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Il numero 10 non serve più – Il caso Lanzini

lanzini-655282Mi rendo conto che quando c’è la settimana delle Nazionali, gli interessi calano un po’ e forse calano anche le vendite. Sarà per questo che in quella settimana la Gazzetta dello Sport ha ripescato un motivo sempre valido per fare un po’ di casino: “Aridatece er numero 10”.
Il tema da Sacchi in poi è sempre caldo e viene spesso riproposto appunto quando gli interessi scemano (e quest’anno con questa Juve e questo Napoli tutto scemerà prestissimo).
I preconcetti mi fanno schifo ed è per questo che ho visto le partite di questo weekend pensando all’aridatece di cui sopra, cercando di capire se davvero manca il 10 e se serve sopratuttto.
Vedendo la serie A di ieri ho visto molti 10 in azione. Cosa sono infatti i vari Caprari, Birsa, ovviamente Saponara e Insigne? Hanno tutto quello che il vecchio 10 aveva al doppio della velocità e con il doppio dell’aggressione avversaria addosso. Posto quindi che i 10 ci sono ancora, la riflessione era anche sulla dimensione tattica del numero 10, quel ruolo di acceleratore finale della manovra d’attacco posizionato fra le linee di centrocampo e attacco, senza quasi nessun compito difensivo se non un leggero pressing sul mediano avversario. Ecco, può e deve esistere un giocatore del genere oggi?
La risposta mi è arrivata subito sabato pomeriggio guardando West Ham-Watford. Quel romanticone di Bilic schiera due attaccanti, Zaza e Antonio (attaccanti moderni che danno una grande mano anche in fase di pressing), una mezzala di fantasia, Payet, il quale se non in gran forma, come sabato, protegge molto poco, e il famigerato numero 10, l’argentino Lanzini. La prima mezzora degli Hammers è stata supmeggiante e al 33’ Antonio aveva già segnato due gol, con assist di rabona di Payet, passaggi illuminanti di Lanzini e un ottimo Zaza al debutto. Roba da palati fini in pratica.
Ma appena è calata la rabbia e la forza dei due attaccanti, Payet si è ammosciato fisicamente e i due mediani, Kouyatè e Noble non sono riusciti più a coprire tutti gli spazi che si aprivano alle loro spalle, un Watford molto metodico e schierato in campo senza troppa fantasia da Mazzarri ha segnato quattro gol, vincendo facilmente la partita.
Sulle fasce Holebas e Janmaat hanno dominato mentre il 10 (che 10 non sembra secondo la vulgata) del Watford, Pereyra, ha creato continuamente la superiorità numerica che portava a far collassare il West Ham su un lato e spalancare il lato debole senza nessuna copertura (vedi terzo gol Watford).
Ma è il secondo gol il manifesto del perché un 10 classico non può più giocare nel calcio contemporaneo: Holebas sale senza essere pressato a sinistra, Ighalo taglia dietro il terzino e il greco lo serve. Il centrale difensivo di destra, Collins non può aggredire Ighalo perché Noble, sfiancato dal lavoro di supporto a Payet e Lanzini che ovviamente non tornano sui terzini, non può uscire per chudere. Per mettere una pezza su Ighalo, entrato in area, recupera affannosamente il terzino Byram, ma Ighalo è già molto vicino alla porta, con un’opposizione “affaticata” e poco lucida di Byram. Ighalo lo capisce, avanza un alto metro, tira e segna.
Una mezzala contemporanea che non dà copertura sugli esterni e non sostiene i mediani nello schermare il fraseggio avversario oggi non è sostenibile. Lo dico con certezza ma senza malinconia perché tanti altri numeri 10 in posizioni e con compiti più ampi esistono e ci deliziano ancora oggi.

