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Il nuovo Tiki Taka

Luis EnriqueEntrato a spron battuto nella lingua italiana, dopo che è uscita la notizia che sarà inserito nello Zingarelli 2016, il Tiki Taka, passando da Guardiola a Luis Enrique, è cambiato. Ecco quello che abbiamo visto di nuovo quest’anno durante Real Madrid-Barcellona.

Un tiki taka meno orizzontale, che muove di più la palla in verticale ed è alla ricerca di calciatori che muovendosi nello spazio ricevono palla puntando subito la porta. Con Guardiola si cercava molto più di allargare il gioco a destra e sinistra, ridando poi la palla al centro per entrare negli spazi aperti. Con il Barcellona di Luis Enrique il pallone sembra muoversi più lentamente nella fase di inizio azione, per poi accelerare in maniera “violenta” quando si decide di verticalizzare. Questo nuovo modello è un’evoluzione tattica creata anche insieme alle caratteristiche tecniche e tattiche dei calciatori. Non puoi pensare di far giocare da fermo Neymar e Suarez, facendoli correre troppe volte a vuoto. Luis Enrique ha subito capito che quei nuovi due bisognava farli correre verso la porta, con o senza palla. Anche così è nato il nuovo Tiki Taka.

 

Il Brasile al contrario

Dal 1990 (ed era successo solo nel 1978 e nel 1986) il Brasile non è la squadra favorita del prossimo Mondiale. Ma lo giocherà in casa. Bel dilemma.
Non hanno il super campione che può vincere la partita necessaria da solo e nemmeno il collettivo perfetto, persi come sono tra vari campionati e ruoli periferici.
A stare peggio di tutti è l’attacco. Se, come sembra, giocheranno con il 3-1 i calciatori a disposizione sono tutti enigmi da risolvere. A destra Hulk, forza circense della natura. Vuole giocare senza appoggi, integrarlo in un sistema significa annullarlo, vuole la palla per farle male coi piedi. Vaglielo a spiegare ai russi. Al centro se si gioca domani parte Kakà, per Mourinho un buon ex che serve contro il Racing Santander in casa. Alla fine però giocherà Lucas se fa il campionato sperato il prossimo anno al PSG. A sinistra Neymar, l’uomo che ha sfidato Messi (Intercontinentale) e a fine partita sembrava un bimbo cazziato dal papà. Non ha la tempra per reggere tutto l’ambaradam e farà bene se sarà la spalla. Al centro Leandro Damiao, un centravanti che in Italia farebbe i suoi onesti 13 gol.
Se l’attacco parte coi dubbi, il centrocampo è in attesa. Ci sono un paio di prospetti pronti a esplodere (Paulinho) e un po’ di gente navigata che sai già quello che ti può dare (Ramires, Lucas).
In difesa la notizia: se il Brasile schiera Julio Cesar, Dani Alves, Thiago Silva, Miranda, Marcelo ha la difesa migliore del mondo capace di difendere forte e di essere in molte altre parti del campo.
Scolari ha in mano un Brasile al contrario e non è fesso. Cosa vuol dire? Parlerà forsennatamente di spettacolo e poi eseguirà il primo non prenderle, impostando la squadra sulla solidità difensiva e lasciando gli spazi liberi per Hulk e Neymar. Un Brasile di contropiede che giocherà al risparmio, controllando gli impeti estetici. Questa l’unica soluzione di Scolari che proporrà in Brasile il Brasile meno brasiliano. Sembra uno scioglilingua ma Scolari saprà pronunciarlo.

Serve il 4-3-3 per battere la Spagna

Esperimento obbligatorio riuscito a metà. Prandelli ha il 4-2-3-1 o 4-3-1-2 in testa come un libro stampato. Conosce tutti i tempi di gioco e sa perfettamente, ed è una cosa più che fondamentale, come far muovere la squadra nei primi dieci secondi di possesso palla difensivo altrui. Se riguardate la partita con la Germania degli Europei l’abbiamo vinta in quei dieci interminabili ed essenziali secondi di pressing e recupero spazi e palla. Quei dieci secondi sono importanti soprattutto per far disequilibrare gli avversari e fargli perdere le marcature perché se nel calcio moderno vogliamo aspettare che qualcuno dribbli qualcun altro stiamo freschi.
E allora perché ogni tanto Prandelli parla di e gioca con il 4-3-3? Dice per avere più scelte e perchè con squadre chiuse è meglio saper aggredire con più uomini d’attacco, ma la risposta è un’altra. Per battere la Spagna il modulo prandelliano è come giocare alla guerra con le fionde. Quei 10 secondi di pressing selvaggio grazie al quale dovremmo recuperare la palla e reimpostare la giocata di squadra con gli spagnoli è tempo perso. I centrocampisti spagnoli fanno girare così velocemente la palla in uscita che nessuna squadra riesce ad imbrigliarli in questa fase, con la conseguenza che a disequilibrarsi sono gli avversari che perdono i riferimenti e vanno in bambola.
Per questo motivo serve un modulo basato su due concetti diversi dalla logica del 4-3-2-1: un pressing molto più basso che permette una chiusura degli spazi nella propria metà campo (vedi Inter e Chelsea  contro il Barcellona) e un attacco che apre il campo e mette in uno contro uno le nostre ali contro i loro esterni bassi. Se ci aggiungiamo che Arbeloa è un onesto giocatore, in difficoltà con le ali frizzanti, e Jordi Alves è un Daniel Alves mancino ancora acerbo per gestire la fase difensiva, vie da sé pensare che quella è l’unica possibilità di battere la formidabile Spagna.
Da qui in poi Prandelli penserà sempre di più al 4-3-3 impostando El Shaarawy vero e proprio uomo di fascia e cercando per mare e per terra un’ala destra di ottimo livello. Donadoni dove sei?