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Il marchionnismo alla Juventus

Marchionne ha messo le carte in tavola: fuori da qualsiasi legaccio, oltre il valore storico dell’azienda FIAT per competere con e nel mondo. Criticabile, senza alcun rispetto per quello che l’Italia ha dato alla FIAT (la colpa dell’essere quasi Grecia non è solo degli infermieri che fanno il turno di notte o degli impiegati ai Ministeri che prendono la malattia ad agosto), ma questa è la strada.
Con le stesse dinamiche comunicative che oltrepassano i meeting d’intesa e l’avvicinamento per gradi, Andrea Agnelli ha fatto fuori Alessandro Del Piero, dopo tanti anni di Juve e un bel paniere di legamenti, muscoli, tendini e altro dati alla causa. Agnelli ha seguito le orme di Marchionne comunicando direttamente al mondo una svolta epocale, mentre prima Juve e Fiat attuavano tutto questo sottotraccia, nascoste nei meandri dei palazzi dove imperava la loro impronta.
Adesso gli idoli e le istituzioni (che sembrano cose diversi ma non è poi così vero) non sono più da gestire in un rapporto di do ut des, oggi è meglio liberarsi degli impicci e puntare al futuro.
Quale futuro? Bella domanda. Una cosa è certa, il decisionismo marchionnano sarà da oggi la nuova etica dello stile Juventus.

Buffon e l’inutilità del testimonial frammentato

Fino a dieci anni fa il mercato dei calciatori era folle al Gallia o all’Hilton, l’atleta creava valore economico come merce di scambio e basta. Nessun manager o procuratore ante litteram guardava alle possibilità non pedatorie dell’assistito e cercava quindi sbocchi commerciali per la sua immagine in rappresentanza di un marchio. Il Carosello, che incatenava la creatività dell’advertising nostrano, era troppo sceneggiato per farci entrare attori presi dalla strada o dallo stadio. Qualcosa si muoveva nelle pubblicità a stampa, ma era tutto molto artigianale e fine a se stesso. Non si riusciva a creare quella “coincidenza celeste” che caratterizza il grande testimonial. Dopo l’avventura Mundial, alcuni campioni del mondo iniziarono a mettere la faccia negli spot, ma di ricordevole resta solo Zoff che salta la staccionata per Olio Cuore, sfrattando temporaneamente Nino Castelnuovo e dimostrando che a 40 anni e più ci si poteva sentire tanto leggeri (grazie a quell’olio) da prendere in colpo di reni fulmineo la capocciata di Oscar al 90’. Negli anni ’90 il calciatore iniziò ad apparire negli spot come testimonial di marca, ma lo script di sceneggiatura lo ingabbiava nel suo essere atleta e lo vestiva dei panni domenicali. Baggio divenne il giocatore più cercato e scelto (anche grazie alla lungimiranza di Pasqualin, suo procuratore all’epoca) e anche se lo vestivano in frac (Lotto) o da veterinario (Granarolo), le scarpette e la maglia numero 10 non potevano mancare. Oggi invece siamo in una dimensione diversa. Grazie al rapporto continuo con la stampa (invece di lamentarsi sempre e comunque con i giornalisti perché calciatori e allenatori non prendono coscienza che è grazie al rapporto con questi che hanno imparato a districarsi a parole di fronte ad un microfono e quindi a guadagnare di più) e ad una strategia di sfruttamento dell’immaginario collettivo che il pallone solletica, il calciatore è il testimonial più “profondo” (ovvero quello che ben scelto può dare il plus valoriale più forte) di tutti. Totti, Gattuso, Del Piero, Kakà, Ronaldinho superano in performatività attori dalla voce impostata e modelle dal silicone ben messo. Ma non bisogna mai esagerare. In questi due anni con un minor numero di partite disputate a causa di fastidi alla schiena e alle articolazioni più varie, Gigi Buffon ha messo la sua faccia per svariati spot: il nuovo “Fiorino Fiat Professional” (insieme anche ad altri juventini: c’era la voce del padrone che ha chiamato), il “Canta tu” di Giochi Preziosi (e va bene, essendoci alle spalle Preziosi, presidente della squadra per cui fa il tifo San Gigi), i “Kellog’s Coco Pops” (al di là dell’esperimento simil Air Jordan per “Space Jam”, non c’è grande voglia di rivederlo) ed infine il “Toys Center” (dove si scapicolla appeso a un filo. Con la tua schiena Gigi!). Al di là delle scelte di natura economica e di immagine che riguardano il giocatore e che potrebbero essere criticabili ma non da un tale qualsiasi che scrive su un blog, altamente disprezzabile, più che criticabile, sono le scelte strategiche che stanno a monte dell’iperpresenzialità pubblicitaria di Buffon. Il testimonial vale (e non sempre) solo se marchia a fuoco un solo brand e ancora meglio un solo prodotto di quel brand. Tutte le strategie pubblicitarie con personaggi divisi tra più brand non hanno portato a nulla. Forse solo Nastro Azzurro con Valentino Rossi ha avuto dei benefici, sicuramente grazie al fatto che Valentino sfrecciava la domenica con un bel logotipo del prodotto sulla carena. Usare Buffon, attualmente libero da grossi impegni perché infortunato, non è la trovata geniale che indirizzerà meglio il proprio target o accrescerà il valore d’immagine del brand-prodotto. Finisce per portare in dote solo confusione. Usarne poi quasi esclusivamente la faccia, con tagli di inquadratura ed espressioni quasi uguali per tutti gli spot, creerà ancora più confusione e distrazione nel telespettatore contemporaneo che ha bisogno di stimoli visivi e sonori sempre nuovi per accendere le antenne dell’attenzione. Signori “ho un budget illimitato”, sforzatevi un po’ di più. Non pensiate che il miglior portiere del mondo possa difendervi sempre da tutte le vostre svirgolate creative.

