INTERVISTA A DANIELE MANUSIA. DE ROSSI, IL ROMANISMO E ALTRO.

Partirei con una domanda secca. Che giocatore è stato Daniele De Rossi? Non tanto nella storia della Roma ma nel contesto calcistico in cui è venuto fuori e poi è cresciuto?
A domanda secca, risposta secca: uno dei migliori centrocampisti al mondo della sua generazione, negli anni in cui era al massimo della forma. Risposta meno secca: De Rossi è stato almeno due giocatori diversi. Inizialmente un tipo di centrocampista box-to-box che nel calcio di inizio secolo poteva essere considerato modernissimo, con un raggio d’azione che andava dalla sua area fin dentro quella avversaria, con un gioco senza palla tra i migliori in assoluto e delle letture offensive di ottimo livello. Fare paragoni non serve a niente quando si parla di calciatori unici ma, per capirci, insieme a Gerrard e Lampard era uno dei migliori al mondo in un immaginario 4-2-3-1 che andava di moda intorno agli anni ‘10. Poi con Luis Enrique ha arretrato il proprio raggio d’azione (in pochi ricordano che giusto due anni prima con Spalletti aveva avuto la sua stagione più prolifica, andando in doppia cifra tra campionato e coppe), esaltando un’attitudine difensiva che però aveva da sempre. Non parlo solo di come copriva lo spazio davanti alla difesa ma anche di come si inseriva nella cerniera difensiva per rimpiazzare un centrale uscito dalla posizione o semplicemente fare da quinto sui cross. Se questo De Rossi difensore-aggiunto è quello che ci ricordiamo, secondo me non dobbiamo sottovalutare le sue doti tecniche e la capacità di incidere nella metà campo offensiva, soprattutto in partite importanti (anche in Nazionale).

Non ho mai capito se era un calciatore troppo in ritardo per un calcio che si stava discostando rispetto alle sue skills principali, se invece ha saputo portare le sue caratteristiche in una dimensione pienamente contemporanea oppure se era un giocatore semplicemente fuori dal tempo, in assoluto un valore aggiunto sempre. Tu che ne pensi?
Secondo me si è adattato moltissimo agli allenatori che ha avuto. Con Spalletti è stato davvero un giocatore completo come pochi, in perfetta linea con il calcio di quegli anni (immagina un City con De Rossi e Yaya Touré in mediana, sarebbe stato forse il centrocampo più forte al mondo, ai tempi di Mancini); poi però quando i ritmi del calcio hanno accelerato e i suoi hanno rallentato è diventato più riflessivo e intelligente, svolgendo compiti simili anche in strutture diverse come quella di Conte, Spalletti (alla seconda esperienza) o Rudi Garcia, facilitando la costruzione del gioco dal basso e difendendo in alto (che mi pare siano le due caratteristiche che si sono accentuate di più nel calcio in questi anni).



C’è un momento specifico in cui hai iniziato ad amare De Rossi e quello che voleva dire per la tua squadra?
Forse per via del fatto che eravamo coetanei i miei ragionamenti su De Rossi non erano quelli tipici che facevo sui calciatori della Roma (come spiego pure troppo a lungo nel libro). Voglio dire che è stato più avanti, quando mi sono reso conto che era ormai una bandiera e che si era sempre comportato in un certo modo, in quel momento ho iniziato a sentire una specie di orgoglio – parlando di “orgoglio” non vorrei scadere nel retorico, mi riferisco a quella sensazione che è la cosa più vicina a percepire un qualsiasi tipo di identità allargata che io abbia sperimentato. Poi quando una parte di tifosi ha iniziato a criticarlo mi sono accorto che lo difendevo sempre, perché pensavo di capire quella specie di tensione costante con cui giocava, che era anche mia, della mia generazione.

Amare un calciatore o un personaggio dello spettacolo, insomma qualcuno che ci accompagna per un periodo di tempo della nostra vita, riconoscendone il valore come professionista del suo settore e anche come persona, accade perché riscontriamo in lui qualcosa a cui siamo vicini, un elemento di comunanza oppure lo iniziamo a seguire perché è diverso da noi?
Non per forza, io ammiro molti artisti diversissimi da me. Anche tra i calciatori ammiro molte donne o giocatori che vengono da Paesi e culture diversissime. Riconosco in loro qualcosa, che mi piace o che è mio, ma non dipende dall’età o dal luogo di nascita (né tanto meno dal colore della pelle o dall’identità sessuale). Per De Rossi in realtà ho provato molte cose simili a quelle che ho provato mentre scrivevo di Cantona, solo che qui si aggiunge il ricordo personale e un’atmosfera culturale che ho vissuto in prima persona. Penso sia una questione di “valori”, ma anche in questo caso non si tratta di idee preconfezionate, quanto applicazioni pratiche di concetti come “lealtà”, “coerenza” etc. Si può essere tutte queste cose nel modo sbagliato (puoi essere leale a una causa sbagliata, puoi essere coerente a una stronzata) ma De Rossi, come Cantona, lo è stato in un modo che ha generato in me un’ammirazione che ha trasceso l’ambito sportivo. Poi ovviamente c’è il calcio giocato. Non voglio dire che non potrei scrivere di un calciatore che non stimo umanamente quanto DDR, ma qualcosa di profondo che esprime quella persona vorrei coglierlo. Poi non so se ci sono riuscito, ma la mia illusione è questa, altrimenti non potrei proprio scrivere.

