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Chi giocava il giorno che sei nato?

Quando sono nato, il giorno esatto, non si giocava una partita che fosse una, nemmeno una cosetta della A-League australiana. Un po’ mi rode, ma devo accettarlo. Il giorno prima però, quando ormai penso già percepissi qualcosa, a Porto Alegre si giocò la partita decisiva per l’ammissione in finale di Copa Libertadores fra Internacional e America de Cali. I roster restano ancora oggi magici. Per i brasiliani al centro di tutto c’era Falcao, ma al suo fianco c’era un altro biondo, Cléo Hickman, che poi andrà al Barcellona e ci starà pochissimo, massacrato dalla saudade. Dietro c’era Mauro Galvao, che ad Italia ’90 diventerà indimenticabile (per me, per i brasiliani meno).
Per i colombiani un solo nome riempie e fa smettere ogni discorso. In porta, a difesa strenua dello 0-0, c’era Ladislao Mazurkiewicz, il gatto nero di Mexico ’70. L’11 luglio 1980, come detto, niente. Il 12 addirittura partita fra Nazionali, un amichevole al Lenin di Mosca fra URSS e Danimarca. I sovietici schieravano quasi tutti calciatori che giocavano nella capitale, guidati da Rinat Dasaev, in quel momento allo Spartak. I danesi avevano Berggreen, che arriverà al Pisa e Jesper Olsen, che doveva essere il nuovo Simonsen ma non arrivò mai fino in cima.
Quando sei nato tu che partita c’era?

Doppio passo di Beppe Di Corrado


Doppio passo di Beppe Di Corrado (Limina edizioni, euro 14, pag. 180) è un libro a due velocità. Come marchia a fuoco molto argutamente nell’introduzione l’autore stesso, il filo rosso del legame tra i protagonisti è un segno di vicinanza, un sintomo di prossimità, una medesima visione della salsa pallonara oppure, e questo diventa il momento-vertice del libro, un momento del tempo che unisce due atleti e due uomini.

La traiettoria cadente che dal collo destro vanbastiano si epifanizzò agli Europei di Germania ’88 è quel tratto di vita in comune che i due protagonisti voluti da Di Corrado devono avere per intraprendere un’esistenza su carta in doppio passo. L’alitare verso l’alto del tiro vanbastiano è l’ascesa di un modo di vedere il gioco-calcio assolutamente nuovo. Quel tiro fa scoppiare la valvola mediale del pallone-cinema e tutti noi tifosi, da allora, stiamo alla finestra alla ricerca del momento da ricordare.

Prima il pallone era un silenzio, era il pallone di Dasaev, era trasumanar ed organizzar, era l’asettica catena di montaggio per un congegno scassato. Il mettere insieme queste due figure è l’attimo più bello e riuscito del libro, che mantiene della coerenza solo nel Domenech-Milutonovic, due strambi attoruncoli che recitano da uomini di panchina, e in parte nel Socrates-Cerezo, con i brasiliani che si vendono madre, padre e figli pur di guadagnarci dalle giornate in spiaggia a prendere a calci una pezza e guardare annoiati l’ennesimo culo in salamoia.

Negli altri accostamenti ci sono slabbrati movimenti di avvicinamento, stanchi paragoni tra personaggi lontani come un Cesare e un Augusto qualsiasi. Stojkovic è l’alternativa per antonomasia, Raul è il marchio leader, Best è il pezzente che sbava da riccastro, Cantona è il miliardario che fa il barbone piacione, Zeman è l’arteriosclerosi, Capello la demenza senile, Bosman è il punto interrogativo, Cassano quello esclamativo.

Forse in questo stanno bene insieme questi quadretti en plein air, nella loro difficoltà di coincidenza, nell’asimmetria dichiarata, nella inincastrabilità forzata. Il libro in tutto resta godibile, con tratteggi di gusto e spuntini di accomodante didascalia.