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La migliore Italia contro l’Irlanda

Non è che a fare il bastian contrario goda particolarmente ma anche stavolta non mi ritrovo con la vulgata che parte dagli studi televisivi a notte fonda e si propaga sui giornali del giorno dopo travolgendo tutto.
Per me la partita con l’Irlanda è stata la nostra migliore partita, rispetto alle altre esaltate tutte o in parte dalla critica.
Per spiegarlo è bene partire da un assunto: siamo l’Italia e giochiamo all’italiana, vincendo soltanto quando la nostra italianità calcistica si esprime senza eccessive vigliaccherie tattiche né ardimenti che non ci appartengono. La partita di lunedì sera contro l’Irlanda ha rispecchiato in toto questo assunto, avendo almeno quattro occasioni da rete limpide e ricevendo in porta un tiro centrale su calcio piazzato.
Certo, manca il ritmo danzato della Spagna, il flusso sulle fasce della Germania, addirittura la capacità contropiedistica di quest’Inghilterra alla Di Matteo (era meglio la Francia), il gioco focalizzato sul grande campione del Portogallo. Tutte queste cose non le abbiamo ma forse non le abbiamo mai avute, battendo sempre lo stesso tasto della squadra compatta che non regala spazi aperti agli attaccanti avversari e cerca di ricavarseli grazie agli errori individuali dei nostri avversari.
La partita di lunedì è stata l’apoteosi di questo atteggiamento, magari barboso come pochi altri, ma vincente nel corso della nostra storia.
Se servirà solo questo per vincere è un’altra cosa però basta per giocarcela contro tutti gli avversari.

Il crucianesimo è obbligatorio?

In macchina di mio papà ascolto per forza di causa (è comprensibile solo quella stazione) Radio 24 e m’imbatto ogni sera nella Zanzara di Cruciani e l’altro.
Al primo ascolto mi è nato interesse, al secondo il tutto mi sembrava già sentito, al terzo pensavo già a tutt’altro, vinto dal paesaggio sempre uguale e diverso che percorro ogni sera.
Il crucianesimo è un modello di giornalismo e critica già visto ma con elementi sicuramente nuovi. Per analizzarlo ci vuole un attimo, forse è per questo che al terzo ascolto ti fai i cazzi tuoi invece di stare a sentire.
Si fonda su tre cardini: 1) la controffensiva obbligatoria nei confronti di qualsiasi luogo comune. Quando il tema è dato e le tesi comuni sono due, l’antitesi cruciana rimbalza a seconda dell’interlocutore. Se l’interlocutore dice A, lui deve dire B e viceversa.
2) La polarizzazione necessaria: il commento non è mai grigio. Esempio ascoltato con queste orecchie: Se il figlio di Bossi ruba e per l’interlocutore è una vittima, il Bossi per Cruciani deve andare in galera. Se il figlio di Bossi ruba e per l’interlocutore deve andare in galera, il Bossi per Cruciani deve ritornare nel posto pubblico che ha lasciato per troppa solerzia inadatta al patrimonio morale italiano. Qui la scuola di Ferrara si fa sentire.
3) La confusione fa la discussione. Questa è una vecchia storia su cui i talk show campano da anni. Pensate se un nostro politico esprimesse per intero un concetto senza essere interrotto. I talk show sarebbero visti dallo stesso numero di persone che non arruolate vanno ai comizi e Vespa scriverebbe molti più libri (ci sono anche note positive).
Il crucianesimo è un modello e ce lo dobbiamo tenere fino a che non scade (ne sono passati parecchi di modelli, vedi il Daghismo o il Tononismo che oggi hanno creste mosce e (fals. cit. De André) voci buone per le telepromozioni. Ma tale modello lo dobbiamo applicare per forza a tutto? O meglio, lo dobbiamo applicare per forza al calcio (il nostro partecipa al nuovo Controcampo camera e cucina della domenica sera)?
Per puro caso mi sono svegliato a notte inoltrata e ho beccato Cruciani che parlava di calcio: mi ha fatto l’effetto del viaggio in macchina e ho messo su Real Time dove un tipo in America piangeva perché le damigelle della sposa non volevano più il vestito rosa shocking ma tiffany. E se ho tengo un blog del genere, la cosa è preoccupante.

A caccia di una scuola – Bartezzaghi non mi convince

Quasi sempre in accordo con le tirate bartezzaghiane, oggi invece, sul tema del cuore, non mi trovo molto in sintonia. Del linguaggio del calcio, Bartezzaghi prende per il culo 3 elementi:

Il tecnicismo. Le parole prettamente calcistiche nascono con Brera e non con Sacchi. Sacchi ha solo tradotto in italiano un lessico che si focalizza sui sistemi di gioco anglosassone e olandese degli anni ‘70, forzando la mano sulla new wave sociale imposta mediaticamente dal suo Presidente: far nasce un neo-calcio richiedeva un neo-linguaggio calcistico. Ma la madrelingua di Sacchi è Brera che mette insieme anglofonie e termini inglesi, epica e antropologia, tirando fuori i concetti primi del tecnicismo calcistico.

Il linguaggio dei telecronisti. Mentre Carosio è il cantore, Martellini il giornalista realista, Pizzul il filodrammatico di cronaca nera, i nuovi telecronisti (quelli bravi ovviamente) sono prima di tutto gestori del flusso, aedi del ritmo sostenuto perché la nostra attenzione lo richiede. Essere sempre sovraritmo rispetto al gioco può creare, è vero, distonie a volte ridicole, ma solo così riusciamo a seguire una partita nel frastuono assordante del “dacci oggi la nostra partita quotidiana”.


