Archivi tag: doping

L’impossibile mulinare di Froome

CYCLING-FRA-TDF2013A chi non piace, il ciclismo è lo sport più barboso del mondo. Ore ed ore di poco e niente, con la voce dei telecronisti che diventa una lagna insopportabile in cinque minuti.

A chi piace invece, il ciclismo è lo sport più bello del mondo. L’uomo dentro la natura, a combatterla ma anche a viverla, e poi la fatica, la primordiale battaglia su chi raggiunge prima la meta.
E poi arriva Froome…. e non sai che fare.
Ecco, dicendo questo penso al suo mulinare ininterrotto e, lo dico subito, inumano.
Ricordo un Armstrong ’99 sul Sestriere a mulinare le gambe allo stesso spasmodico e infaticabile modo. Lì venivamo solo dal Campiglio di Pantani e credevamo fosse ancora possibile. Oggi purtroppo di fronte a Froome che va più delle moto mi fermo e abbasso gli occhi.
Ma chi ci potrà mai più credere ad uno sport massacrato dalla cupidigia dell’irreale? Prima ci si dopava per vincere e, facendolo in tanti, sembrava uno sport umano. Oggi, da Armstrong in poi, ci si dopa per impressionare (negli USA come li convinci che il ciclismo è lo sport del futuro se non crei il superuomo spacca-record?) e questo sinceramente fa perdere le speranze.
Oggi, noi amanti del ciclismo sospiriamo. Ricordiamo una ragazza meravigliosa che ci piaceva un sacco ma adesso è così lontana che è meglio lasciar perdere una volta per tutte.

Come giudicare Pantani?

Lo sportivo che mi ha dato più emozioni dal mio primo ricordo telesportivo (Italia-Francia, ottavo Mundial ’86) è stato Marco Pantani. Aveva tutto dell’eroe romantico: la sfortuna abile nel baccarlo sempre, il fisico appassito, con le spalle strette e la faccia bianca anche dopo un mese in spiaggia a Cesenatico, la disperata idea che lo riempiva di voglia: sfidare i mostri del ciclismo contemporaneo (Froome sul Ventoux non era in sé, dopo tanti anni di Tour in tv ho desiderato al più presto il ritorno delle Falde del Kilimangiaro).
Storia di oggi è la certezza che Pantani era sottoposto abitualmente a interventi dopanti, e con lui in pratica tutti coloro che hanno vinto anche solo il Giro della Basilicata dal 1994 al 2000. Tutti in fondo sapevamo che quel ciclismo era farmaceutico ma il desiderio di un Pantani unico pulito era l’utopia che non volevamo abbandonare.
Adesso tutti, sorretti dal mio ricordo, ripetono: se tutti erano dopati, Pantani era comunque il più forte di tutti e ingiustamente (termine che può avere un senso nel discorso generale… incredibile!) fermato dai potenti.
È giusto pensare che in un mondo di fantasia (il ciclismo degli anni ’90-2000) reggono gli stessi parametri valoriali del mondo normale? Il corpo dice 40 di ematocrito, se via doping vai a 50 e vinci, non sei paragonabile. Ma se tutti sono chimicamente a 50, il tuo valore resta integro e classificabile?
In senso stretto (ed etico) questo discorso non ha senso: aver raggiunto un traguardo grazie a qualcosa di oltreumano non è un’attività sportiva.
Eppure, sia pure per la sola logica, le vittorie di Pantani restano inattacabili.Sono in confusione, non so aggiungere altro.
Purtroppo il ricordo resterà per sempre macchiato, anche se il panno era già lercio.

Armstrong e la fine del modello dello sportivo-conquistatore

Cosa ci dice la fine di Armstrong? Prima di tutto lo stop alla creazione laboratoriale del campione negli Stati Uniti. Con Marion Jones ci sono state le prime scaramucce, con Armstrong la dichiarazione di guerra è inviata. L’Usada non chiude più gli occhi.

