Ora Cristiano Ronaldo avrà il suo hit-brand vero?

La rovesciata di Cristiano Ronaldo allo Juventus Stadium si è iconizzata in un attimo (non voglio fare per forza il bastian contrario, ma una rovesciata è una rovesciata. Il primo gol invece è davvero fantastico, anche per la capacità di Benzema di bloccare il marcatore e dare quel metro a Ronaldo per tagliare sul primo palo e in un nanosecondo non solo impattare il pallone ma direzionarlo sul secondo palo. Una rovesciata è una rovesciata, il primo gol riescono a farlo in tre).
Al di là di quanto sia giusto esaltarsi per la rovesciata di Ronaldo, il fatto che sia diventata subito un’icona elimina una verità parziale (non arriverei a dire una fake new) di cui è stato da sempre ammantato Ronaldo, ovvero che la sua caratteristica peculiare, quello che chiamo il suo hit-brand, ovvero quel colpo che lo rende riconoscibile e vendibile a partire dai videogiochi è la sua classica punizione con partenza “monumentale”.
Come tanti siti hanno riportato in questi anni la percentuale di tiri di punizione tentati da Ronaldo rispetto ai gol realizzati è molto bassa, ci sono stati lunghi periodi di no-gol e soprattutto con il Portogallo, durante le fasi finali delle competizioni per nazionali dove il peso del gesto è spropositato e quindi molto più facilmente iconizzabile (Maradona con tutto quello che ha fatto è ancora quello della manina all’Inghilterra), Ronaldo ha tirato 36 punizioni senza segnare mai (13 sulla barriera, 12 fuori, 10 parate e un solo palo).
Questi dati possono essere letti, secondo me senza approssimazione, come una verità abbastanza certa, ovvero che Ronaldo su punizione non sia quel cecchino incredibile che la costruzione mediale della sua posa marmorea ci ha raccontato per anni.
Spero che la rovesciata di pura potenza e quel suono del pallone diventino il nuovo hit-brand di Cristiano Ronaldo, da spargere sulle copertine dei videogiochi di mezzo mondo. Anche se è “solo” una rovesciata, almeno tutto acquisisce una dimensione più veritiera.

Come ci fanno gli auguri (analisi post dei primi 5 classificati del Pallone d’oro 2014)

Per un’insana voglia di 2.0, mi sono messo a fare una cosa un po’ nerd, ma che mette insieme le mie diverse cose. Ho preso e analizzato i post di fine anno dei primi 5 (in realtà di Robben non ho trovato nulla e l’ho sostituito con Lahm) classificati del Pallone d’Oro 2014. Ne vorrei velocemente definire gli approcci di marketing per capire (alla buona, ci vorrebbe un’analisi più approfondita e noiosa) come i loro personal brand si differenziano.
Il primo è Cristiano Ronaldo, che si spara un bel vestito della domenica bianco latte con cravata lilla e guarda in camera come se avesse appena ricevuto chissà cosa da una delle tante. Al netto delle battute, il post rispetta pienamenta i brand value del marchio; sogno, desiderio, lusso emergono dall’immagine e leggermente contrastano con un’ambientazione meno glamour del previsto. L’obiettivo raggiunto del lusso quotidiano, che è nato dal basso e adesso si bea del suo stato, si completa poi con un testo assolutamente inspirational, che ha come social objective lo sharing più che i commenti. Cristiano vuole diffondere un messaggio non tanto piacere ad un suo target, mira a crescere in fans e non si espone in maniera diretta, lascia parlare concetti universali e imprescindibilmente positivi.

ronnie

Il post di Messi è ancora più quotidiano e “rubato”, sembra una semplice foto a caso. Anche qui il valore del “talento tranquillo” emerge subito e con forza. Se fossi nei social media manager di Messi io punterei forte sul concept del genio unico, ma in questa fase stanno spingendo molto su quella del ragazzo come te. Testo e immagine sono molto più dirette rispetto a Cristiano, con il testo che fa da headline e non è il massimo dell’engegament. L’obiettivo è creare consenso attraverso like e retweet ed i risultati in termini di interest rispetto a Cristiano sono sicuramente peggiori.

Messi

Neuer, da buon tedesco, si limita a scrivere un breve messaggio di auguri ma aggiunge due elementi molto importanti e decisivi per il brand: fa una domanda agli utenti, attivando chiaramente un processo di comments molto forte, e fa subito passare l’idea dell’efficienza teutonica accennando al fatto che dopo 2 giorni sarebbero ripresi gli allenamenti. Scrive solo in tedesco e si limita quindi ad un’audience che richiede ai propri idoli di restare sempre sul pezzo. Pensate alla faccia di un tifoso Bayern di 50 anni che vede stravaccato Neuer a tavola come Ronaldo? Perfetta gestione del messagio in relazione al target, zero ispirational e 100% focused.

Neuer

Thomas Muller osa e pubblica un video di auguri. Conosco quasi niente di tedesco ma credo parli del 2015 e dei propositi per il 2016. L’idea è sicuramente buona ma il taglio da documentario “History Channel” non è sicuramente il massimo. Restiamo in atmosfera teutonica ma per un video del genere ci voleva dell’altro anche in quel contesto. Nel testo, al di là degli auguri, sottolinea anche lui il concetto di “Motivation” che il target richiede a presciendere come core di qualsiasi personal brand. Engagement ovviamente basso.

