CHI È QUELLO CHE AVETE ODIATO DI PIÚ?

Inutile pensarci troppo o troppo poco, nello sport si odia, magari il bello è anche questo. Nella mia carriera di sportivo attivo ho odiato di tutto, dal mediano del Pellezzano al terzino sinistro del Vietri sul Mare, ma nella mia carriera di sportivo passivo ne ho odiati molti di più, da Indurain, che non faceva vincere mai il Giro a Chiappucci, a Dunga, che gridava dopo la finale di USA ’94.
Ma quello che avrei bruciato in piazza, mentre io stesso appiccavo il fuoco sorridendo e accogliendo felicitazioni, è Stéphane Guivarc’h. Mi stava sui coglioni da sempre in pratica, anche perché era di uno scarso incredibile. Ma il momento in cui stavo tirando una sedia contro la tv per cercare la contundenza a distanza chilometrica è stato quando ha spaccato lo zigomo a Cannavaro nei quarti di finale di Francia ’98. Fabio Cannavaro, il guaglione che avrei trovato uscendo di casa, sfondato da quel mezzo centravanti (si nota che mi sto trattenendo? Vorrei scrivere tante di quelle male parole. Almeno un “Chitemmuorto” lo merita ancora) e quello (oltretutto biondino, mamma mia, da spezzargli le ginocchia al primo sguardo proprio) che si lamentava pure, dicendo magari che noi italiani eravamo bravi solo a sceneggiare.
Io se incontro Stéphane Guivarc’h per strada gli do un “papetto” che lo rivolto. E ora vammi a denunciare!

Il cantiere vuoto per Brasile 2014

Ieri è accaduto quello che sospettavamo. Un Brasile senza nessun ricambio valido (tranne Dani Alves) che desse lo spunto decisivo per uscire da un gioco molto lineare è stato messo fuori dall’irruenza di Felipe Melo e dalla costanza dell’Olanda, capace di giocare allo stesso ritmo e con fraseggi molto simili per l’intero incontro(deve stare molto attenta all’Uruguay, capace di difendere forte e cambiare passo meglio del Brasile, anche se mancandoci Suarez, miglior attaccante del Mondiale insieme a Villa, perde tantissimo). Adesso la squadra deve rifondarsi e vincere in casa, per questo motivo chi prenderà il posto di Dunga avrà all’inizio i benefici dell’effetto Prandelli (o post Lippi, Dunga in questo caso), ma poi dovrà sobbarcarsi un lavoro psicologico tremendo.
Brasile 2014 deve dare la sesta stella, c’è poco da stare lì a riflettere, ma con quale Brasile, ad oggi, si arriva ad un evento così importante. In difesa ci sono dei ricambi, primo fra tutti Thiago Silva, anche se Maicon, Lucio e Juan non nascono ogni quattro anni. Il portiere potrebbe rimanere, anche se il vivaio è prolifico e qualche altro giovanissimo sulle fasce in Brasile nasce sempre.
Il vero problema sono centrocampo e attacco. La volontà di Dunga di giocarsela con chi gli ha fatto vincere Coppa America e Confederations Cup, convocando giocatori inutili (Julio Baptista, Josuè, Gilberto Melo, Grafite) lo ha lippizzato e ha creato lo stesso sconquasso italiano.
Una generazione in Brasile è totalmente saltata e dei nati nella prima metà degli anni ’80 c’è il solo Robinho che può arrivare, da grande vecchio, all’appuntamento brasiliano. C’è da puntare quindi sui giovanissimi, e qui sorge un altro problema che è invece tipico del paese sudamericano (a differenza dell’Argentina). Una marea di calciatori giovani lasciano prestissimo i loro club di appartenenza, come è sempre successo. Ma invece di arrivare in Italia, Spagna, Germania o Inghilterra, i dollaroni di Russia, Giappone, Grecia e addirittura Ucraina fanno più gola. Della squadra vice-campione mondiale Under 20, Dunga non ha convocato nessuno. E, tra quelli che giocavano in quella squadra, Douglas Costa e Alex Texeira sono allo Shaktar Donekts, Rafael Toloi è vicino ad una delle grandi di Mosca, Renan è allo Xerez in prestito dal Valencia, Diogo all’Olimpiakos, Alan Kardec al Benfica e Souza al Porto. Della squadra titolare della finale contro il Ghana nessun elemento gioca in una grande squadra europea, molti vincitori di quel match (solo ai rigori e in modo immeritato) giocano anche in loro in squadre di seconda fascia europea ma almeno sono stati convocati e hanno giocato già il loro primo Mondiale. Con una squadra completamente da rifare, giovani che non hanno nessuna grande esperienza internazionale e senza convocazioni in Nazionale, il Brasile è un cantiere in cui è tutto ancora da decidere.

