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Manchester City-Liverpool: cosa leggere, ascoltare, vedere

Manchester City-Liverpool è già la sfida dell’anno, solo un Brasile-Argentina in finale di Copa America potrebbe eguagliare quello che ci stanno dando le due sfidanti per la Premier League 2018-2019.
Per onorarle, in questa stagione tutto sommato abbastanza moscia, al netto dell’Ajax in Champions League, ecco un po’ di cose da leggere-vedere-ascoltare per approfondire.


Sul Liverpool FC c’è fin troppo. In italiano è imperdibile “Red or Dead”, in cui lo scrittore David Peace entra nella testa dell’uomo che ha creato un altro Liverpool (anche questo Liverpool in un certo senso), Bill Shankly.
Sempre da leggere, da consigliare anche “Men in White Suits” di Simon Hughes, che parla del Liverpool degli anni ’90, una squadra folle in campo, ma anche fuori. Il Daily Mail per loro usò per la prima volta il termine Spice Boys. Il titolo e la foto della copertina li descrivono benissimo.

Abiti bianchi di Armani, passeggiata sul prato di Wembley prima di della finale di FA Cup 1996 persa contro il Manchester United. Sembrava più un cocktail party.
Sulla città invece io vedrei “Lettera a Breznev”, oltre che per la storia, soprattutto per lo stile, pensando anche al fatto che il regista Chris Barnard, al debutto, lo ha girato con del materiale prestato. La città del 1984 doveva essere una città fuori di testa, ma con un’anima.


Sul Manchester City, imperdibile un dvd sulle partite degli anni ’70, quando il City era la squadra di Francis Lee e Mike Summerbee. Quella grande squadra era stata creata da Joe Mercer e Malcolm Allison, maverick di quei tempi, che andava in panchina così.


E poi come fai a non vedere Jimmy Grimble.
L’ultima cosa. Ascoltare un po’ di queste: https://www.fanchants.com/football-team/liverpool/

Red or Dead di David Peace – Recensione

Red or Dead David PeaceEh… e adesso che scriviamo della vecchia volpe David Peace, che ci ha aperto un nuovo piccolo mondo con “Red or Dead“, dopo “Il maledetto United“?
Prima di scrivere una mia opinione sul libro ho cercato anche quella di altri, non era mai successo. Perché?, mi sono chiesto poi.
Perché è un libro che ti scappa di mano, senza una dimensione unica, senza un ritmo unico, senza un vocabolario unico. Cambia in continuazione, scena per scena, Peace le divide con un tratteggio che è una sorta di sipario, c’è qualcosa di molto diverso rispetto alla precedente. Attenzione, di diverso rispetto alla precedente, ma di follemente uguale a tante altre disseminate nel volume fin troppo ponderoso.
Le scene di casa, ripetute ossessivamente con le stesse identiche parole vogliono creare quella necessaria abitudinarietà ricercata dai grandi, ma alla fine ammorbano il lettore che le salta, non può fare altro se non vuole impallarsi, tanto le ha già lette. Le scene di campionato, quando vengono snocciolate in sequenza partita dopo partita, danno l’idea dello straordinario impegno e dello scorrere del tempo verso il traguardo agognato, ma sembrano anche una necessaria e angosciante lista della spesa, da poter eliminare senza grandi problemi.
Sono invece fantastiche le scene di passaggio da una fase all’altra della vita di Bill Shankly e del Liverpool (che poi per Shankly erano la stessa cosa e questo elemento passa perfettamente), come sono anche emozionanti le scene dello Shankly post-Liverpool che diventa pian piano monumento per una squadra che dopo di lui ha dominato il mondo. Ma se adesso si vince, fa dire a tutti i tifosi del Liverpool Peace, il merito è in buona parte di chi ha posto le basi e ha portato, con la fatica del quotidiano eternamente ripetuto (ecco spiegate le scene sempre uguali), un mattone dopo l’altro.
Quindi, che libro è?
Io sospendo il giudizio e aspetto il nuovo Peace. “Red or Dead” riesce a mettere a fuoco narrativamente un personaggio e lo romanza davvero, senza perdere però in forza storiografica. Posto questo, è il libro da cui partire per scrivere di letteratura sportiva in un certo modo. Ma è anche un libro di cui odi la sequenzialità omogenea. Leggi e sai cosa c’è scritto dopo venti righe. Questo porta anche all’abbandono.
Sono curioso di vedere chi e come ispira altri scrittori. Forse in quel caso troveremo la risposta.

