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La vecchia e piccola ala

Questo mese Quasi rete ci ha chiesto di ricordare le ali. Il mio pezzo nel ricordo del minimo Perani.

Se dici ala pensi in piccolo. Prima era un bene, sgusciare e tenere punte di velocità massima per pochi secondi erano i ferri del mestiere. Oggi invece l’ala piccola è uno strano gusto per il vintage, così demodé da sembrare cafone. Lunedì ho stretto la mano a Nedved e ho preso paura al solo pensiero di corrergli vicino (ed è fuori attività da un po’). Normodotato ma con una membrana di muscoli e nervi che facevano male alla sola visione. Da Nedved in su, ormai le ali sono altro e fanno altro, ma la nostalgia per il gusto del piccolo ogni tanto torna in mente, insieme ad un calciatore che ne era il prototipo: Marino Perani.
Già il solo nome metteva tenerezza, con quel diminutivo così delicato. Visto in volto sulle figurine, la tenerezza si decuplicava: viso ovale e pienotto, da orsacchiotto con cui andare a letto, orecchie appena visibili, occhi tondi e un po’ abbacchiati, capelli neri sulla strada del canuto, boccuccia stretta mai sorridente. Più che un uomo un peluche.
Vederlo poi in spezzoni di gioco è l’apoteosi dell’ala classica: attese, difesa nulla, palla ricevuta da Bulgarelli, scatto da fermo, velocità massima sprigionata nel breve, cross morbido, piedino sofisticato solo quando serviva. La vera ala poi non sapeva fare gol, scagliava palle ignoranti verso la rete, senza la voglia di andare in rete. Rivedere i primi 10 minuti di Italia-Corea del Nord con le 3 vaccate di Perani per capire.

Il sorpasso asiatico

Venti anni fa, appresso a Sacchi che dettava legge, il calcio africano era indiscutibilmente il calcio del futuro, la nuova prospettiva fisica per un gioco in crisi, con la forza tedesca al suo apice e i fuochi maradoniani in decadenza. A venti anni di distanza, l’Africa non è diventato il continente calcistico del futuro, nel senso che non ha definito una nuova idea di calcio. Questo per diversi motivi e la causa prima è la colonizzazione tattica europea. La differenza tra il Camerun di Italia ’90 e quello di Sudafrica 2010 non è nella prestanza fisica o nella velocità delle giocate con la palla, ma nell’accortezza tattica che Schafer, Artur Jorge, Arie Haan e per finire Paul Le Guen hanno impostato, trapiantando un modello di calcio totalmente europeo, fatto per calciatori di impostazione calcistica completamente europea. L’illusione era prendere le fisicità nere e dotarle di saggezza tattica. Per tutti i commentatori, ancora oggi, questo è il punto. Facendo così però, il calcio africano ha perso le sue caratteristiche peculiari, spegnendosi in un gioco bloccato che non potrà mai farli vincere.
A differenza del calcio africano invece, un calcio non pronosticato, ma ormai terza forza del panorama mondiale, dopo Europa e Sud America, è quello asiatico, capace di prendere il meglio dalle filosofie calcistiche del Vecchio continente rimanendo però un calcio assolutamente peculiare. Fin dalla Corea 1966, quello dell’Asia è un calcio di movimento continuo, di fasi intercambiabili, di calciatori capaci di fare più ruoli, resistenti, abili nel gioco senza palla più che nel dribbling. Hiddink in Corea e le altre esperienze di allenatori europei in Giappone e Cina (ma stanno arrivando nazioni come il Vietnam e addirittura Kong Kong) hanno portato quello che mancava: articolati movimenti di difesa, capacità di girare la palla in velocità per non farsi soffocare dal pressing altrui, costruzione di attaccanti abili nel servire i compagni ma anche nell’andare alla conclusione vincente. Nella sfida in Africa tra i modelli di calcio emergenti, per adesso non c’è partita. Mediocre il calcio africano, senza squilli, con la sola giovane incoscienza ghanese sugli altari, ottimo quello asiatico, che sa sfruttare i pochi campioni di valore assoluto, creandogli intorno squadre da tourbillon aggressivo al quale partecipa, senza snobismi, il campione stesso.

Libri e libertà in Corea del Nord. Marco Ansaldo da leggere.

La Corea del Nord sarà l’ultima squadra di calcio ad arrivare ad un Mondiale con quell’ombra di mistero che ricopriva le squadre dell’Est europeo fino a 25 anni fa. La cosa mi affascina e ingoio tutto quello che riguarda quel povero paese. Uno degli articoli migliori scritti negli ultimi tempi sulla Corea del Nord è di Marco Ansaldo di Repubblica che tocca temi cari a chi legge questi post, libertà e libri.

Non dare troppo peso alle mie parole e vai a leggere l’articolo.

Corea Del Nord a Sud Africa 2010: la difesa

Insieme all’Italia, per cui continuo a tifare in un mix di misera appartenenza territoriale che non riesco a lavare via (non ci riesco proprio), in queste qualificazione per Sud Africa 2010 ho seguito con attenzione (impelagandomi in streaming davvero impensabili) la favolosa corsa della Corea del Nord, qualificata ai Mondiali dopo i dentisti-militari del 1966. Con una serie di post presenterò i cavalieri che hanno compiuto questa grande impresa, prima che quotidiani e riviste iniziano a parlare di cortina fumogena, schiavi del calcio, ultimo baluardo del comunismo che lotta contro il capitalismo eccessivo. Per adesso ne parlo in quanto calciatori.