Un giorno in pausa

Quasi quasi oggi mi rifriggo un po’ di internet. Veleggio a piena forza sul mio sito preferito: www.storianazionaledicalcio.it.

E’ troppo spassoso passare il tempo con Zoff, Piola, Bulgarelli, ma anche con dioscuri oscuri, molto meno incliti, vedi William Negri, Ciccio Cordova, Castano. Bello tutto azzurro, come piace a me. Vediamo… una sezione quadriennale e basta. 1974 – 1977… il mio periodo più dolce, oggi è veramente una giornata speciale.

1974… allora mi lancerei subito sui tabelloni di Italia Bulgaria 0 – 0, le partite stupidotte, quelle trattate da sorelle sceme e ritardate, sono quelle che vado subito a palombare fino al fondo. Wow si apre….. che goduria l’attesa di notizie nuove. Amichevole a Genova, periodo di Natale. Mio papà nel ’74 era incinto di 21 anni, secondo me l’ha vista con le basettone sporgenti ed il baffo d’ordinanza post-sessantottino. Un tal Martini terzino sinistro. Ah, sì quello della Lazio scudettata che sculettava arroganza e maschiezza. Santarini libero. Il Santarini di : “Tela do io la erre moscia” di Oronzo Canà. Non lo sapevo che si era sporcato anche in azzurro. Damiani ala destra, era il festival dell’uvulare spinto. Re Cecconi che sostituisce Causio. Barone per paggio, ottima scelta. Che lupo quel Bernardini. Boninsegna – Chiarugi coppia di sfondatori. Anch’io adoro Bonimba, ho tifo e colera del Napoli, ma il Bonimba in strombazzata volante contro il Torino mi fa paura solo a vederlo. Quel Di Biase di Chiarugi, chissà quante frammischiate in area di rigore. Da far venire l’onfalite. Antognoni seconda partita. Il calcio di collo destro di Antognoni è una delle cose più goniometriche che esistono. C’era un odore di purezza quando colpiva i pentagoni optical. Da vertigine. Loro non hanno niente di conosciuto. Soliti ferrovieri del CSKA Sofia che randellavano i garretti dovechessia. L’arbitro Gonnella, strano italiano tra italiani. Non capisco…. misteri del 29 Dicembre.

1975…. URSS – Italia 1- 0. Dove c’è sovietico c’è casa. Mosca 8/6/1975, sai che leccornia l’arietta del disgelo sui baffoni di Benetti, eccolo di nuovo il ri – addensamento di sostanze microrganiche nella mia calotta. E Romeo il carrozziere rispunta. Che sballo di squadra. Sembra un ottovolante tattico. Bernardini e le droghe leggere, ottima fusion. Rocca terzino sinistro col due, Savoldi con agilità da panzer austroungarico arrugginito, ala destra, G. Morini ala sinistra, non ce n’erano più, è logico. Chinaglione, cinghialone da nove slabbrato per canotta due taglie inferiore. Risposta esatta. Loro: Onishenho e Blochin, midollo della Dinamo Kiev vincitrice della Coppa Coppe a Maggio. Due atleti da regime. Superuomini intelligenti e con due sfere nello scroto da rabbrividire. Segna il due, Konkov, secondo me su calcio d’angolo con capocciata iridescente, oppure su punizione da guercio. Dove la va la va.

