Archivi tag: Formula 1

INTERVISTA A GIORGIO TERRUZZI SU “SUITE 200. L’ULTIMA NOTTE DI AYRTON SENNA”

Quanto e come Senna ha cambiato la Formula 1?


Credo non esista un momento preciso. E non so nemmeno se abbia cambiato la “Formula 1”, se escludiamo cosa accadde dopo quell’incidente del 1° maggio. Senna piuttosto ha raccontato la propria storia che è anomala e particolarmente preziosa perché abbina talento e anima. Un campione e una persona fuori dal comune. Quando accade così, tutto cambia. Un personaggio lontano si avvicina a ciascuno di noi e lascia una traccia intima che non scompare. Tanto è vero che di Senna stiamo parlando ancora adesso.

Nel tuo libro racconti anche la storia di un borghese grande grande, per la sua capacità di andare oltre quello che era già stabilito dalla famiglia. Questa forza ribelle come si dimostrava?

Non parlerei di ribellione. Senna ha mantenuto sempre rapporti strettissimi con la propria famiglia. Soltanto negli ultimi mesi della sua vita ha avuto a che fare con un nodo rilevante. Un amore che la famiglia disapprovava. E questo ha generato un dolore doppio, se possibile. C’era stato un altro momento di attrito quando il padre, dopo la prima stagione in Inghilterra di Ayrton, avrebbe voluto trattenerlo in Brasile per farlo lavorare nell’impresa di famiglia. Ma fu evidente a tutti che la passione e il talento di Ayrton avevano una priorità.

Un po’ come per Maradona, Federer, Phelps, cosa voleva dire guardare Senna in pista?


Stato di grazia e classe; ferocia agonistica e sensibilità. Soprattutto dedizione al lavoro. Senna era un monaco da pista. Un autentico buon esempio. Era ossessionato dalla necessità di offrire alta qualità, di restituire in termini di prestazione ciò che aveva ricevuto in dono dal destino.

Senna è diverso dal passato, ma anche dal futuro. Lo è per stile, storia o vicende vissute in F1?


Lo è per qualità umane. Una persona pubblica sempre capace di esporsi e di manifestare i propri sentimenti. Credo che sia questo il punto nodale. Tanto è vero che Senna è ricordato da tante persone non necessariamente appassionate di corse. È ricordato come una persona capace di sentire, di badare all’altro, a chi resta più indietro. E di manifestare questa necessità.

Molto bella l’idea narrativa di raccontare l’ultima notte di Senna. Avevi pensato anche ad altri inneschi narrativi per raccontare una fine improvvisa?


No, è accaduto tornando con la memoria a quei giorni, a quella fase così importante della vita di Ayrton. Così ho immaginato qualcosa che riguarda ciascuno di noi: una notte, un momento di riflessione profonda al cospetto di una serie di scelte e di criticità. Che poi fosse l’ultima notte è una circostanza decisiva perché trasforma un eroe umanissimo in una figura tragica. Dunque mi sembrava una occasione narrativa molto particolare e densa. Decisi di andare dove Senna aveva trascorso le sue ultime ore, di restare una notte in quella stanza, di incontrare le persone che gli furono vicine e quindi pensai che il libro avrebbe potuto nascere da quel contesto così particolare. Un uomo dotato di spiritualità, di capacità introspettive particolari, alle prese con se stesso in un ambiente ridotto e in un tempo ridotto.

Leggendo il tuo libro, mi veniva in mente la parola dolcezza. È il sentimento che emerge prima fra tutti quando pensi a Senna?


Dolcezza, tenerezza. La sua immagine è rimasta quella di allora. E di fronte a quell’immagine trovo anche la mia giovinezza, i sentimenti che riguardano molte persone. Ayrton mi commuove sempre. Nella sua immagine c’è un tempo perduto ma anche una istigazione a fare bene, meglio, nel presente. Per molti versi è una questione etica.

Su quale altro sportivo scriveresti un libro?


Ho scritto libri su Achille Varzi, su Alberto Ascari, su Valentino Rossi, un romanzo ispirato da alcuni ragazzi che ho incontrato nel Rugby Milano. Mi hanno interessato Muhammad Ali come Fausto Coppi, come Marco Pantani, come Maradona. Dove c’è una storia c’è dell’oro. Ma c’è oro anche nelle storie di persone non note. Vedremo.

Quali sono per te i 3 libri di letteratura sportiva da leggere a tutti i costi?


