Quanto e dove giocano quelli dell’Under 20? Matematica e incazzatura.

Dopo Italia-Svezia ne ho sentite tante sui giovani: devono giocare, devono giocare se meritano, dovrebbero esserci stranieri migliori per insegnare ai nostri giovani e tanto altro. Non avendo una mia idea chiara, mi sono affidato alla matematica (niente di che, per carità, solo delle moltiplicazioni).
I giovani migliori l’anno scorso hanno disputato i Mondiali Under 20. Ho preso per la Francia i calciatori che hanno giocato Italia-Francia (ottavi) e per Italia e Inghilterra i titolari che si sono sfidati in semifinali e ho moltiplicato x3 il numero delle presenze che i singoli calciatori hanno nella prime serie, x2 il numero delle presenze in seconda serie e x1 quelle in terza serie.

I risultati sono:

ITALIA: 256

INGHILTERRA: 324
FRANCIA: 432

Quindi i calciatori italiani, terzi al Mondiale, hanno fino ad oggi giocato meno e in categorie inferiori rispetto ai colleghi inglesi e francesi.
Al di là di tutto, io mi fermerei alla matematica. Incazzandomi.

In Italia solo una cosa è a tempo indeterminato: l’essere giovani

Ieri mentre guardavo United-City ho pensato ad Alessandro Florenzi attore.
Florenzi è nato l’11 marzo 1991. Nella partita decisiva per il campionato migliore e più ricco al mondo 10 calciatori su 22 erano più giovani di Florenzi.
All’inizio di quest’anno per lanciare l’ennesimo campionato che vincerà la Juventus, Sky ha creato la campagna #Nuovoinizio inserendo nello spot una serie di calciatori considerabili come giovani su cui il calcio italiano deve ricominciare a farsi sentire nel mondo.
Al di là di quello che è accaduto con la Nazionale, la cosa che più colpisce è l’idea italiana che si è giovani a tempo indeterminato, mentre ad essere determinato è tutto il resto intorno.
Quando ero all’università un mio amico che non riusciva a prendere la cattedra perché c’era un 70enne che non voleva andare in pensione mi disse che a 42 anni si era rotto il cazzo di essere giovane.
E i calciatori italiani che ne pensano?

I giovani calciatori e il passaggio saltato.

Quando perdiamo le battaglie in Italia sappiamo subito, appena un secondo dopo, cosa andava fatto per vincerle (quando perdiamo le guerre invece ci alleiamo con gli avversari). Le battaglie perse in terra sudafricana, con un esercito più impantanato della ritirata di Russia, ha emesso nel day after il rimedio per far ripartire il nostro calcio: puntare tutto sui giovani e che siano ventenni, già i venticinquenni sanno di stantio.
Ragionando sul male e il medicamento suggerito, anzi consigliato a forza, c’è da appuntare una cosa che pochi (nessuno?) ha evidenziato. I ventenni che hanno giocato un buon numero di partite in questi ultimi 3 anni chi sono e come sono messi? Santon, Pato, Balotelli, Poli sono chi per un motivo chi per un altro tutti infortunati. Prendere un ragazzo dalle giovanili e spararlo bello fresco in un tourbillon di partite a rapidissima successione, a cui aggiungere allenamenti pensati per trentenni al massimo della forma e dello sviluppo fisico, può essere un male peggiore. I calciatori di venti anni oggi non sono pronti fisicamente per il calcio contemporaneo (lo dimostra anche la nidiata Juventus che ha avuto per molto tempo Giovinco, De Ceglie e Marchisio infortunati). Sforzarli troppo in un ritmo di partite forsennato procura danni di crescita fisica che li costringe a frenarsi troppe volte, facendogli non solo perdere l’abbrivio della carriera iniziata presto ma influendo negativamente anche sui primi 5 anni di carriera, decisivi per prendere un posto da titolare in una squadra top.
Rispetto al passato, dei due passaggi decisivi per formare i giovani calciatori, uno è rimasto, mentre l’altro, forse ancora più decisivo, è completamente saltato. La formazione fisica e caratteriale attraverso la serie B e la C è un passaggio che ancora viene cercato, nella speranza di non dimenticarsi il giovane lì dov’è. Il secondo step fondamentale invece non esiste più, l’entrata in squadra con calma, giocando a partita iniziata per 15-30 minuti. Con rose enormi e calciatori già formati, che non sopporterebbero essere scavalcati da un giocatore di primo pelo, viene meno questa fase fondamentale per far comprendere al calciatore cosa vuole dire grande calcio, senza spremerlo troppo e subito, lasciandolo in balia degli infortuni.