Ma il casotto Armstrong è soprattutto conseguenza e in parte causa di una nuova visione dell’eroe sportivo americano. Al di là del texano fatto di sangue solido, anche altri capitani coraggiosi stanno venendo meno. Piccoli esempi: Tiger Woods vince ma non può più nascondere la sua faccia da maniaco, Lindsey Vonn prima sfida gli uomini e poi ha un male di cui non si sa nulla, Micheal Phelps dice assolutamente basta e nonostante abbia avuto avversari, non ha eredi.

Con la cacciata del paradiso di Armstrong è l’intero modello americano dello sportivo-mito, fondato sul superuomo che lotta contro tutto e tutti, a venir meno. A costruire il nuovo mito sportivo non saranno gli avversari, le debolezze da superare, le difficoltà ambientali in cui la vittoria arriva (le grandi narrazioni, al di là degli sport americani, si riferiscono a sportivi che hanno vinto in Europa o in Asia), le ferite della sua storia personale.

Per definire i contorni di queste grandi costruzioni di senso servono molti soldi e grandi sacrifici e diventa troppo rischioso e antieconomico veder svanire un lavoro abnorme in un attimo, a causa di debolezze da uomo e da atleta (con Armstrong era di sistema).

Sempre più in USA sta venendo meno lo sportivo-conquistatore e a ricevere consensi invece è uno sportivo che si fida e affida agli altri per vincere, un atleta che misura in pubblico le sue mancanze e che mostrandole afferma implicitamente di non poterle livellare con la chimica. L’atleta che sta portando avanti questo nuovo modello è Lebron James.

"I club italiani si sono impigriti". Intervista a Roberto Beccantini

Avere a portata di taccuino Roberto Beccantini, una delle ultime firme degne di lettura del nostro giornalismo, è davvero un privilegio. Per la competenza del giornalista e la coerenza dell’uomo. Facciamo questa intervista già sapendo che alla fine saremo più ricchi.

L’Associazione “Andrea Fortunato” ha fondato la prima Biblioteca italiana a tematica calcistica, intitolandola ad Andrea Fortunato. Qual è il suo pensiero su questa iniziativa e un ricordo di Andrea Fortunato?

Mi sembra un’iniziativa splendida, visto che associa i libri a un giovane di grande passione che il destino ha sbalzato da cavallo al culmine del sogno, quando tutto nella vita e nella carriera ti sembra generoso. Non l’ho conosciuto di persona, Andrea, ma lo ricordo, capelli al vento, addentare il campo all’Olimpico contro la Lazio.

Uno degli scopi dell’Associazione riguarda l’introduzione di una legge per l’esame dei valori ematici obbligatori dai 6 ai 18 anni, occorrenti per il rilascio della certificazione medica per i praticanti sportivi agonistici e non e durante l’attività; un suo giudizio in merito a questa proposta e riguardo i controlli obbligatori?

Tutto quello che si fa a scopo preventivo è ben accetto. Per questo, plaudo alla vostra battaglia e la sostengo. D’accordissimo sui controlli obbligatori. Non si può lasciare nulla e nessuno al caso. L’esperienza insegna che a volte, pur di affermarsi, si ceda alla tentazione di trascurare eventuali deficit fisici.

Lo sport in Italia deve recuperare credibilità sotto diversi punti di vista, in primo luogo il doping. Secondo lei quali misure da parte del Governo, della FIGC e del CONI servono per dare un segnale forte?

Una cosa fatta bene può essere sempre fatta meglio. In materia di doping, ad esempio, l’Italia ha recuperato un po’ del (moltissimo) terreno perduto negli anni Ottanta e Novanta. L’importante è che il governo non abbassi la guardia, e che l’Europa, a livello penale, vari e applichi sanzioni omogenee e condivise, valide per tutti. Sarebbe uno straordinario deterrente.