Prima di leggere libri di letteratura sportiva serve leggere. Leggere, leggere, leggere. Soprattutto se ti interessa scrivere. Poi, la scelta dei volumi è sempre un fatto personale, segue un gusto individuale.

Felice di avervi fatto ricredere. Intervista ad Alex Zanardi

Alex Zanardi. Per fortuna a volte basta il nome per aprire nella mente di chi legge o ascolta un vero e proprio mondo. Zanardi è troppe cose per fare il cappello ad un’intervista. Per non scrivere righe inutili, che hanno il solo compito di ripetere quello che tutti sanno, io direi che Zanardi è vita che corre, e non è facile stargli dietro.

Signor Zanardi, questo blog cerca “disperatamente” di parlare di libri e sport. Uso quell’avverbio perché è difficile far credere due cose: la letteratura sportiva è un genere che sforna spesso libri di grande livello culturale e gli sportivi leggono (davvero?). Lei come è messo?

Io leggo molto, anche se preferisco libri non impegnativi. Il libro deve essere avvincente per farmi entrare nel mondo che descrive, deve essere il libro a catturarmi, non la mia cultura a permettermi di decifrare un testo che è troppo complesso e che ha bisogno di troppo impegno per essere compreso.

E poi molti sportivi scrivono (anche questo è difficile farlo credere). Anche lei ha scritto un pezzo della sua storia.

La biografia è uscita nel 2003, per cui sarebbe giusto fare un aggiornamento, però mi sembra di voler raccontare a tutti i costi me stesso, quando la gente sa già tutto e può anche non interessare più di tanto. Il libro è stato scritto nel 2003 e mi rappresenta tantissimo, l’ho scritto con il cuore e mi piacerebbe scrivere magari un romanzo che abbia a che fare con le corse.

In un team di Formula 1, le piacerebbe lavorare?

Al momento non vedo nessuna posizione che potrei occupare con entusiasmo.

Fra quelli incontrati in carriera, qual è stato l’avversario più forte?

Ho avuto la possibilità di misurarmi con grandi piloti come Senna, Piquet, Mansell, ma quello con cui mi sono scontrato sin dai go kart e poi in Formula 3 e Formula 1 è stato Shumacher, che apprezzo come avversario perché è dotato di un talento più unico che raro.

Qual è stata la gara o la vittoria che ricorda con più piacere?

Per mia fortuna sono tante, ma ricordo ancora con affetto la mia esperienza triennale in America. La vittoria che mi ha esaltato di più è stata quella a Lon Bridge, nel 1998, quando ero addirittura doppiato e riuscii a vincere grazie a dei sorpassi mozzafiato. Ancora oggi i tifosi mi ricordano per quella vittoria.

Sicurezza sui circuiti: quali sono, a suo giudizio, gli interventi più necessari e più urgenti?

Le piste seconde me oggi sono abbastanza a posto, bisogna dare priorità alle auto, le forme di sicurezza passiva in caso di incidente.

Lei ha sempre detto che si ritiene un uomo fortunato dopo l’incidente. Ci può approfondire il concetto?

È vero, quando dico che sono un uomo molto fortunato la gente si stupisce. Quando faccio determinate affermazioni, nel mio caso pensano al dramma, alla tragedia, agli episodi gravi che possono toccare ognuno di noi. La mia ripresa è stata notevole, ma tutto sommato normale per uomo che nella vita si è dovuto attrezzare per affrontare le avversità. Io avevo tutte le risorse per farlo, anche economiche, non mi voglio nascondere dietro a un dito, non è stata tutto forza della volontà. A 34 anni ho una bella moglie al mio fianco, un figlio, una famiglia già formata, una tranquillità economica, senza dovermi preoccupare di come sbarcare il lunario e oggi che sono riuscito a riconquistarmi la mia indipendenza, più che disabilità la chiamerei nuovo tipo di abilità. E poi questa condizione mi ha fatto scoprire anche nuovi passatempi, aperto nuove prospettive.

Qual è stata la molla che l’ha spinta a tornare a correre?

Non serviva nessuna molla, ma quello che mi ha spinto a tornare al volante e stata la possibilità di poterlo fare. Una casa automobilistica come la Bmw si è messa a disposizione per questa mia sfida. Chiaramente con me la BMW ha avuto un’esposizione mediatica importante, ma devo solo ringraziarli perché sono stati loro a pensare insieme a me che un uomo senza gambe potesse guidare, partecipare ai campionati, scontrarsi con piloti professionisti e arrivare addirittura a vincere. Ad alcuni, anzi a molti, questo era utopia. Felice di averli fatti ricredere.