Il solito Brasile

Sempre il solito… qualsiasi cosa dica la pubblicistica internazionale il Brasile vincente ha sempre giocato in questo modo, la fantasia al potere ha creato solo disastri. Nel 1958, al primo Mondiale vinto, lo schema era il 4-2-4 ma Zagalo faceva l’Elano e Didì era un regista d’attacco non un attaccante vero e proprio. Vavà era il centravanti, Pelè la seconda punta e Garrincha partiva dalla linea mediana per le sue azioni. Nel ‘62 stessa musica con Amarildo ancora più mezzapunta rispetto a Pelè. Nel 1970 Tostao era il 10, Pelè giocava alla Totti (non ammazzatemi), Jairizinho giocava ala pura e Gerson era un 10 ma giocava da 8, mezzala alla Mazzola per intenderci. Nel 1994, 4 centrocampisti 4 di ramazza e due punte, meno brasiliani (per sentito dire) di così. Nel 2002 semplice attacco triangolo con Ronaldinho-Rivaldo che si scambiavano posizione e Ronaldo centravanti, capace di servire i compagni.
L’idea che il Brasile gioca con tanti uomini d’attacco è sbagliata e spesso ha fregato gli stessi brasiliani, che un bel giorno scesero in campo con Falcao, Socrates, Junior, Zico, Eder e Serginho. Quando anche i brasiliani pensano di essere il Brasile perdono, quando invece gente come Dunga capisce che ci vuole altro, ci sono poche possibilità di farcela (non rinnego il concetto espresso all’inizio del Mondiale. Questo Brasile manca di fantasia pura, ovviamente devi limitare Robinho e in parte Kakà, per risolvere partite complesse. Per me non vincerà per questo motivo).

Io non sto con Dunga

Si fa un errore di stima quando si usa la famosa espressione: “Nel nostro paese siamo 50 milioni di CT dell’Italia”. Questo è in parte falso, perché oltre all’Italia siamo sul pezzo anche per le altre 31 squadre qualificate e per un altro numero imprecisato di nazionali a cui andrà meglio la prossima volta. Proprio per questo motivo, dopo aver parlato di Maradona e Argentina, mi sembra giusto parlare anche di Dunga e Brasile, con i 23 sotto mano. Se Maradona, per me, ha motivi più che validi per le sue scelte, Dunga ha lippianamente chiuso le prospettive del suo calcio, portandosi appresso i fedelissimi, tutti usurati da campionati pessimi (vedi Kakà) o faticosi (vedi Maicon). Il punto di partenza è che il Brasile ha la difesa più forte del mondo. E su questo magari non ci piove, ma puntare tutto sull’arrocco difensivo, previo golletto da assicurare, in Sudafrica non può durare. Gli schermi difensivi sono addirittura due, Gilberto Silva e Felipe Melo, lenti ogni giorno di più e faticosamente capaci di registrare qualche passaggio che faccia guadagnare campo. Tra gli 11 è obbligatorio l’inserimento di Ramires, ma non c’è comunque il regista che modera il gioco. Le mezzeali dovrebbero essere il fiore all’occhiello: Elano, quest’anno involuto sia nella fase di recupero che in quella di inserimento, Kakà, pubalgia o non pubalgia, con il passo stanco di chi ha già accelerato troppe volte, Robinho, lunatico come i suoi dribbling che in Europa non hanno fatto proseliti. Un goccio di brasilianità nel motore totalmente europeo di questa squadra ci doveva essere e uno della nidiata Under 21 (Giuliano, Erick Flores o uno ancora più attaccante come Douglas Costa) poteva farsi il viaggio. L’attacco è completo ma nessuno quest’anno ha fatto sfracelli. E poi c’è ancora un altro appunto, che molti contesteranno: per come è costruita la squadra e per il tipo di calciatori che giocheranno titolari a centrocampo, il non aver portato Ronaldinho è il più grande errore di Dunga.