Le parabole sportive e noi

paolo__codo_giornalista_della_gazzetta_dello_sportSolo oggi ho letto (per fortuna non mi è scappato) una riflessione di Paolo Condò sullo sport. Lui è uno dei pochi che per definirlo dici che scrive di sport, ma alla fine parla di noi e del mondo.
Ero lì che leggevo e mi arriva un suo bel (perché usare altri aggettivi) pensiero. In sintesi: la parabola dei campioni dello sport crea un trasfert psicologico con quello che viviamo e siamo negli stessi anni. Le sensazioni positive non riguardano solo il presente che percorriamo insieme, perché servono a fissare anche il ricordo di quello che abbiamo vissuto e come siamo cambiati in quel periodo della nostra vita.
Condò dice una cosa che volevo dire io (succede spesso, vacca boia, ma lo fa prima che io nemmeno ci abbia pensato. Lì mi frega.) però già che ci sono mi va di aggiungere.
Le grandi epopee italiane spesso si legano oltre che a vissuti personali anche a parabole socio-storiche di un certo tipo. Facciamo due esempi per capire meglio: il Milan di Sacchi si inserisce anche nella costruzione di un mondo di ideali del tutto nuovi per il nostro paese, divenuti poi Berlusconismo, con i giudizi di valore che ognuno vorrà dare. Ma quella trasformazione sociale tutti l’hanno vissuta.
Anche il Napoli di Maradona non è stato soltanto un percorso soggettivo, in quanto la città in quegli anni esprimeva artisti come Pino Daniele e Massimo Troisi e Maradona era una sorta di stella cometa accecante su un presepe mai vivo e splendente come in quegli anni.
Dagli esempi traggo che oltre la dimensione personale dei ricordi, le grandi parabole sportive prendono vita ma allo stesso tempo impattano su tessuti socio-storici predisposti, che fanno la Storia dei paesi coinvolti.
Insieme a questo mi faccio poi una domanda? Oggi quale parabola sportiva può essere storicamente influente per il doppio livello personale e sociale? Stringiamo il campo all’Italia e al calcio, perché Federer di sicuro influenzerà le vite di alcuni ma non può avere l’impatto di uno “sportivo-squadra” italiano in uno sport nazionalpopolare. L’unica squadra memorabile fra venti anni potrebbe essere la Juve, ma già oggi non muove gli spiriti come le squadre che ho indicato sopra. Mancano due grandi cose: la prospettiva innovativa e il campione epocale. Per il secondo, quando in giro c’è, servono i soldi. Per la prima, quando arriva, serve la fede di chi ci mette i soldi e la fortuna. Ci sono parecchi incroci necessari per avere qualcosa di memorabile eppure in periodi di crisi sistemica come gli anni ’70, ricordiamo comunque la Juve tutta italiana e i suoi duelli con il Torino, la meravigliosa nazionale d’Argentina e appena dopo la nazionale di calcio del 1982 che apre una nuova era.
Siamo in una fase di opacità storica forse mai vissuta. L’Italia è il nuovo terzo mondo per interessi e possibilità di investimento, il calcio ne riflette la pochezza. Non possiamo avere i campioni epocali già pronti e se li prendiamo giovani poi dobbiamo rivenderli. Potremmo avere idee su come giocare e fare un passo più in là rispetto al consueto. Storicamente in Italia c’è riuscito solo Sacchi perché aveva alle spalle gente che voleva costruire una nuova nazione e ha ben pensato che il calcio era un segmento di consenso necessario. Forse questa volta tutto potrebbe nascere e crescere solo per motivi e interessi sportivi. Noi che siamo la tradizione calcistica dobbiamo trovare chi ci porta in un futuro lontano, quando per noi è già distante il presente. La vedo difficile ma spero per i ragazzi di oggi che qualcosa succeda.

L’acquaticità nel calcio contemporaneo

Luigi Garlando qualche giorno fa sulla Gazzetta scriveva di “acquaticità” (mio virgolettato) come parametro per definire le squadre che giocano meglio. Un concetto molto giusto che sarebbe bene approfondire.
Per acquaticità s’intende la capacità di essere adattabili alle situazioni endogene ed esogene e la fluidità nella gestione in corso delle partite. Un parametro davvero fondamentale se consideriamo quanto in fretta crollano i trend di difficoltà nell’affrontare i sistemi di gioco delle squadre.
Un esempio su tutti può essere il Napoli (lo fa anche Garlando). Lo scorso anno il Napoli dominava attivamente le partite, impostando un gioco vario che riusciva a coinvolgere le fasce laterali con Maggio-Dossena e quella centrale con Hamsik incursore-goleador. Oggi le domina passivamente, non riuscendo mai a crearsi spazi oltre le linee avversarie. Le uniche squadre contro cui il Napoli sorprende sono quelle che non l’hanno mai affrontato. Un esempio è il gol di Maggio al Bayern Monaco. Nessuna squadra italiana permette più a Maggio di sbucare alle spalle del terzino, con la porta di fronte senza ostacoli, facendo scalare con rapidità il centrale destro.
In Italia invece il gioco del Napoli zoppica e questo è dovuto alla mancanza di acquaticità del sistema, da Mazzarri quasi mai rivisto almeno in partenza, ma anche degli uomini, poco flessibili e adattabili non solo in ruoli diversi ma in proposizioni differenti del ruolo stesso durante la medesima partita.
Per fugare i dubbi, mi spiego: non parlo di competenze multiruolo ma di una sapienza calcistica molto più ampia che include una vera e propria intelligence gestionale delle proprie risorse e competenze calcistiche che è difficile ritrovare in molto calciatori. Bisogna riparlarne.