Foto Luciano Rossi/AS Roma/ LaPresse 13/04/2019 Roma ( Italia) Sport Calcio Roma – Udinese Campionato di Calcio Serie A Tim 2018 2019 Stadio Olimpico di Roma Nella foto: esultanza Edin Dzeko Photo Luciano Rossi/ AS Roma/ LaPresse 13/04/2019 Roma (Italy) Sport Soccer Roma – Udinese football Championship League A Tim 2018 2019 Olimpico Stadium of Roma In the pic: Edin Dzeko celebrates



Per te De Rossi è un modello che sa meglio ispirare o da seguire in maniera più conforme?
Forse fuori da Roma non si capisce bene quanto fosse ambiguo il “simbolo” De Rossi: piace a persone diverse che ci vedono cose diverse. Ad esempio, per me non è affatto l’icona dell’uomo virile e duro, perché significherebbe rifiutare le numerose manifestazioni di sensibilità e intelligenza che ne fanno una persona e un personaggio complesso, magari anche contraddittorio. Se ho capito bene la tua domanda penso che DDR possa essere d’ispirazione a molti, per come ha vissuto il suo amore per la Roma e per come è rimasto “romanista” nei momenti difficili quanto in quelli felici; ma per il resto è una persona piuttosto riservata. Anche se è stato un leader non ha mai fatto il “capopopolo”, il potere non gli interessa di per sé (questo tra l’altro mi pare molto anticonformista in Italia).

Bisogna parlare anche di amore, l’altro giocatore presente nel libro. Scrivo giocatore perché vorrei capire se per te l’amore provato per un calciatore diventa ex quando il calciatore stesso acquisisce il prefisso?
Ci sono atleti (come anche attori, per fare un paragone) che non esistono fuori dall’esercizio delle proprie funzioni (fuori dal proprio personaggio) e altri che si portano dietro una specie di “aura”. Oggi siamo abituati a lavorare sul nostro “personaggio pubblico” ma non tutti siamo dotati dello stesso carisma, e questo vale anche per i calciatori che magari fin da giovani imparano a non fare errori, a postare le foto giusti, gli hashtag giusti, ma difficilmente possono imparare ad essere “interessanti” o, che ne so, “sinceri”. Ho sempre trovato triste lo scarto tra le capacità comunicative che alcuni hanno con i piedi e la loro opacità quando si tratta di usare le parole, molti ex-calciatori sembrano uomini sempre a disagio, fuori posto, nostalgici del potere che avevano da giovani e che hanno perso. Ma quelli che diventano persone complete e carismatiche riescono a mantenere intatta la magia. Ovviamente De Rossi fa parte di questo secondo gruppo e penso che difficilmente il rapporto con la tifoseria cambierà – anche se è presto per dirlo, in fondo si è ritirato solo da pochi mesi dal calcio giocato.

C’è un sentimento possibile che ti terrà legato a De Rossi anche da questo momento in poi, in cui non c’è più il calciatore De Rossi di cui ti sei innamorato?
Credo che il mio modo di vivere la Roma sarà sempre influenzato dal modo in cui l’ho vissuta quando c’era lui, anche attraverso le sue parole e le sue azioni. Il sentimento che ci lega è il romanismo, poi ovviamente la gratitudine, perché qualcuno di così generoso con me, con noi, non credo che ci capiterà più. Infine, forse, quell’amicizia illusoria che se penso a lui riaffiora di continuo: ci staremmo simpatici, potremmo chiacchierare del più o del meno, dei nostri figli? È strano pensare una cosa del genere di una persona che neanche ti conosce, è quasi da stalker, mi rendo conto, ma penso sia un sentimento genuino che hanno provato in molti.