1976…. 7/4/1976 Italia – Portogallo 3 – 1. Ho una foto di mia madre del ’76. Aveva una gonna giropassera. Ma era cortissima davvero. Non sembrava lei quando vidi quella foto. “Mamma”, le dissi subito saporoso “ma eri onicofaga?” Come fai a dire a tua madre che nel ‘76 vestiva con delle gonne vertiginose, se un secondo prima ti ha ripreso perché parli con la bocca piena. A sto punto è meglio un bel passaggio a livello su una frase insensata. Tardelli terzino, là è nato. Ah, anche Tardelli e come lo adoravo. Da piccolino volevo essere Tardelli. Poi sono diventato io. Mutazione genetica del cazzo. Rocca. Poverino. Si spataccò un ginocchio proprio in nazionale. Ogni volta che lo vedevo allenare l’Under 19 era sempre incazzato. Pensava alla gioventù, lo si vedeva dalle pupille contratte. Si ricordava di quando correva duro per i campi e magari in quel momento non poteva, altrimenti si sfibrava subito un tendine. Rocca è stato per me sempre un uomo infelice. Pecci-Antognoni. Che centrocampo. Giancarlo voleva la palla ed Eraldo la passava a Causio, sghignazzando per il poco humor. I gemelloni davanti. Due sarcofaghi dalla forza di quattro megattere. Pulici somiglia a papà, non è che voglio parlare per forza della mia famiglia però davvero ci somiglia. Ha la stessa aria da operaio FIAT che pensa alla busta paga, lo stesso scalpo a macchie marroncine e la stessa mascellona da pescatore del Mar Ligure. E siccome somiglio molto a papà, penso proprio che somiglierò a Pulici da cinquantenne. Antognoni, Graziani, Pulici, triangolo scaleno. Fraguito, ehehe che nome micragnoso. Conosco di là solo Jordao. Da me si dice “tien a ‘iord” quando sei un debosciato impenitente. E’ per tal ragione che questa mezzapunta lusitana mi ha sempre infrollito l’attenzione.

1976…. già è quasi finito il viaggio. Che cacchio! Per chiudere in bellezza sfottiamo un po’ il ricordo dell’albione maligna. Italia – Inghilterra 2 – 0. Questa partita l’ho vista alle quattro di notte nel ’92. Avevo dodici anni ed una leggera intolleranza all’uovo sbattuto. Tutta una notte in bianco mi fece degustare la meraviglia di questo incontro. Zoff da tutore dell’ordine in area copriva di traversine le zazzere squamose degli attaccanti inglesi. Cuccureddu, strepeva sulla sinistra, impaurendo Brooking con il tenore che in lui si nasconde. Tardelli, terzino destro di spinta, senza lode od infamia. Benetti, eccolo qui ancora mastodontico laocoonte della metà dei campi del mondo. In quel cerchio era una tigna perfetta, a quel mollaccione di Hughes gli scorporò un anno di vita. Poi mi vieni a dire come fa a non essere un onirico pensiero notturno. Gentile, stopper. Il solito stiletto d’acciaio. Mai un dubbio, mai un’esitazione. Un paralipomeni di Morini, in edizione cartonata. Facchetti, da parecchie partite libero. Harrison Ford slanciato nella nostra area di rigore che bacia il pallone con la fronte e schiaffeggia con il sinistro. Causio. L’MVP di quella partita. Una partita di una bellezza stordente fece il barone. Il goal di Bettega fu così. Palla di Benetti per Antognoni, alzata di capo e visione del sorpasso a sinistra di Causio dietro le spalle di Keegan, pallone smoccolato dal destro antognoniano tendente verso il baffetto. Prima dell’impatto vi è una danza caraibica in piena regola. Causio con due finte d’anca si frappone tra il pallone e Clement, spinge la pallottola con il tacco a superare a sinistra il terzinaccio, ma il pallone gli gonfia le mutandine a pois, accensione della freccia per il sorpasso a destra, immissione della seconda, terza e quarta marcia nell’avvicinamento al fondo, passaggio dosatissimo e girevole sulla giostra betteghiana. Scornazzata ragionevole del biancone. Palla a sinistra, portiere dall’altra. Causio come nella piazza di Lecce, un’azione folle e terrificante.

Capello, ragioniere in età. Graziani, bisonte dopo l’accoppiamento. Antognoni, vestale arrapante e negazionista. Bettega, un figo della madonna. A mia zia Annunziata piaceva Bettega. Mia zia si è sposta con Carmelo che fa il camionista, slitta sul Brennero due volte a settimana. Quando è lontano mia zia ricogita Roberto e quell’aria da poeta di corte. Basta adesso nazionale, è meglio vedere se c’è qualcosa da fare prima della lezione. Un’ultima cosa e poi attacco. Vorrei essere almeno Cuccureddu. In un prossimo cammino.