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Recensione di Fughe per la vittoria – BIMED Edizioni

Fughe e vittoria. Tante e una sola. Che non arriva mai, non la raggiungi se non col sogno, il desiderio, con il racconto. E allora 20 racconti di fughe quelle raccolte in “Fughe per la vittoria” (BIMED Edizioni), scritte dagli autori dell’Osvaldo Soriano Football Club per sostenere la Fondazione Borgonovo.

Sono fughe circolari, come quella di Carlo D’Amicis, con il suo organizzatore di partitelle, un po’ sacerdote dell’amicizia obbligatoria, un po’ menestrello della totale abitudinarietà da cui è difficile uscire e grazie alla quale sopravviviamo. Ci si innamora e si svicola. Ma solo per un attimo. Tutto passa, il calcetto no.
Fughe all’indietro, come quella di Marco Mathieu, con il racconto raccontato della signora Paola sul grande Torino. Erano sì i ragazzi più bravi nel giocare al pallone e quelli di cui tutti la città parlava, ma anche quelli che si coprivano di brillantina perché così andava e facevano gli scherzi con le pesche e la banana per far fintamente arrossire le signorine.
Fughe senza meta di Paolo Sollier, fantastiche come tutti noi vorremmo. E poi la fuga incontra la realtà, quella cosa con la faccia da schiaffi. Che fai, t’incazzi? I migliori ripartono, tutti gli altri diventano lavoratori dipendenti con quattordicesima.
Fughe immaginate di Mirko Romano, sempre più nostro pane quotidiano. Un termine che calza per la generazione che viviamo è illlusionabile. Tutto sembra un traguardo in meno da raggiungere. Il passo dopo però la stessa disperazione.
Fughe con gli occhi di Francesco Trento, saggio di scrittura in movimento il suo “A tempo scaduto”, racconto di una rapina che dà invece di togliere. Divertissement 2012 la storia degli stranieri che ci tappano la bocca e ci svuotano la casa, mentre Juve-Roma apre la porta a quello che più ci interessa. Può il calcio dare così tanto, si chiedono gli appassionati di bamdinton  (ci sono, c’è un gruppo su Facebook)?
Fughe in avanti di Enrico Remmert, come a suggellare l’attimo in cui si diventa quello che si è (almeno per il bigliettino da visita). Il momento è nell’aria, capire quando è arrivato ce lo fa rivivere mille volte, con la stessa felicità.
Le fughe per la sconfitta di Sandro Sartori, e quelle (oh! finalmente) per la vittoria di Marco Bernini, che portano però allo stesso punto, descritto in tre pagine dall’ultimo racconto di Gianluca Favetto: un luogo dove un uomo può deviare e pulirsi il culo mentre il mondo procede col suo passo.

"Era l’anno dei Mondiali" dell’Osvaldo Soriano Football Club

Sono passati 7 anni dalla lettura a perdifiato (il fiato si mozza anche da seduti, per colpa della bellezza) di Schema Libero, raccolta di racconti degli autori dell’Osvaldo Soriano Football Club. Non l’ho in questo momento sottomano ma non posso dimenticare, tra tutte, la storia, per il calcio scema (in Campania vuol dire con poco sale), ma per la letteratura perfetta, del destro di Scaratti in una fredda giornata polacca.
Dal caso Scaratti e dagli altri racconti di quella raccolta, mi fu chiaro che scrivere di calcio è come ricamare ad uncinetto: per ridare un lavorato pregiato bisogna partire dal guizzo di un singolo punto.
Questa estate, una nidiata altra dell’Osvaldo Soriano ci ha riprovato, legandosi al Corriere delle Sera, con “Era l’anno dei Mondiali”, soggetto strappalacrime come pochi per l’italiano vero, diviso perfettamente a metà: c’è chi calcola gli eventi personali a partire dall’acquisto dell’automobile e chi dall’inizio del campionato mondiale di calcio. Ogni mondiale da il senso di una crescita, fa tirare una riga su quattro anni di esperienze che vanno a frullarsi nel destro di un’ala lenta o nella parata a mano aperto di un portiere basso.
Anche per “Era l’anno dei Mondiali” vige, legge di gusto che diventa stile, l’approccio minimale, esaltando un gesto, un personaggio secondario, un aneddoto che ne richiama in testa tanti altri. Fabio Geda ci parla di Langenus, una pertica belga che fu fatto arbitro della prima finale della storia, Paolo Sollier della scoperta del termine oriundo, Carlo Grande di un ‘66 stupendo perfino per gli inglesi, Alessandro Perissinoto di un culo che, come sanno anche le pietre, può oscurare il mondo. Altri racconti tirano fuori vicende di strada e campi di campagna (Claudio Menni), la parabola del campione distrutto e distratto (Luigi Sardiello), Via Pal alla casertana (Francesco Forlani), la scia di un capolavoro (Azzurro Tenebra con Carlo D’Amicis), l’avventura contrastata del sogno ’82 (Francesco Trento) e quel tiro di Cubillas, visto in una tv troppo bombata e ricordato, come deve essere per le tracce d’amore, di notte (Sandro Veronesi). Tutto ruota intorno al ritratto di Varela fatto dall’Osvaldo in persona, perno mica male intorno a cui far girare la squadra.
I racconti accompagnano lo scorrere dei Mondiali, dicendoci qualcosa sulla Storia, ma per fortuna restando lontani dall’”io c’ero”, tomba di ogni vicenda veramente appassionata.