Si può amare così solo a 20 anni o speri che arriverà un nuovo calciatore che ti farà vivere lo stesso amore?
Più passano gli anni più il divario di età tra me e i calciatori in attività si fa grande. Ti faccio l’esempio di Zaniolo, che potrebbe come non potrebbe decidere di restare a Roma a lungo (sperando che torni a giocare come totalmente recuperato): in ogni caso per me è troppo giovane, mi sembra ancora un ragazzino. E penso che anche se riuscirò a riconoscerne il valore e ad apprezzarne, in caso, la lealtà, la perseveranza, il coraggio, comunque non lo farò con quell’identificazione che ho provato per De Rossi.



Nel connubio De Rossi-Roma-Manusia c’è il romanismo che include tutti gli insiemi. Non ti vorrei tanto chiedere cos’è il romanismo, in quanto lo spieghi e lo fai vibrare molto bene nel libro, ma se è una traccia esistenziale quasi immutabile (vale anche per il napolismo, lo juventinismo, ecc.). Se in fondo alcuni degli afflati emozionali, delle debolezze e delle visioni (vaste o ristrette che siano) possono cambiare con un calcio che cambia?
Penso che cambi. Il mio romanismo non è lo stesso di chi magari ha seguito la Roma negli anni ‘70 e ‘80, ad esempio. Io sono cresciuto con una Roma mediocre e poi mi sono ritrovato con una Roma vincente, ho pensato si potesse/dovesse continuare a vincere e per più di dieci anni ci siamo andati vicini, abbiamo alimentato la nostra stessa illusione. Questo conflitto tra la “grandezza” che sentiamo appartenerci e il destino sempre un po’ sfigato è quello che per me è stato il romanismo in questi anni. Ma se la Roma, mettiamo, dovesse stare lontana dalle coppe per i prossimi anni, perdersi in altre stagioni infernali con cambi di allenatori e DS e presidenti, magari tra dieci anni ci sarà un altro romanismo. Anzi in parte è già così, il romanismo oggi è già quello dei meme autoironici, sempre apocalittici e autodistruttivi, perché nessuno sano di mente pensa che il prossimo possa essere “l’anno buono”, come invece fino a qualche tempo fa pensavamo ogni volta. Eppure due anni fa eravamo in semifinale di Champions League! Metti che per sei o sette anni non ci togliamo neanche una piccola soddisfazione come quella e chi lo sa che tipo di cultura disperata e cinica saremo capaci di produrre…. La cosa bella è che il romanismo è sempre autoriflessivo.

Come a tutti coloro che intervisto, chiedo anche a te tre libri di letteratura sportiva che bisogna assolutamente leggere.
Nomino dei classici così non sbaglio: “Brilliant Orange” di David Winner; “Il Re del Mondo. La vera storia di Muhammad Ali” di David Remnick; “Sulla Boxe” di Joyce Carol Oates.

Locos por el futbol – Intervista a Carlo Pizzigoni

Locos_por_el_futbol_Carlo_PizzigoniIl libro “Locos por el futbol” non è analizzabile. Bisogna tenerlo lì, come le enciclopedie, ma anche come i romanzi che si ama rileggere o come le biografie dei personaggi che ci ispirano di più o come il libro di poesie che le hai regalto (e lei ti ha ridato indietro).
Tenerlo lì per farsi ammaliare, rapire, conoscere, cercare dettagli e scoprire sempre qualcosa di nuovo. Carlo Pizzigoni mette lì un libro da cui ripartire per la saggistica calcistica.
Basta mie parole inutili, parola a Carlo:

Come per tutti, il pallone e un po’ di regole le hanno portate gli inglesi insieme alle ferrovie. Ma da quel che emerge chiaramente dal libro, il calcio è in Sud America che sembra nascere davvero come sport, distanziandosi dal dopolavorismo anglosassone. Sei d’accordo? E intorno a quali principi si può affermare che il calcio sia nato in Sud America?
In Sud America nasce il calcio come lo intendiamo noi, con tutto quello che c’è attorno al campo da gioco. L’amore per il gioco stesso, l’hincha, ovvero il tifo, e tutto quello che è indescrivibile e ti fa vibrare e soffrire per la tua squadra. In fondo è un gioco ma dal Sud America nasce quella passione che ti prende dentro e ti entra nelle vene.

Esiste una differenza calcistica fra macroaree del Sud America (es. zona andina, zona atlantica, ecc.) Se sì, quali sono le caratteristiche principali delle diverse aree?
Esistono differenze che sono però più influenze ma non legate prettamente a zone geografiche. Il calcio colombiano ad esempio è una diretta emanazione del calcio argentino perché con Osvaldo Zubeldía nasce in Colombia un’idea di calcio professionale e tempo prima gli argentini si affermano in Colombia con Pedernera prima e Di Stefano poi.

