I dieci secondi della morte di Paolo Cané

La Coppa Davis appena trascorsa tra Italia e Lettonia mi ha fatto venire in mente i bei tempi andati, quando un numero 70 o giù di lì come Cané riusciva a battere un numero 1 o giù di lì come Mats Wilander.

Primo turno, Coppa Davis, Italia-Svezia, Cagliari, 1990. La poveretta Italia, come quella di oggi, sfidava i colossi storici. Ci mettevano un cuore, Cané, Nargiso e gli altri che a guardarli emoziona ancora.

Paolo Cané poi era il monumento sbrecciato del tennis italiano. Pessimo al servizio ma col turbo-rovescio integrato, dai movimenti lenti e mosci come una gallina soprappensiero e con delle strane idee in testa per ogni match, tanto da meritare da Clerici l’appellativo di Neuro-Cané.

Cané-Wilander era il match decisivo tra i numeri uno. Domenica scese l’oscurità e tutto fu rinviato a Lunedì mattina.

Alla fine Cané questa partita la vinse 64 36 46 75 75 con un penultimo smash salvato da Wilander e l’ultimo troppo profondo e veloce.

Con Galeazzi che vomitava piacere e tutto il pubblico che saltava sul campo per abbracciare Paolino, che quasi sveniva dall’emozione.

Avevo dieci anni ed era tutto fantastico. E l’ale-oo era molto meglio del po-po-po-po.

E prima c’era stato il tuffo, con la morte che arriva solo per dieci secondi.

Un giorno in pausa

Quasi quasi oggi mi rifriggo un po’ di internet. Veleggio a piena forza sul mio sito preferito: www.storianazionaledicalcio.it.

E’ troppo spassoso passare il tempo con Zoff, Piola, Bulgarelli, ma anche con dioscuri oscuri, molto meno incliti, vedi William Negri, Ciccio Cordova, Castano. Bello tutto azzurro, come piace a me. Vediamo… una sezione quadriennale e basta. 1974 – 1977… il mio periodo più dolce, oggi è veramente una giornata speciale.

1974… allora mi lancerei subito sui tabelloni di Italia Bulgaria 0 – 0, le partite stupidotte, quelle trattate da sorelle sceme e ritardate, sono quelle che vado subito a palombare fino al fondo. Wow si apre….. che goduria l’attesa di notizie nuove. Amichevole a Genova, periodo di Natale. Mio papà nel ’74 era incinto di 21 anni, secondo me l’ha vista con le basettone sporgenti ed il baffo d’ordinanza post-sessantottino. Un tal Martini terzino sinistro. Ah, sì quello della Lazio scudettata che sculettava arroganza e maschiezza. Santarini libero. Il Santarini di : “Tela do io la erre moscia” di Oronzo Canà. Non lo sapevo che si era sporcato anche in azzurro. Damiani ala destra, era il festival dell’uvulare spinto. Re Cecconi che sostituisce Causio. Barone per paggio, ottima scelta. Che lupo quel Bernardini. Boninsegna – Chiarugi coppia di sfondatori. Anch’io adoro Bonimba, ho tifo e colera del Napoli, ma il Bonimba in strombazzata volante contro il Torino mi fa paura solo a vederlo. Quel Di Biase di Chiarugi, chissà quante frammischiate in area di rigore. Da far venire l’onfalite. Antognoni seconda partita. Il calcio di collo destro di Antognoni è una delle cose più goniometriche che esistono. C’era un odore di purezza quando colpiva i pentagoni optical. Da vertigine. Loro non hanno niente di conosciuto. Soliti ferrovieri del CSKA Sofia che randellavano i garretti dovechessia. L’arbitro Gonnella, strano italiano tra italiani. Non capisco…. misteri del 29 Dicembre.

1975…. URSS – Italia 1- 0. Dove c’è sovietico c’è casa. Mosca 8/6/1975, sai che leccornia l’arietta del disgelo sui baffoni di Benetti, eccolo di nuovo il ri – addensamento di sostanze microrganiche nella mia calotta. E Romeo il carrozziere rispunta. Che sballo di squadra. Sembra un ottovolante tattico. Bernardini e le droghe leggere, ottima fusion. Rocca terzino sinistro col due, Savoldi con agilità da panzer austroungarico arrugginito, ala destra, G. Morini ala sinistra, non ce n’erano più, è logico. Chinaglione, cinghialone da nove slabbrato per canotta due taglie inferiore. Risposta esatta. Loro: Onishenho e Blochin, midollo della Dinamo Kiev vincitrice della Coppa Coppe a Maggio. Due atleti da regime. Superuomini intelligenti e con due sfere nello scroto da rabbrividire. Segna il due, Konkov, secondo me su calcio d’angolo con capocciata iridescente, oppure su punizione da guercio. Dove la va la va.