Rimbalzi con altri mondi: Questo è il punto in cui mi trovo maggiormente in disaccordo, anche perché se il tecnicismo rende asettico il discorso, le sinestesie dovrebbero alleggerirlo, e non inquinarlo come dice Bartezzaghi. Questo parlare di calcio attraverso metafore e paralleli presi da più campi, è il miglior portato della letteratura sportiva contemporanea al giornalismo di settore. I nuovi scrittori di sport (faccio dei nomi, anche se altri bisognerebbe citare: Cordolcini, Annese, Modeo, Zara, Garlando, Ferrato, Calzaretta, Di Corrado, mi ci metto pure io, e i padri: Berselli, Mura e Audisio) allargano lo spettro dei valori narrativi del calcio, che non è più solo antropologia, epica e storia del costume. È qualcosa di più che non ha avuto ancora una chiara sistematizzazione ma definisce una tendenza, ho paura a dirlo ma lo faccio, una scuola, che viene in parte dalla Gran Bretagna e in parte dagli Stati Uniti, ma si sta sviluppando come tutta italiana.

Zara-Garlando, la nuova sfida del giornalismo sportivo.

Sotto un po’ di ombrelloni greci, per la settimana di ferie che ci spetta (che bei tempi quando Battiato infangava nostro papà, dandogli del coglione perché aspettavano quel mese all’anno di ferie), ho letto “Gamba tesa” di Furio Zara, arrivato due anni dopo “Bidoni”, che ne ha fatto un autore cool della letteratura sportiva italiana. Zara sotto l’ombrellone è perfetto: scelte mainstream raccontate però con un gusto che non apre alla noia del già letto, qualche chicca che serve a immagazzinare nuovi spazi di memoria e uno stile proprio che non lo fa assomigliare a nessuno e ne certifica l’accuratezza nello scrivere i singoli pezzi che compongono il testo.
Dopo averlo letto, ho pensato subito ad un altro giovane giornalista italiano, anche lui in cima alle scelte della letteratura sportiva: Luigi Garlando.
I due sono molto simili e diversi e le basi per un match ci sono tutte. Garlando scrive per la Gazzetta dello Sport e Furio Zara per il Corriere dello Sport. Entrambi sono giornalisti affermati con una propensione forte per la narrazione letteraria (e i libri che pubblicano lo evidenziano), entrambi pubblicano con la Rizzoli, che cerca di uscire fuori dal circolo vizioso biografie-istant book per l’evento della Mondadori.
Questi alcuni tratti in comune, il resto è molto diverso. Luigi Garlando, sia nei suoi pezzi che nelle sue diverse pubblicazioni, ha un respiro letterario più ampio, costruisce storie ricche di eventi, con alcuni punti di riferimento intorno a cui le vicende prendono senso (quello che le figurine sono state per tutti noi in “Cielo Manca”, l’icona etica che è ancora oggi Enzo Bearzot in “L’amore al tempo di Pablito”). Tenendo fissi questi meccanismi narrativi, intorno a cui fluisce la storia e grazie ai quali il lettore viene “rassicurato”, le vicende raccontate da Garlando spesso si muovono su tempi differenti con un protagonista cardine intorno al quale altri personaggi prendono vita. La bravura di Garlando è proprio nella capacità di far vivere di vita propria i protagonisti secondari della storia e di non rendere quelli principali piccoli eroi quotidiani, buchi neri di qualsiasi scelta narrativa, ma vettori di vicende che accompagnano il filone primo della storia. Lo sport poi è un sottotesto sempre presente, ma anche un universo di valori, memorie, fatti e momenti che ingloba le storie e ne da una coloritura molto diversa dal consueto.
Furio Zara ha una penna più scattante, meno melodiosa nel fluire delle pagine, ma più trascinante nello scatto breve. Non ha scritto romanzi come Garlando e questo già giustifica la differenza di stile, ma sia in “Bidoni” che “Gamba tesa” è chiara la volontà di tenere le ricadute narrative per colorare i protagonisti più che per dipingere una storia complessa. Zara morde la pagina e non la lascia andare facilmente, costringe il lettore a chiudere i conti con la lettura, senza rilassarlo nelle pieghe dello scrivere incantato. Lo aspettiamo con ansia ad una prova narrativa più corposa e strutturata, alla narrazione di una storia ampia, dove i suoi quadri e gli schizzi, a volte di pura classe, come ha dimostrato anche nella rubrica tenuta sul Corriere durante i Mondiali in Sudafrica, diventano frammenti di un percorso agile e sicuramente bello da leggere.
Zara-Garlando sono i nomi nuovi del grande giornalismo italiano e potrebbero, per capacità analitiche e stile, riproporre le grandi sfide giornalistiche degli anni ’60 e ’70 quando Brera, Palumbo, Ghirelli, Zanetti, in parte Tosatti emersero come scrittori a 360°, non confinati nell’alveo discriminatorio del giornalismo sportivo. I nomi suindicati compresero (con Brera, genio nell’anticipare tutti e aprire la scena) che parlare di calcio (solo in seconda battuta di sport, purtroppo) per la gente voleva dire portare il bar sulle pagine, rendendolo ovviamente inavvicinabile grazie all’intelligenza e la cultura delle firme. Oggi questo non basta, perché il bar è puro trash e non è possibile ergersi a riferimenti di nulla, se non ci si prende a cazzotti e si urla più forte. La strada di Zara e Garlando è quella più difficile, ma forse l’unica percorribile: raccontare storie dove gli uomini e lo sport prendono vita nella fantasia di un cervello che muove la penna.