Qual è stato per te il calciatore sudamericano che meglio ha saputo o sa esprimere lo spirito calcistico di quest’area del mondo?
Dire un nome è complicato. Il primo a cui penso è Di Stefano il quale non solo ha mostrato come un calciatore può essere tante cose nel calcio, ma perché ha avuto un aspetto tecnicamente e tatticamente rivoluzionario ripreso da Pedernera ma da lui evoluto. E poi Di Stefano, grazie a tutto questo, è il giocatore che inventa il Real Madrid. Al Real c’è un prima e dopo Di Stefano. Il Real che conosciamo oggi nasce con Alfredo Di Stefano.

Sampaoli, Bielsa, Martino, Pekerman, La Volpe. Negli ultimi dieci anni, al di là di Guardiola, alcune idee centrali per il calcio contemporaneo vengono proprio dal Sud America. Ci spieghi il perché di questo grande fervore?
Mi fai tutti esempi argentini, ma ci sono anche altri tecnici, come ad esempio Juan Carlos Osorio che allena il Messico ed è colombiano. Ci sono molti esempi in Sud America di sperimentazione calcistica, senza dimenticare però che la sperimentazione è concatenata. Sud America ed Europa non sono due mondi che non si parlano, ma si scambiano idee. Guardiola va a parlare con Bielsa, sul “Pais” viene esaltato La Volpe, tanti tecnici vanno a vedere allenamenti dei colleghi dell’altro continente. Rimane in Sud America questa voglia di approcciare al calcio in maniera sperimentale che nasce anche perché spesso bisogna arrangiarsi, lavorando in maniera artigianale più che scientifica. Quell’artigianato però ha dietro un pensiero poi declinato in maniera professionale. Tutto viene fuori dalla passione per il campo da gioco, per tutti ancora il luogo dove il calcio si fa.

Sei stato in tanti posti, ci dici tre stadi sudamericani dove bisogna assolutamente andare e perché?
Te li elenco per le principali nazioni sudamericane.
Uruguay – Estadio Centenario. Quando sono arrivato la prima volta sulla collinetta in cui si inzia a vedere lo Stadio ti inizia a battere forte il cuore non perché è una strada in salita ma perché ti rendi conto che quello è lo Stadio del primo mondiale, quando entri respiri qualcosa di unico.
Argentina – Gigante de Arroyito. Mai vista un’atmosfera del genere in uno stadio di calcio. Mi piace “La Paternal” per lo spirito differente che si sente, ma lo stadio del Rosario Central è unico.
Brasile – São Januário. Da quando il Maracanà è diventato uno stadio qualunque dopo il rifacimento per il Mondiale, il mio stadio rimane il São Januário, stadio degli anni 20, tenuto bene, al cui interno respiri la storia e ti sembra di sentire i discorsi di Getulio Vargas. È qualcosa di unico per la storia non solo del Vasco ma di tutto il Brasile.

C’è la storia di un calciatore sudamericano che non sei riuscito ad inserire nel libro?
Ci sono tante storie che si potevano inserire nel libro, però la bravissima editor che mi ha seguito, Elisabetta, mi ha giustamente detto: “Carlo non fare l’Enciclopedia Britannica” e mi sono un po’ limitato. Giusto così, questo libro deve essere un trampolino grazie al quale le persone si tuffano nel calcio sudamericano e nella storia del Sud America. Da lì poi cominciano a vagare dove vogliono. Una storia fra le altre che avrei desiderato approfondire era quella di El Loco Corbatta.

Nel libro tu ci parli di uno spirito, oltre che una tradizione che passa di generazione in generazione. Se nel futuro, come si prospetta, i calciatori sudamericani saranno spediti giovanissimi in Cina, Emirati ed Europa, questo spirito avrà tempo di attecchire?
Non so quello che può avvenire con questi nuovi mercati. In Sud America si mantiene lo spirito primigenio del gioco del calcio e fatico a pensare che un giorno si esaurirà. C’è uno spirito unico che difficilmente sarà replicabile in altri contesti mentre rimarrà sempre forte in Sud America.

Quale calciatore italiano secondo te farebbe bene in un campionato come quello argentino?
In tanti, sia del passato che del presente. Sicuramente Roberto Baggio avrebbe voluto giocare con la sua squadra del cuore, il Boca, ma a me piace pensare ad un altro gcalciatore: Daniele De Rossi, che una volta ha parlato del calcio argentino ed è uno dei pochi che ancora profuma di antico. In un calcio che ancora conserva l’antico come caratteristica, mi piacerebbe vederlo in Argentina.