1) RI Myong Guk: portiere dotato di grande elasticità del Pyongyang City (la squadra gioca nello stadio della Nazionale “Kim Il-sung”, originariamente “Kirim Stadium”, vecchio campo da baseball costruito durante l’occupazione giapponese. È il luogo dove Kim Il-Sung ha pronunciato il primo discorso dopo il ritorno dall’esilio nel 1945. Ricostruito nel 1969, divenne “Maranbong”, ma nel 1982 venne rinnovato e fu dedicato al “Grande Leader” Kim Il-Sung), squadra che sta dominando il campionato nordcoreano in questi anni con le vittorie del 2004, 2005 e 2008. Le sue parate contro Iran e Arabia Saudita hanno dato la qualificazione ai Mondiali, ma ricordo in particolare una parata eccezionale contro la Corea del Sud a Shangai nella partita del 10 settembre 2008. Un intervento da gatto su un tiro ravvicinato e potente.

2) Cha Jong Hyok: difensore esterno abile soprattutto a difendere. Fedelissimo dell’allenatore Kim Jong Hun e pilastro dell’Amrokgang Sport Group, squadra del Ministero della Sicurezza pubblica e grande protagonista soprattutto negli anni ’60. Ha vinto il campionato nel 2007.

3) Ri Jun Il: altro pilastro della retroguardia nordcoreana e del Sobaeksu Sports Group, squadra di Kaesong e famosa in patria per il suo fiorente vivaio. Non abbiamo molte informazioni al suo riguardo ma avendolo seguito in tutte le sue partite di qualificazione, possiamo definirlo un terzino dal passo costante e capace di inserimenti pericolosi.

4) Pak Nam-Chol: vero baluardo della difesa, insieme a JI Yun Nam è l’anima della formazione nordcoreana. Si fa trovare spesso pronto sulle palle inattive e in nazionale ha già realizzato 3 goal (il più importante quello del 28 marzo 2009 agli Emirati Arabi Uniti per le qualificazioni mondiali. Bordata di sinistro dalla distanza all’incrocio dei pali difesi da un poco attento Majed Naser. Un goal che stava per far cadere il “Kim Il Sung Stadium”). In patria gioca con il “25 Aprile”, squadra storicamente leader del campionato nordcoreano anche se l’ultimo campionato è stato vinto solo nel 2002. La grande avventura che ha visto protagonista il 25 Aprile fu la Champions League asiatica del 1991. Vinto il girone giocato in Corea del Nord contro i cinesi del Liaoning FC e i giapponesi del Nissan Yokohama, il 25 Aprile riuscì a qualificarsi anche nel secondo girone insieme agli iraniani dell’Esteghlal, superando i campioni del Bangladesh del Mohammedan SC e con una grande vittoria per 4-3 quelli della Thailandia del Bangkok Bank. In semifinale la corsa si è fermata contro i cinesi del Liaoning, questa volta vittoriosi per 3-0 nella partita giocata a Dhaka in Bangladesh. Alla fine campione fu l’Esteghlal e il 25 Aprile perse ai rigori la finale di consolazione contro gli indonesiani del Pelita Jaya Jakarta.

5) Ri Kwang Chon: a fare coppia con Pak Nam-Chol nel 25 Aprile è questo piccolo e rapido difensore che gioca molto bene in coppia con il suo più abile compagno ma sa difendersi anche da solo, spesso spostato a destra.

6) Ji Yun-Nam: sia Pak Nam-Chol che Ri Kwan Chon hanno un grande esempio in questo giocatore anche lui del 25 Aprile, con cui ha giocato 251 partite segnando 66 reti. Capitano della sua squadra di club e in alcuni casi anche della nazionale quando manca Hong Yong Jo. Mediano davanti alla difesa, comanda la retroguardia con i suoi impetuosi richiami e cerca di dare palloni facili alle mezzeali per l’impostazione del gioco. In campo è obbedito e riverito soprattutto dai compagni del 25 Aprile che rispettano senza fiatare ogni suo “consiglio”. In nazionale ad oggi ha giocato 31 partite e segnato 7 goal.

7) Ahn Young-Hak: è uno dei giocatore di maggiore talento della squadra nazionale con il suo incedere elegante simile a quello di Pastore, giovane talento dell’Huracan comprato dal Palermo questa estate. Centrocampista di quantità e qualità è nato in Giappone e ha cominciato la sua carriera con l’Albirex Niigata. Dopo alcuni trasferimenti (tra cui quello alla squadra sud coreana del Busan l’Park), adesso gioca ancora in Corea del Sud nel Suwon Samsung Bluewings, squadra vincitrice della K-League nel 2008, che ha battuto in finale l’FC Seul (1-1 all’andata; 2-1 al ritorno con reti di Edu, ex talento del Santos e buon prospetto nel Bochum, pareggio Jung Jo-Gook, centravanti piccolo ed esplosivo, e goal vittoria di Song Chong-Gug, gran bel centrocampista difensivo dal tiro micidiale).