1976…. 7/4/1976 Italia – Portogallo 3 – 1. Ho una foto di mia madre del ’76. Aveva una gonna giropassera. Ma era cortissima davvero. Non sembrava lei quando vidi quella foto. “Mamma”, le dissi subito saporoso “ma eri onicofaga?” Come fai a dire a tua madre che nel ‘76 vestiva con delle gonne vertiginose, se un secondo prima ti ha ripreso perché parli con la bocca piena. A sto punto è meglio un bel passaggio a livello su una frase insensata. Tardelli terzino, là è nato. Ah, anche Tardelli e come lo adoravo. Da piccolino volevo essere Tardelli. Poi sono diventato io. Mutazione genetica del cazzo. Rocca. Poverino. Si spataccò un ginocchio proprio in nazionale. Ogni volta che lo vedevo allenare l’Under 19 era sempre incazzato. Pensava alla gioventù, lo si vedeva dalle pupille contratte. Si ricordava di quando correva duro per i campi e magari in quel momento non poteva, altrimenti si sfibrava subito un tendine. Rocca è stato per me sempre un uomo infelice. Pecci-Antognoni. Che centrocampo. Giancarlo voleva la palla ed Eraldo la passava a Causio, sghignazzando per il poco humor. I gemelloni davanti. Due sarcofaghi dalla forza di quattro megattere. Pulici somiglia a papà, non è che voglio parlare per forza della mia famiglia però davvero ci somiglia. Ha la stessa aria da operaio FIAT che pensa alla busta paga, lo stesso scalpo a macchie marroncine e la stessa mascellona da pescatore del Mar Ligure. E siccome somiglio molto a papà, penso proprio che somiglierò a Pulici da cinquantenne. Antognoni, Graziani, Pulici, triangolo scaleno. Fraguito, ehehe che nome micragnoso. Conosco di là solo Jordao. Da me si dice “tien a ‘iord” quando sei un debosciato impenitente. E’ per tal ragione che questa mezzapunta lusitana mi ha sempre infrollito l’attenzione.

1976…. già è quasi finito il viaggio. Che cacchio! Per chiudere in bellezza sfottiamo un po’ il ricordo dell’albione maligna. Italia – Inghilterra 2 – 0. Questa partita l’ho vista alle quattro di notte nel ’92. Avevo dodici anni ed una leggera intolleranza all’uovo sbattuto. Tutta una notte in bianco mi fece degustare la meraviglia di questo incontro. Zoff da tutore dell’ordine in area copriva di traversine le zazzere squamose degli attaccanti inglesi. Cuccureddu, strepeva sulla sinistra, impaurendo Brooking con il tenore che in lui si nasconde. Tardelli, terzino destro di spinta, senza lode od infamia. Benetti, eccolo qui ancora mastodontico laocoonte della metà dei campi del mondo. In quel cerchio era una tigna perfetta, a quel mollaccione di Hughes gli scorporò un anno di vita. Poi mi vieni a dire come fa a non essere un onirico pensiero notturno. Gentile, stopper. Il solito stiletto d’acciaio. Mai un dubbio, mai un’esitazione. Un paralipomeni di Morini, in edizione cartonata. Facchetti, da parecchie partite libero. Harrison Ford slanciato nella nostra area di rigore che bacia il pallone con la fronte e schiaffeggia con il sinistro. Causio. L’MVP di quella partita. Una partita di una bellezza stordente fece il barone. Il goal di Bettega fu così. Palla di Benetti per Antognoni, alzata di capo e visione del sorpasso a sinistra di Causio dietro le spalle di Keegan, pallone smoccolato dal destro antognoniano tendente verso il baffetto. Prima dell’impatto vi è una danza caraibica in piena regola. Causio con due finte d’anca si frappone tra il pallone e Clement, spinge la pallottola con il tacco a superare a sinistra il terzinaccio, ma il pallone gli gonfia le mutandine a pois, accensione della freccia per il sorpasso a destra, immissione della seconda, terza e quarta marcia nell’avvicinamento al fondo, passaggio dosatissimo e girevole sulla giostra betteghiana. Scornazzata ragionevole del biancone. Palla a sinistra, portiere dall’altra. Causio come nella piazza di Lecce, un’azione folle e terrificante.