“Locos por el futbol” è per me un libro da cui partire per una saggistica calcistica di alta qualità. Quali sono per te le caratteristiche principali che la letteratura sportiva italiana deve avere per affermarsi con maggiore forza nel mondo editoriale?
Io sono più che altro un lettore, questa domanda mi apre a mille scenari e non ho un’idea precisa. Non vedo una differenza fra letterature, la mia visione segue molto il lavoro che realizziamo con Federico Buffa dove non c’è un distacco fra cultura alta e bassa, riprendendo, da imitatori, quello che Chico Buarque faceva, parlando di calcio per poi realizzare capolavori in musica e letteratura. Quando sono andato a Montevideo per le ricerche per il libro ricordo le chiacchierate infinite con i librai di Montevideo. Lì si iniziava a parlare di Mario Benedetti per finire con Fabián O’Neill perché dentro c’era l’Uruguay, l’uomo e il calcio.

Con i programmi di Federico Buffa cerchi di “alleggerire” lo sproloquio sportivo del quotidiano. C’è un metodo di racconto su cui dobbiamo intellettualmente investire per il futuro?
Buffa in realtà è unico e io dico sempre che se vogliamo copiare qualcosa di Federico dobbiamo copiare le cose che non si vedono, intendendo la sua preparazione, il suo studio, il cercare di approfondire per cercare di legare diversi argomenti che apparentemente non sono legati, cercare di costruire una cultura che vada al di là dello sport. Ricordo in questo senso la frase di Victor Hugo Morales quando l’ho intervistato per Mondofutbol: “Il giornalista non deve fare scuola di giornalismo ma imparare a vivere”.

Addio ai calciatori coast-to-coast

toureSiamo nel calcio delle specializzazioni tattiche e tecniche e si perdono ormai delle funzioni calcistiche che hanno fatto la storia del calcio.
Una tipologia di calciatore scomparso (diciamo in via di sparizione con Gerrard e in parte De Rossi ancora vegeti) è il calciatore coast-to-coast, quello che sa difendere e addirittura marcare l’uomo e nella stessa partita si inserisce come una mezzala e rifinisce come una mezzapunta.
Non ci sono all’orizzonte i Neeskens e i Tardelli non solo perché non ci sono calciatori di quel calibro ma perché è inutile oggi un calciatore del genere, non se ne capisce l’utilità e il ruolo all’interno della squadra.
Forse l’unico rimasto è Yaya Touré (poi si chiedono perché prende così tanto di stipendio) e non è un caso che viene dall’Africa un calciatore che fa della sensazione e non solo della funzionalità una sua arma importante.
Chissà se vedremo mai più un altro di calciatore coast-to-coast?

Gli 11 di Conte

Antonio_Conte_NazionaleE allora Conte! Scusate ma era ovvio da quando avevo detto addio alla Juve. Dove va un allenatore italianissimo senza pedigree internazionale e senza idee tattiche rivoluzionarie? Ma veramente pensavate che il PSG volesse vincere il mondo con Conte? Bisognava arrivare un attimo all’11 per far vincere Tavecchio e tutto era già scritto.
Detto questo, vien da sé che Conte abbia avuto anche del tempo per pensare e progettare la nuova Italia. Molti si sono già buttati nell’11 possibile con due punti fermi: 3-3-4 e Pirlo regista. Non sono completamente d’accordo.
In porta ovviamente ci va Buffon con Sirigu secondo. La difesa è a 3, almeno all’inizio, con Ranocchia centrale, che Conte ha sempre cercato di portare alla Juve, Chiellini a sinistra e a destra Barzagli se vuole restare. Altrimenti serve un difensore rapido. Qui credo possa fare sperimentazioni con un terzino di fascia. Uno da seguire in questo senso è Donati. Il centrocampo è a 5: sulle fasce bisogna trovare gente con furia atletica: De Sciglio e Abate non sono il massimo da questo punto di vista. Si parte con Romulo e Darmian ma può entrare subito in lizza Jonathan dell’Inter. Per il futuro attenti a Zappacosta. I 3 centrali sono Verratti, De Rossi e Florenzi. Pirlo se vuole restare deve vedersela con loro. Di sicuro Conte cercherà quanto prima di far giocare Baselli e gente che sa toccare la palla ma allo stesso tempo si fa sentire in campo come Viviani.
In attacco Balotelli lo proverà ma già adesso gli piacciono di più Destro e Immobile. Un altro che di sicuro piace è Belotti. D’appoggio vorrebbe far rinascere El Shaarawy, all’inizio punterà su Rossi, ma il futuro (catechizzato a dovere proprio da Conte) è Berardi.