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Qual è il tuo primo ricordo del Giro d’Italia?

Forse la cosa più bella del Giro d’Italia è il fatto che fa conoscere l’Italia. La prima tappa di cui ho ricordo è un flash con Flavio Giupponi sul palchetto dove si metteva De Zan per le interviste. Andando alla ricerca ho scoperto che era la Misurina – Corvara in Badia, quattordicesima tappa del 1989. Un flash fortissimo dei paesaggi riguarda invece la tredicesima del Giro 1993, la Asiago – Corvara in Badia (quando ho scoperto che è lo stesso posto sono saltato sulla sedia) vinta da Moreno Argentin.

Qual è il tuo primo ricordo del Giro? E quale la tappa che vi ha fatto scoprire un’Italia che conoscevi?

“Pedalare” di John Foot

Pedalare_John_FootLeggere Foot è puro relax emozionale. Riesce a farti leggere, dopo tutte le volte che lo hai fatto, della Cuneo-Pinerolo dandoti la bellezza della scoperta. Tanti ci provano, pochissimi ci riescono. Ma la cosa straordinaria è il riuscirci senza svisare verso punti di vista strampalati o chiedendo aiuto a mezzo mondo (chi c’era, chi forse c’era, chi non c’era e voleva esserci, ecc.). Scrive con la leggerezza della prima volta e percepiamo il gusto della novità.
“Pedalare” è un libro di scienza e coscienza, ed è di grande onestà intellettuale farlo terminare (o comunque far terminare la parte che possiamo definire sport) nel 1984, nel momento in cui Moser, con Conconi e Ferrari a fargli da guardiaspalle, cerca e trova due record dell’ora a Mexico City. In quel momento non inizia il doping ma ne inizia l’era, l’epoca in cui tutto viene scritto dalla costruzione chimica dell’atleta.
Il ciclismo dei pionieri emerge per quello che ho sempre pensato: il primo vero sport. Anche fra giochi al massacro e pause nelle cascine, il ciclismo dei primissimi crea uno sport e forse lo sport come lo conosciamo oggi.
L’epoca di Coppi e Bartali è una fantastica storia del nostro paese e del dopoguerra, il momento più sincero della nostra identità. Gli anni ’60 con la pista è un altro fatto che abbiamo dimenticato, gli anni di Merckx sono stati coraggiosi e per i tanti che li hanno vissuti, indimenticabili.
Il doping in tutti questi anni c’è sempre stato. Ma veniva dopo l’atleta. Dagli anni ’80 diventa una semplice condizione necessaria per raggiungere l’obiettivo e lo sport ciclismo è diventato una fiction, magari anche piena di colpi di scena, ma così vicina ad un reality che lo puoi vedere mentre fai altro, tanto sai già come va a finire.
Altra cosa: la traduzione è molto ben fatta, non fa perdere quello stile piano che è il plus del libro.

La noia del meraviglioso ciclismo di oggi

Ho appena visto la tappa più dura di questo Giro d’Italia 2012, la tappa con Mortirolo e Stelvio. Mi hanno entusiasmo quasi esclusivamente gli abeti che costeggiano la strada sul Mortirolo.
Questa noia non è solo mia, la sento nelle cronache televisive, negli articoli di commento (tranne la Gazzetta che esalta giustamente il suo prodotto come farebbe un imbonitore con la coscienza comunque pulita).
Cosa è successo al ciclismo, dove sono gli scatti, le azioni infinite, i banchi che saltano, la ascese a tutta velocità, i venti all’ora su strappi spezzagambe, dove sono finiti i grandi campioni che vincono a cronometro e in salita con la stessa facilità?
Basta guardarsi indietro ed è facile rispondere: sono finiti in flaconi dorati, siringhe a mucchi, allenamenti robotizzati, beveroni eccitanti e negli archivi di scienziati chiamati in causa da chi voleva vincere sulla natura.
Nel ciclismo di oggi sembra (il sembra è meglio usarlo sempre) che gli atleti facciano tutto quello che possono senza performance fisiche irreali e inspiegabili secondo il buon senso di un allenamento normale, non strappano, non hanno occhi gialli, non hanno facce lisce alla fine delle corse, non hanno i capelli bianchi alla Blade Runner, non provano sempre e comunque l’azione tutti i giorni. Nel ciclismo di oggi vince una volta uno un’altra volta l’altro, riuscendo a monetizzare le energie rimaste nel serbatoio, nel ciclismo di oggi può vincere il giro uno che dieci anni fa faceva penultimo.
Per chi ha visto il ciclismo 1996-2006 quello di oggi è una palla insopportabile. Per chi vuole uno sport vero, io direi di tenercelo stretto.

"La strategia del Tasso" di Bernard Hinault

Nello sport i miti chi li crea? Me lo chiedo da anni e lo faceva anche lui.
Ma la domanda suprema è: come si crea un mito più mito degli altri? Nel calcio Maradona è megl’ e’ Pelé, è vox populi, nel basket Jordan è stratosfera rispetto a Chamberlain (Chamb che?, direbbe il pischello), nel nuoto Phleps è statua nonostante la vita, mentre Spitz ormai è piccione.
Nel ciclismo il dettagliato e coinvolgente libro di Luigi Panella, “La strategia del Tasso” (Limina Edizioni) mi ha scatenato il dubbio, che poi sarebbe: “Ma perché Bernard Hinault è sempre l’ultima ruota del carro tra i grandi miti del ciclismo mentre gente come Merckx, Indurain, Armstrong e addirittura Contador hanno più voce in capitolo tra i ricordi emozionali e le elegie mitografiche?”
Dal racconto di sole parole (non c’è un numero, bella scelta editoriale, perché mischia i tempi creando un atmosfera di periodo storico, non delle sezioni stagne da analizzare singolarmente), Hinault viene fuori per quello che è stato: un fantastico corridore, capace di vincere dovunque, di porsi obiettivi fuori dalla sua portata e raggiungerli, di movimentare le corse come oggi non fa più nessuno, di dominare il gruppo anche in battaglie di personalità che pochi hanno dovuto affrontare.
Eppure Hinault è uno di quelli che ha vinto 5 volte il Tour come…., ha vinto una Roubaix terribile come…, ha vinto un Mondiale da protagonista assoluto come…, ha vinto a distanza di tanti anni e dopo diversi problemi fisici come…
Non ho mai sentito nessuno dire di averlo fatto come Hinault, minimo comune denominatore di un ciclismo che è poco promosso (passa l’idea che prima c’erano i belgi contro gli italiani, dopo Indurain contro i dopati, in mezzo Hinault contro poco e niente) e poco visto (le corse sugli sterrati del Giro degli anni ’60 sono immagini ormai note agli appassionati, mentre una corsa dell’81 non l’ho mai vista).
Spero che grazie al libro di Pannella qualcosa cambi.