Capello, ragioniere in età. Graziani, bisonte dopo l’accoppiamento. Antognoni, vestale arrapante e negazionista. Bettega, un figo della madonna. A mia zia Annunziata piaceva Bettega. Mia zia si è sposta con Carmelo che fa il camionista, slitta sul Brennero due volte a settimana. Quando è lontano mia zia ricogita Roberto e quell’aria da poeta di corte. Basta adesso nazionale, è meglio vedere se c’è qualcosa da fare prima della lezione. Un’ultima cosa e poi attacco. Vorrei essere almeno Cuccureddu. In un prossimo cammino.

Gli ultimi giorni di Marco Pantani di Philippe Brunel


Marco Pantani, il ciclista noto anche alle pensionate di Voghera, che esce fuori dal libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” è un’icona straziante dei nostri tempi che maciullano i talenti e assopiscono le voglie per scopi esistenziali inutili ma di facciata, come l’auto potente sempre un km all’ora più veloce, la donna al proprio fianco più sensuale, sempre un centimetro quadrato in più di corpo siliconato, la seratina sballata, per ridursi a fantasmatico visitatore di una realtà che non si capisce bene perché non è accettata per quello che mestamente propone.

Pantani era un ragazzino mai al centro delle attenzioni degli altri; le ragazze lo guardavano con profumata indifferenza, gli amici lo tenevano appresso per pigrizia, la madre e il padre lo conoscevano senza caprine in fondo l’immaginazione. Poi ad un tratto diventa il migliore ciclista del pianeta e il mondo inizia a guardarlo fisso, senza staccargli i terribili occhi di chi chiede.

Ma Pantani dà, senza risparmio. Adesso che qualcuno aspetta che Pantani Marco respiri per applaudirlo, il Pantani Marco si concede in tutto, corpo e pensiero.

Dà tanto, troppo, tutto. Qualcuno decide che basta così. Giunge il tempo di fluttuare sulle corde della mediatica esistenza-inesistenza. Essere l’unico gallo del pollaio spettacolar-sportivo alla fine stanca lo spettatore-tifoso. E questo non deve mai accadere. Altrimenti poi l’audience.

Possono essere state le scommesse illegali, le analisi del sangue fasulle, i reclami del patron della Mapei, gli americani che vogliono far esplodere Armstrong senza ostacoli tra le ruote, gli organizzatori del Giro d’Italia che vogliono dare un freno al doping necessario, ma di fondo c’è la volontà che è nello sport contemporaneo di far apparire stelle dal tragitto veloce, con un ciclo di vita mediale breve ma intenso, che sappiano carpire nel giro di cinque anni gli animi sempre vogliosi d’altro di spettatori fiacchi e distratti.

Tutto questo è accaduto a tanti ed è successo a Pantani. Quasi tutti hanno compreso la fondamentale tempistica del: “Non è più il mio momento”, e sono tornati nella cuccia dell’autografo per pochi intimi, Pantani non ha voluto farlo e di fronte alla incapibile realtà del biz quotidiano, ha aggredito l’unica persona con cui poteva prendersela: se stesso.

La droga è l’aculturale spia di una stanchezza d’interessi e piaceri. Dopo Madonna di Campiglio, Pantani, che viveva solo di vittorie per mostrarsi migliore per sé e per gli altri, poteva vivere qualche altro anno solo attraverso di essa. Come ha fatto, violentando un corpo costruito per la corsa in bicicletta.

Fino a morirne, non semplicemente suicidato, ma assassinato da un mostruoso altro da sé, che in quantità sempre maggiori si possono vedere, magari uscendo stasera, vagare lemmi e farfuglianti nei pressi delle discoteche di mezza Italia.

Il libro di Philippe Brunel è una stilettata profonda nel cuore del lettore. Fa un male cane vedere come è lo sport crudele, il ciclismo balbettante, le nuove generazioni non appassionate, l’Italia gretta e vigliacca, il senso di famiglia irritato, i media irrispettosi e noi distratti e ignoranti di fronte ad un uomo che, anche se nel silenzio dei cazzi suoi, gridava aiuto.

All’ultima pagina si pensa per qualche minuto ai tanti pomeriggi del Pantani show, con la malinconia dell’attimo che riusciamo a spegnere subito per borbottare contro la benzina che costa troppo.