 

Inghilterra "Il Maledetto United" di David Peace – 32squadre-32libri

All’Inghilterra per diventare l’Italia lippiana del 2010 serve davvero poco. I calciatori hanno gli anni giusti, né troppo giovani né troppo andati, con l’esperienza internazionale che serve per non farsi sotto in un ottavo di finale che finisce ai rigori, c’è un centravanti che fa i goal, un centrocampo che sa reggere e aggredire l’avversario, senza scoprirsi, una difesa che fisicamente regge qualsiasi impatto. Il portiere è un enigma, ma può succedere che un portiere per un mese gioca normalmente e può bastare. I dubbi sono nella tenuta mentale. Senza birra e figa mi rendo conto che è dura, ma serve stare sul pezzo un mese e Capello può anche diventare Sir. Il portiere per me sarà ancora una volta David James. Capello ha sempre preferito un titolare esperto e un secondo di prospettiva. Qui non ha nessuno dei due, ma James è l’unico che si avvicina di più. In difesa Terry prenderà le ramanzine per le corna inflitte a Bridge ma a giugno se ne saranno dimenticati tutti. Vicino ci vedo addirittura Upson, perché seguirebbe il capitano fin dentro il fuoco, ma alla fine giocherà Ferdinand. Le fasce sono di Glen Johnson, che tanti allenatori amano, e Ashley Cole. A centrocampo non ci sono tante perplessità. Finalmente qualcuno ha capito che Lampard deve giocare mezzala e Gerrard incursore, tenendo un mediano basso, Gareth Barry, a coprire i due. Il quarto girerà in base agli avversari. Lennon, Carrick, Beckham, Wright Phillips, Milner servono per cose diverse e giocheranno tutti spezzoni di partita. L’attacco ha Rooney stella cometa e poi? Per me Agbonlahor piace a Capello e se serve freschezza giocherà. Con le squadre più deboli Crouch serve più degli altri e Emile Heskey va a finire che si fa quella mezzora quando serve dare mazzate.
Ma che libro è “Il maledetto United” di David Peace? Agli amanti, ma anche ai semplici intrattenitori occasionali di letteratura sportiva non deve mancare. Al suo interno due binari convergenti e due storie: la prima va dal Clough giocatore al Clough mito del Derby County. Con i Rams si afferma e vince un campionato impossibile nel 1971/72. Prova a giocarsi la Coppa dei Campioni, ma la Juventus e gli italiani bastardi e mariuoli lo fregano (questo fatto potrebbe non fare una grinza ma ormai è strasentito per non essere palloso). Da qui il garbuglio si complica: il Presidente e quasi l’intero consiglio direttivo non lo sopportano perché vince senza ritegno, parla senza dare quel falso rispetto che si attendono i capi, allena schiacciando il mondo di una squadra tra le sue mani. Lo licenziano e il popolo s’infuria. Lui vorrebbe diventare capopopolo ma la realtà è più brutta di qualsiasi altro incubo. Per dispetto, per sfregio, per spregio, accetta la proposta fatta al mare da un sudato emissario del Leeds United, la squadra più odiata, la squadra che vince male e sputtana le idee di Clough sul calcio e sulla vita. Don Revie ha soccorso la Nazionale in ambasce dopo la notte di Tomaszewski. A lui, che puntava all’Albione per superbia e meriti, resta la nemesi e la vendetta: allenare il Leeds distruggendo lo stile di Revie e fare propri quei calciatori che lo odiano più di qualunque altro. A questo punto si riavvolge il nastro per partire dalla prima pagina, scorrendo la storia parallela dei 44 giorni di Clough al Leeds, in un delirio di cattiverie a cui tutti partecipano. I nomi e i caratteri di quegli anni scorrono per farsi ricordare e ripulire l’aria idiota che molti di loro hanno oggi. Questo il pregio primo, far vivere un’atmosfera calcistica che oggi esiste solo nelle sue sfaccettature impure. È una sfida di orgogli che ormai non si vede più. Domina l’idea malsana che siamo tutti professionisti.
Il libro è eccezionale perché vive dei pensieri di Clough, che sa di essere burattinaio e burattino insieme, e che conosce il mondo in cui vive. Non sembra mai vittima Clough, perché domina qualsiasi situazione, anche quelle in cui è disperato, anche quando perde in campo e nella vita, sa che il suo destino non si fermerà lì, sa che tutto ritornerà a girare nel suo verso.
Il libro è un turbine da cui non riesci ad uscire, anche grazie ad una scrittura martellante, che non lascia respiro, fatta di frasi che si arrotolano su se stesse e corrono veloci, lasciandoti l’esperienza dell’emozione provata attraverso gli occhi.
Ma Clough è un santo o un diavolo? Di sicuro è un uomo e David Peace ce lo fa capire bene, senza fermarsi all’immaginato. Un tuffo in un cervello. Fatastico.