Muller
Lahm è il più “aziendalista” di tutti. Posta un’immagine con testo in inglese a cui aggiunge in tedesco una semplice frase di auguri. Anche lui rientra nell’efficienza teutonica e presenta i suoi valori in maniera chiaramente intellegibili: competenza e sicurezza. Faccia soddisfatta e serena, ma mai oltre, verso la contentezza latina. Il tone of voice è istituzionale e vuole rafforzare la consideration di cui gode pienamente il personaggio. L’obiettivo dei like è sicuramente raggiunto.

Lahm

Solo Lahm mostra riferimenti al proprio team. Sembra lui l’unico vero capitano.

Barcellona-Santos. La partita CULT

Al 17° minuto di Barcellona-Santos Alejandra Pizarnik avrebbe esclamato “Morirò di cose come queste”, risposta a tono al 24’ da Josep Carner, che fumando pipa avrebbe sussurrato: “I miei sensi, di incanti tu ricolmi”.
Lionel Messi e Xavi Hernandez hanno preso in mano un Mondiale per Club e rigirato, come si fa con i melograni maturi.
Messi è nato a Rosario, città di Lucio Fontana. Un coincidenza assoluta. Come il Fontana spazialista Messi allarga la percezione della figura bidimensionale del campo (il 3D non c’entra nulla), spalancando prospettive di gioco impensate. La palla nei piedi di Messi aumenta di giri, vibrando, e rende vecchia ogni giocata offensiva dei suoi contemporanei. Prendiamo Cristiano Ronaldo: giocatore di livello eccelso, completo sotto tutti i punti di vista e grande realizzatore. Eppure i suoi movimenti con la palla, rispetto a quelli di Messi, sono standard, come ascoltare un pezzo rock dopo i Led Zeppelin e la batteria in controtempo di John Bonham.
Xavi Hernandez vive invece nell’armonia dolce di una classe senza tempo. Il toque incantato e intelligente come il Mirò ispirato. Del pittore Xavi ha nei piedi linee e forme che suggeriscono schemi per chi il calcio lo legge e storie per chi il calcio lo ascolta. Nel modo di stendere il colore di Mirò vi è un link fortissimo con i passaggi di Xavi: nella semplificazione massima del gesto rivelano una estrema complessità di pensiero.
Dopo il match di domenica, una domanda è ancora più chiara: cos’è il Barcellona? Spiegarselo è troppo difficile, immaginare emuli ancora di più. Soltanto leggendo un poeta qualcosa potrebbe emergere.
E questo poeta non può essere che Roberto Juarroz, argentino, che ha definito la sua intera produzione “Poesia Vertical” (arrivando fino alla “Decimotercera” nel 1994), intendendo con questa idea la “incodificabilità naturale” del nostro vivere che dà alla poesia un compito, “disegnare i pensieri come un ramo che cresce nel cielo”. La verticalità del Barcellona è semplicità nella meraviglia, come “les fleurs qui s’ouvrent la nuit ?”

Il football americano di Vilas Boas

Domani tutti seduti per gustarsi la finale di Europa League che, non so perché, mi da ancora il friccichìo del mercoledì di Coppa, nonostante i padroni vogliano trasformarlo nell’illusione ottica di questa Champions League molto NBA (nel senso che se non iniziano i playoff dei quarti di finale, anche gli ottavi sono down, è inutile seguirla, se non per vedere gli highlights della settimana).
Ci sarà il Braga degli operai specializzati, e questo in Coppa UEFA è successo spesso, e il Porto del santo imminente Vilas Boas (per i prossimi mesi di mercato ancor più ex assistente di Mourinho).
Campionato stracciato vinto a Lisbona con gli idranti che gettavano lacrime d’invidia, i quarti e le semifinali di Coppa UEFA dominate sotto tutti i punti di vista e vinte con punteggi evidenti: 5-1 e 2-5 allo Spartak Mosca, 5-1 e sconfitta col sorriso per 3-2 contro il Villareal.
Ma la cosa che più impressiona del Porto è l’assetto generale della squadra e il movimento collettivo. Se ci si sofferma soprattutto sulle due ultime partite europee casalinghe del Porto, si nota qualcosa di totalmente innovativo: una squadra che nella totalità dei suoi uomini svolge in completa armonia le due fasi di gioco, come se fossero due momenti distinti dello svolgimento di una partita. Per spiegarmi bene, basta pensare al Football americano: in questo sport ci sono due fasi, attacco e difesa, e per ogni fase due squadre diverse con ruoli differenti. Questo nel calcio non è (almeno per il momento) possibile, ma il Porto di Vilas Boas ci va molto vicino. Quando la squadra attacca tutti e dieci i calciatori di movimento varcano la metà campo avversaria per occupare gli spazi di gioco, risultare sempre in superiorità numerica in ogni mismatch e portare all’eccesso l’intensità del possesso palla; quando bisogna difendere, il pressing non inizia prima del cerchio di centrocampo, con l’accorciamento della squadra in 25-30 metri di campo. Questo ovviamente crea intasamento degli spazi e facilità nelle ripartenze. E Vilas Boas è a tutti gli effetti un collaboratore di Mourinho, in quanto il gioco del Mou vuole essere molto simile a questo nelle intenzioni e spesso nella pratica, ma una cosa è far difendere a 30 metri dalla porta Radamel Falcao, un’altra è far sfiancare Ronaldo.
Detto questo, vengo alla solita domanda: ma sarà quello del Porto e di Mourinho il calcio del futuro? Le squadre svolgeranno tutte insieme due fasi distinte quasi senza collegamento tra le due? I calciatori quando non avranno il pallone retrocederanno nei 30 metri consegnati senza sgarrare? Quando la squadra avrà il pallone salirà tutta insieme, occupando con tutti i propri uomini la metà campo avversaria? Avremo un calcio molto simile al Football americano?