hanno volti, voci e tempi da cinema. Si trattava di fare emergere la loro fotogenia, il loro carisma, la loro forza narrativa. Mi sembra di esserci riuscito.

Come ti sei preparato per realizzare il documentario?

A sedici anni, mi inabissavo nel catino incandescente dello Zaccheria. Ho provato a restituire quella emozione che mi scuoteva da adolescente. E che mi porto dentro da allora.

Che tecniche ha usato per la realizzazione del documentario “Zemanlandia”?

Ho voluto raccontare una vicenda umana. Un’impresa che nasce da una forte sintonia. Volevo che queste dinamiche emergessero senza essere spiegate. Ho deciso di rinunciare all’intervista classica, frontale.
Una delle sequenze cardine del documentario vede Zeman e il clan storico del Foggia, immersi nel tressette. Volevo che raccontassero la loro vicenda in maniera fluida. Volevo che si dimenticassero della steadycam che gli girava intorno. Mi hanno preso alla lettera. Dopo mezz’ora erano totalmente immersi nella partita. Nessuno parlava del Foggia, pensavano solo a vincere e a scherzare tra di loro. Io ero preoccupato ed estasiato allo steso tempo. Erano quindici anni che non si ritrovavano a giocare insieme. Sembrava che si fossero lasciati il giorno prima. Poi gli aneddoti, pian piano, sono affiorati da soli. Per la prima volta, ho visto Zeman ridere di cuore, felice.

Chi sono gli altri protagonisti?

I protagonisti della partita di tressette sono Franco Altamura, storico dirigente del Foggia. Fine psicologo dal cuore grande, ha creduto in Zeman da subito. Ha sempre mediato tra la vulcanicità casilliana e la dura freddezza zemaniana, smussando gli spigoli con arguzia. Inoltre, ha creduto in questo documentario dal primo momento, rivelandosi risolutivo in molte occasioni. Una sorta di mister Wolf pugliese, a cui voglio molto bene.
Peppino Pavone, il direttore sportivo, è un autentico genio del calcio. Fondamentale nel fornire a Zeman tasselli preziosi per il suo gioco, scovati con cura certosina nelle serie minori. Irresistibile nel raccontare aneddoti da cui trapela l’atmosfera picaresca della Zemanlandia degli esordi.
Vincenzo Cangelosi, storico viceallenatore zemaniano, ha un viso antico, da scudiero medievale. Silenzioso come il suo Cavaliere. Lino Rabbaglietti e Dario Annecchino, rispettivamente massaggiatore e magazziniere, sono invece due veri goliardi, sempre protagonisti dell’atmosfera giocosa dei ritiri di Zemanlandia. Epoi ci sono i tifosi, su tutti Emilio Cavelli e Leone Rossetti, ovvero il tifo come malattia inguaribile che scolpisce i volti e li trasforma in maschere. Gli occhi di Zeman si illuminano di divertito stupore, quando pensa che, da più di quarant’anni, i due si contendono lo scettro di più grande tifoso della storia del Foggia.

Che ne pensi della letteratura sportiva in Italia oggi?

Mi è piaciuto il libro collettivo “Ogni maledetta domenica” della Minimum fax. Sui quotidiani piacciono Gianni Mura, ed Emanuela Audisio. Mi piacciono alcuni pezzi storici di Giancarlo Dotto e il suo libro sul Milan, la squadra perfetta. Mi piace lo stile di Malcom Pagani, su “Il fatto quotidiano”. Adoravo Luciano Bianciardi, Giancarlo Fusco, il Beppe Viola che intervista Rivera in autobus. Gianni Brera, “il Gadda spiegato al popolo” Gente che ha raccontata frammenti d’Italia attraverso lo sport. Quello che ho provato a fare io, con Zemanlandia.

IL TRAILER: