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Tradizione e modernizzazione alla tedesca

Tradizione e modernizzazione, se fosse un’azienda la Germania sarebbe prima in tutte le valutazioni economico-produttive ma anche per quanto riguarda la qualità di vita degli impiegati-operai. La tradizione è la scuola, il metodo di intendere il calcio, la struttura organizzativa. La modernità è la capacità dei tecnici federali di prendere il meglio dagli stimoli tattici contemporanei. Loew ha preso l’attacco-Mourinho (4 punte mai immobili sul campo, con le ali a retrocedere sulla mediana, il centrale dietro la punta a pressare sul regista e la punta a svariare incontro e in largo) e lo ha ridefinito in relazione ai suoi uomini e alle loro caratteristiche (Lippi, lo farà?). Ma questo attacco è solo la versione moderna di una meccanica di attacco-difesa molto antica, che proprio in Germania ha avuto la migliore vetrina. Podolski-Ozil-Muller-Klose sono solo gli ultimi quattro di una lunga catena, che potremmo far partire con Grabowski-Seeler-Muller-Held, per passare poi ai campioni mondiali Hoelzenbein-Hoeness-Muller-Grabowski, fino agli altri campioni del mondo Hassler-Matthaus-Klinsmann-Littbarski. Niente si crea e niente si distrugge nel calcio in generale e in quello contemporaneo soprattutto e la capacità di unire esperienze di un modulo con le nuove esigenze di movimento continuo da parte delle punte fanno di questa Germania una squadra bellissima da vedere e difficile da battere.

Germania – Hertha Muller – "Il paese delle prugne verdi" 32 squadre-32 libri

Arriverà di nuovo in fondo? Sarà sorniona e paciosa per tutto l’inizio torneo, per poi piazzare le stoccate giuste dagli ottavi in poi? Se nei 3 Mondiali precedenti le risposte potevano essere diverse, quest’anno sembrano tutti d’accordo che per la Germania sarà proprio così (tanto gli amici teutonici non sono superstiziosi).
La squadra viene dalla rinascita della passione nazionale nel 2006 e da un Europeo giocato al meglio delle proprie possibilità. Il cantiere Germania è praticamente chiuso e Low ha chiare idee sul calcio e sugli uomini. In porta solo Enke poteva fare ombra a René Adler, strepitoso nel Bayer Leverkusen schiacciasassi del girone d’andata. In difesa resistono i titolari del’ultimo decennio: Metzelder, se risorge ancora una volta sentendo profumo di Germania, Mertesacker se non succede un cataclisma, Friederich e Lahm terzini. Alle loro spalle Low ha deciso di puntare forte sui campioni d’Europa Under 21 con i terzini Beck dell’Hoffenheim e Boenitsch del Werder Brema e i centrali Boateng e Serdar Tasci, di origini ghanesi il primo e turche il secondo. A centrocampo le scelte sono più nette. Ballack, Schweinsteiger e Hitzlsperger giocheranno sempre, a sinistra farà il pendolo Podolski e le uniche due note nuove saranno i fantasisti Marko Marin e Mesut Ozil, poco più di un quintale in due ma con quello che serve nei match troppo tattici. L’attacco ha la solita certezza, Klose, e un grande giocatore che deve cercare di mettersi in luce con la Nazionale: Mario Gomez. Potranno sovvertire le gerarchie solo i due Leverkusen, Toni Kroos, fantasista classe ’90 ancora intermittente ma spesso molto brillante e Stefan Kiessling, biondone dal coraggio e dalla poca grazia alla Klinsmann.
I tedeschi devono condividere con la Romania l’ultimo premio Nobel. Figlia di contadini svebi (minoranza tedesca in Romania), Hertha Muller è la voce più vera del regime di Ceausescu e delle sue tremende privazioni. Quest’anno ha vinto il Premio Nobel e l’abbiamo scoperta; molto spesso a Stoccolma decidono quello che è bene per noi. Hertha Muller ha sempre avuto la voglia di raccontare il presente che viveva o del quale aveva esperienza e la sua particolare condizione ne ha fatto un simbolo di libertà.
Scritto in tedesco, “Il paese delle prugne verdi” (Keller, 2008) è un libro meraviglioso, sospeso a mezz’aria nella rarefatta e impossibile aria romena degli anni ’80. Un suicidio-omicidio dettato dalle costrizioni fa smuovere gli animi e le menti di giovani che non riescono più a non vivere. La prosa quasi cantata di Hertha Muller ti porta con sé nelle tradizioni di un popolo nel popolo, tra i pensieri annullati dalla violenza del regime. Il dittatore è un ombra, vive nelle paure di tutti e nei pensieri più cupi. La stampa lo mette in pericolo di vita ogni tre settimane, per capire meglio chi è a favore e chi contro. In questa condizione la protagonista che narra le vicende e i suoi tre amici sentono tutto il soffocamento di una città romena in quel tempo, dove ci si prostituisce per pochi grammi di frattaglie (ma non c’è disperazione ne l farlo, quasi leggerezza), dove l’intimità non esiste e conta solo il controllo e il tradimento. A prima vista sembra un libro incoerente: pagine e pagine di melodiose sensazioni e ricordi, scritte senza nessun motivo apparente, inframmezzati da momenti in cui è descritta la vita sotto dittatura. Solo dopo aver letto molto però, quelle finestre surreali si illuminano e prendono senso, quei momenti di distacco dalla realtà fanno parte di un grande disegno ricamato dalla memoria e dalla storia che vive sottotraccia e pulsa nel cuore degli uomini romeni.

"Currywurst sotto la Fernsehturm". Reportage di uno sportomane da Berlino.


Per l’irrequietezza tradizionale che serpeggia nella mia famiglia e per la inusitata voglia di scappare dal San Valentino di cioccolato io e la mia trequarti (che da questo momento chiamerò “la Sara” per darmi un vezzo settentrionale) siamo salpati alla volta di Berlino, di venerdì. Chiaramente, da malato acuto di sport ho prestato la medesima attenzione al Brandeburg Tor e all’animata discussione tenuta negli studi della ZDF sulla difesa del Bochum, per cui questo può essere un reportage su cosa mi è sembrato lo sport tedesco nei miei tre giorni berlinesi (chiaramente potevo dare di più, ma la parte semplicemente turistica mi ha rubato ore fondamentali per vedere qualche gara di skeleton in più).
Venerdì sera, mentre vaghiamo in una Postadmer Platz nel bel mezzo di un -6° in cerca di uno stimolo fotografico, mi capita di intravedere Timo Hildebrand fanfarone come non mai regalare una comoda vittoria al Bayer Leverkusen. La doppietta di Helmes per i giornali del giorno dopo sancisce una doppia verità: il centravanti del futuro è questo ragazzino impertinente che giocava nel Sportfreunde Siegen e la favola dell’Hoffenheim sta per tramontare. Ma lo spazio più vasto nei giornali del sabato erano per Kathrin Hölzl, vincitrice a sorpresa della prova di gigante femminile nei campionati del mondo di sci della Val d’Isere. A dire la verità, fin da questa gara le attenzioni mediatiche erano spostate tutte verso Maria Reisch, vedette anche per presenza scenica dello sci alpino tedesco.
Il sabato è stato un giorno davvero speciale. Al di là che stare a guardare la Torre della Tv immersa nella foschia nevosa è uno spettacolo che confina con il fantasmagorico, meraviglioso è stato anche vedere già dalla mattina un fluire dolce di tifosi dell’Hertha che si dirigevano verso l’Olympiastadion colorando di azzurro e bianco i vagoni della U-Bahn. Può sembrare la cosa più melensa di questo mondo, ma vedere famiglie con genitori sessantenni e figli ventenni andare a tifare la propria squadra con un barattolo di crauti in mano è qualcosa che in Italia non ho mai visto e non solo per la difficoltà di recuperare quel cibo. La partita era davvero succulenta, Hertha-Bayern, e il Berliner Zeitung titolava “Gotterdammerung” con un visual in prima pagina sportiva che metteva faccia a faccia i due fratelli Hoeness (Dieter, dirigente dell’Hertha e Uli, direttore sportivo del Bayern). Quando la Sara si accorse che guardavo con desideroso abbandono quelle sciarpe, per abortire ogni mia illazione del tipo: “E che ne dici se nel primo pomeriggio andiamo allo stadio a vedere Hertha Berlino-Bayern Monaco? Ha vinto lì i mondiali l’Italia!”, mi ha trascinato al Pergamon Museum per buone tre ore tra Kore con la testa mozzata, battaglie furiose tra giganti scioccanti per bellezza e altezzosi dei e il blu violaceo della porta di Ishtar. Fuori mi è arrivata all’orecchio una di quelle coincidenze che ti capitano una sola volta nella vita: l’Hertha aveva vinto grazie ad un grande Voronin e un pessimo Lam ed era prima in classifica dopo un sacco di tempo. Quando uno dice il caso. Dopo aver percorso tutto l’Unter den Linden e la Karl Marx Alle (con riposino-merenda ad Alexander Platz a base di currywurst e kartoffel), noto nella tv di un bar una pubblicità che mi sembra di aver già visto. Boris Becker promuove il sito di poker online Poker Stars, ma a differenza della metafora tango-poker scelta per il mercato italiano, in Germania l’advertising si basa sull’idea che attraverso il gioco del poker si può diventare burattinai del destino altrui, ma solo fino a che qualcun altro non prende in mano il nostro. Se compresa, sembra essere più una pubblicità progresso contro il gioco d’azzardo che un filmato promozionale. Mah…
Il tour continua tutta la sera con cena finale a base di patate immerse nella panna acida e birra. Tornati all’ovile, verso l’una scopro con enorme piacere che sulla D:SF danno un programma totalmente incentrato sulla giornata di campionato (solo il giorno dopo in un notiziario so della vittoria mondiale di Maria Reisch nello speciale femminile. La fiducia in lei era quindi ben riposta). Mentre la Sara sprofonda nel sonno, io mi godo due ore di filmati delle partite (molto particolari questi highlights perché mentre i nostri iniziano sempre con la giocata decisiva del match, in Germania la prima immagine dove si riassume la partita è sempre una giocata non importante per il risultato. Ad esempio, per Bochum-Shalke 04 il servizio si è aperto con una mezza gomitata di Rafinha rifilata a Sestak in area di rigore, mentre per Werder Brema-Borussia M’Gladbach con una occasione fallita da Mesut Ozil), di commenti e di interviste (delle quali non ho capito un’acca). Alle 3.30 della mattina tiro delle somme: 1) dopo aver visto le papere di Neur, Enke e Adler, capisco che la Germania non sta messa tanto bene a portieri. 2) Dobrovski è la bandiera e il trascinatore del Bochum 3) Il portiere belga del Borussia Mönchengladbach, Logan Bailly, è il nuovo Preud’Homme 4) Dopo che è intervenuto in studio, ho capito che Diego è un uomo di poche parole con un carattere bello tosto 5) Josip Simunic, sul quale già nutrivo dubbi riguardo la sua stabilità mentale, è da oggi in poi un giocatore che amerò per sempre dopo averlo visto scartare di tacco nella sua area di rigore Klose, Donovan e Schweinsteiger. Mi addormento con questi pensieri che straripano.
La domenica mi sveglio con la calma dei morti e vai con la tv. Cambio giusto un paio di canali e mi arriva la bella notizia che ci sono i mondiali di biathlon a Pyeongchang, in Corea del Sud e la gara che si sta svolgendo è la 10 km inseguimento donne. Mi aggiusto nel letto e all’improvviso mi si apre un mondo che dura il tempo della chiamata a rapporto per la colazione. Chiaramente dopo tre secondi di telecronaca, mi domando: “Quale altro paese da uno spazio così grande al biathlon, sport che, anche se in Italia avessimo possibili medagliati in un mondiale le nostre tv e il pubblico seguirebbero con il solito interesse annoiato che concediamo allo slittino, alla ginnastica ritmica e al nuoto sincronizzato?”. Qui invece oltre alla bellezza di questo sport, mi rendo conto anche dell’importanza data ai protagonisti degli sport minori in Germania. Atlete come Magdalena Neuner, seconda al traguardo dietro la svedese Johnsson, Kati Wilhelm, quinta, e Martina Beck sono delle atlete seguite e molto considerate. La Neuner l’ho poi beccata con i suoi occhi azzurri su Vox a pubblicizzare delle barrette energetiche e al Kadewe (il più grande centro commerciale dell’Europa continentale) sulla copertina di un videogioco di biathlon per Nintendo Wii. Altro mito del biathlon femminile è Simone Hauswald, intervistata per 15 minuti buoni anche perché in questa occasione era la beniamina anche del pubblico di Pyeongchang, essendo figlia di padre tedesco e madre coreana. Sarei stato ore a vedere il biathlon, ma vengo richiamato all’ordine: Est Side Gallery con i suoi graffiti (uno era fantastico: Ernesto Guevara che indossa la maglietta con la faccia del “Che”. In un’immagine tutta la stupidaggine delle icone global-politiche che fanno moda. In un mercatino c’era anche la maglietta con la faccia di Obama vicina a quella con la faccia di Bud Spencer. Mah…), museo della DDR, foto tra Marx ed Engels, Checkpoint Charlie e il Jüdische Museum sotto il silenzio della neve, altra esperienza quasi irreale da raccontare ai nipoti (anche se dubito che staranno a sentire un vecchio rimbambito). Tornato a casa riacchiappo un programma sul calcio che parla della Zweite Liga e due immagini mi restano in testa: Rukavina che fa un goal al volo e il giovanissimo Lewis Holtby il quale dopo aver segnato va a festeggiare in tribuna con mamma e papà. Poco dopo si parla dei posticipi di Bundesliga e godo degli highlights di Borussia Dortmund-Energie Cottbus e Amburgo-Arminia Bielefield, dove Jarolim durante un’accesa discussione con un avversario gli ha preso le palle e le ha strizzate con forza assassina (sai che spasso il referto del giudice dopo la prova tv). Durante i programmi, le pubblicità vedevano protagonisti spesso personaggi dello sport e con mio sommo gaudio mi sono accorto che molti atleti di sport altri sono “utilizzati” come testimonial per i prodotti più vari: Novitzki promuove la DBA i fratelli Kilitschko degli integratori, e altri come la medaglia d’oro a Pechino nel sollevamento pesi categoria open Matthias Steiner per dei programmi sportivi in onda sulla D:SF. Questo è un altro segno del rispetto e della considerazione che i tedeschi nutrono per gli sport “minori” e per gli atleti che, mi diceva un mio amico tedesco, sono ammirati molto di più dei calciatori. La pacchia finisce verso le 21.00 e si riscende in strada per vedere il quartiere Charlottenburg, dove c’è la Gedächtniskirche che è rimasta un rudere in ricordo della spaventosa pericolosità delle guerre e per andare a mangiare in un ristorante turco nel Kreuzberg, dove di tedeschi non ne ho visto mezzo. Allettato alle 2 scopro altre due cose stuzzicanti. Prima di tutto un programma di semplice analisi tattica delle partite, dal titolo “Spieltaganalyse” e con in studio Olaf Thon (in Italia sarebbe il mio programma preferito; pensateci almeno voi, guru della tv satellitare), nel quale si parla del perché Lam ha sbagliato il movimento in diagonale su Voronin nel primo goal dell’Hertha e del come attua perfettamente la tattica del fuorigioco il Borussia Dortmund dopo l’avvento di Klopp. L’altra cosa che vengo a sapere è l’avvio di un ciclo di documentari sulla storia del calcio a partire da lunedì 23 febbraio. Questa serie è promossa con un video in cui a dominare è il Tor Tor Tor per il goal di Rahn contro l’Ungheria nel 1954, ma in seconda battuta c’è l’Urlo di Tardelli del 1982 e l’ascensione al cielo di Pelè contro di noi nel 1970 (su tre immagini cult due volte l’Italia, bella considerazione di cui sono andato fiero). Di lunedì posso dire poche cose perché incastrato nel Kadewe tutto il giorno. Ascolto la canzoncina “Numero Uno” del comico Matthia Knop, imitatore di Toni, in cui una serie di stereotipi italiani si accumulano su una musichetta dance inascoltabile (vengo a sapere poi dal Guerin Sportivo che questa canzoncina è la versione leggermente corretta di “Pasta e fagioli” di Lino Toffolo, motivetto che prendeva in giro proprio i tedeschi. E allora ben ci sta). Un giornale parla della vittoria della squadra tedesca di combinata nordica nella prova di coppa del mondo a Schonach. Hettich, Frentzel, Kircheisen ed Edelmann hanno completato la prova di salto e staffetta 4×5 chilometri precedendo la Norvegia di 19″ e l’Austria di 34″. Ci facciamo trasportare assonnati dalla S-Bahn verso l’aeroporto di Schönefeld e sotto una neve che si infittisce lasciamo Berlino alzando le spalle. Segno di delusione per il ritorno.

L’Europa nel pallone


Da oggi è uscito il mio libro “L’Europa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo”. L’editore è Zona.

In questo libro ho cercato di parlare di calcio in un modo diverso dal solito, legando le vicende del gioco e le faccende dei protagonisti ai fluidi socio-culturali delle diverse nazioni prese in esame.

Le scuole analizzate sono sette: italiana, russa-sovietica, balcanica, olandese, francese, iberica, tedesca.

Per ognuna di queste ho esaminato a fondo il loro gioco, quello che in campo fanno tecnicamente e dicono tatticamente, legandolo agli insight culturali influenti per quel tipo di gioco.

Questo in breve, ma nel libro c’è anche molto altro. Come, ad esempio, il profilo di una squadra ideale per ogni scuola calcistica.
Per l’Italia la formazione che ho scelto é: Zoff, Gentile, Facchetti, Tardelli, Baresi, Scirea, Domenghini, Antognoni, Meazza, Baggio, Riva.

Sarebbe molto interessante se ognuno di voi, leggendo quello che ho scritto nel libro, mi stilasse una sua formazione dei sogni, non soltanto per l’Italia.

Spero che il libro vi piaccia e sarei contento se ne parlassimo un po’ insieme in questo spazio.