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"Era l’anno dei Mondiali" dell’Osvaldo Soriano Football Club

Sono passati 7 anni dalla lettura a perdifiato (il fiato si mozza anche da seduti, per colpa della bellezza) di Schema Libero, raccolta di racconti degli autori dell’Osvaldo Soriano Football Club. Non l’ho in questo momento sottomano ma non posso dimenticare, tra tutte, la storia, per il calcio scema (in Campania vuol dire con poco sale), ma per la letteratura perfetta, del destro di Scaratti in una fredda giornata polacca.
Dal caso Scaratti e dagli altri racconti di quella raccolta, mi fu chiaro che scrivere di calcio è come ricamare ad uncinetto: per ridare un lavorato pregiato bisogna partire dal guizzo di un singolo punto.
Questa estate, una nidiata altra dell’Osvaldo Soriano ci ha riprovato, legandosi al Corriere delle Sera, con “Era l’anno dei Mondiali”, soggetto strappalacrime come pochi per l’italiano vero, diviso perfettamente a metà: c’è chi calcola gli eventi personali a partire dall’acquisto dell’automobile e chi dall’inizio del campionato mondiale di calcio. Ogni mondiale da il senso di una crescita, fa tirare una riga su quattro anni di esperienze che vanno a frullarsi nel destro di un’ala lenta o nella parata a mano aperto di un portiere basso.
Anche per “Era l’anno dei Mondiali” vige, legge di gusto che diventa stile, l’approccio minimale, esaltando un gesto, un personaggio secondario, un aneddoto che ne richiama in testa tanti altri. Fabio Geda ci parla di Langenus, una pertica belga che fu fatto arbitro della prima finale della storia, Paolo Sollier della scoperta del termine oriundo, Carlo Grande di un ‘66 stupendo perfino per gli inglesi, Alessandro Perissinoto di un culo che, come sanno anche le pietre, può oscurare il mondo. Altri racconti tirano fuori vicende di strada e campi di campagna (Claudio Menni), la parabola del campione distrutto e distratto (Luigi Sardiello), Via Pal alla casertana (Francesco Forlani), la scia di un capolavoro (Azzurro Tenebra con Carlo D’Amicis), l’avventura contrastata del sogno ’82 (Francesco Trento) e quel tiro di Cubillas, visto in una tv troppo bombata e ricordato, come deve essere per le tracce d’amore, di notte (Sandro Veronesi). Tutto ruota intorno al ritratto di Varela fatto dall’Osvaldo in persona, perno mica male intorno a cui far girare la squadra.
I racconti accompagnano lo scorrere dei Mondiali, dicendoci qualcosa sulla Storia, ma per fortuna restando lontani dall’”io c’ero”, tomba di ogni vicenda veramente appassionata.