Il suo giudizio su calcio allo stato attuale, troppo chiuso nella sua torre fatta di business globale e milioni di euro di ingaggio. Secondo lei il Governo dovrebbe intervenire per rimodellare il sistema calcio?

Le ombre lasciate dalle sentenze di Calciopoli hanno contribuito a frenare le riforme auspicate. È il solito calcio: volgare, fazioso, servile. Ciò premesso, la politica se ne stia fuori. In Italia abbiamo una classe di dirigenti senza classe. Fu un grande pastrocchio politico-sportivo a gonfiare mostruosamente, nell’estate del 2003, la griglia della serie A e della serie B.

Con Kakà al Real Madrid ci resta il solo Ibrahimovic (se resta) come calciatore di fama internazionale e di alto lignaggio “promozionale”. Siamo ormai un campionato di secondo livello?

Premesso che l’ultima Champions vinta (dal Milan) risale al 2007 e non a un secolo fa, la perdita di fuoriclasse come Kakà (e forse Ibrahimovic) non può che confermare l’impoverimento tecnico del nostro campionato. Si va a cicli e adesso tocca a inglesi e spagnoli. I soldi non c’entrano: non quanto, almeno, risulti alla Lega. Ci siamo impigriti. E tranne la Juventus nessuna società ha cominciato a costruire un suo stadio.

La Juve sembra in una crisi organizzativa prima che tecnica. Chi e come può tirarla fuori?

Urge un referente tecnico di spessore fra dirigenza e squadra. Sbaglia, Blanc, a sommare le cariche di amministratore delegato e direttore generale. Servono uomini di calcio, non di sport. La pista Marotta è interessante: a patto che abbia i poteri, veri, del direttore generale.

Campionato 2008-2009, chi è stato il miglior giocatore, il miglior giovane, la squadra rivelazione, il miglior allenatore?

Miglior giocatore: Ibrahimovic. Miglior giovane: Balotelli. Squadra rivelazione: Genoa. Miglior allenatore: Gasperini.

Lei è uno dei due giornalisti italiani che votano per assegnare il Pallone d’oro. Al di là dei grandi campioni “mediaticamente” star internazionali, a quale calciatore darebbe il premio?

Ne assegnerei uno alla memoria: a Gaetano Scirea. Più passa il tempo, più la nostalgia invece di diminuire cresce.

Se il 12 luglio 2010 (magari… vorrebbe dire altra finale mondiale) Marcello Lippi lascia la panchina della Nazionale, chi sarà per lei il nuovo Commissario tecnico?

Vedo bene Carlo Ancelotti.

Cosa sogna per il calcio?

Il mio sogno nel cassetto è che in qualità di presidente dell’Uefa Michel Platini riesca a imporre il fair play finanziario ai club. Non tutti uguali (perché non sarebbe giusto), ma tutti in regola (perché sarebbe il minimo). Non m’illudo: sarà dura. Il debito, nel mondo, è diventato una sorta di fiore all’occhiello. Più ne accumuli, più sei invidiato.

Tra istant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?

Da un eccesso all’altro. In passato, i libri latitavano. Oggi, te li sbattono in faccia. E così la quantità fa aggio sulla qualità.

La sua penna accarezza l’orecchio e muove il cervello. Quali sono stati i suoi riferimenti letterari?

Troppo gentile. Ho sempre adorato leggere. I miei riferimenti? Nello sport, Gianni Brera, Gianni Clerici, Gianni Mura, Gianfranco Civolani, il mio primo maestro a Bologna, Giuseppe Pistilli, Emanuela Audisio. Fuori sport, gli americani (Raymond Carver e John Fante su tutti) e i classici russi (da Dostoevskij a Tolstoj). Fra i sudamericani, il Marquez di “Cent’anni di solitudine” e il primo Vargas Llosa. Fra i nostri, Sandro Veronesi e Giampaolo Pansa. L’importante è leggere di tutto e rubacchiare qui e là qualche briciola.