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Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino. Il miglior romanzo calcistico della letteratura sportiva italiana?

Finalmente l’ho fatto! Era ora, lo so, me lo diceva perfino mia madre che era colpa mia, solo colpa mia. E io là a dare la colpa alla miopia editoriale, al tempo, perfino al vecchio stile italiano che ormai sta tramontando. Finalmente ci sono riuscito, ho letto “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino. Ringrazio pubblicamente la Graphot che ha ripubblicato dopo anni il romanzo di Arpino sotto la sigla Spoon River nella collana Storia & storie. Tutti quelli che aprono il libro di Arpino, lo fanno con una precondizione chiara: sto per leggere il miglior romanzo della letteratura sportiva italiana? Anch’io l’ho fatto e qui vi espongo i punti del perché sì, perché no.

Il titolo è da applausi, sintetica armonia di sensazioni. Eccezionale.

Il testo è arpiniano nel profondo, ragnatela di sviluppi verbali che corrono e percorrono sentieri che si aprono al lettore.

Il ritmo è talmente musicale che si può essere trascinati dal sound scordando che ci sono i sensi.
I personaggi principali del romanzo vivono nel batti e ribatti di dialoghi irreali e di morbida fantasia lessicale. Ma pur dicendo parole impossibili, i vari Giacinto, Bibì, Vecio si mostrano in profondità, tirando fuori un animo che è confermato dalla storia e dalle altrui testimonianze. Saper scrivere degli uomini in quel modo è unico e per fortuna su carta.

Paesaggi e persone palpitano di concreto, oggi pochi scrivono dell’acqua senza parlare di molecole. Per loro è tutto lì lo spirito positivista, mentre Arpino ce ne dice quattro scrivendo di realtà con l’immaginazione.

Non capisco perché tutto è centrato sui 4 amici al bar. Guardare anche agli altri, scoprendoli, avrebbe dato di più al testo e alla storia. Golden, Bomber, Spina, lo Zio restano macchie di sfondo, burattini di una storia di uomini, figure che non ci rispondono a nessuna nostra domanda sul perché è successo.

L’autore extradiegetico affoga le emozioni dell’autore intradiegetico e Arp diventa un grillo parlante ex post che spesso non scopre le carte, ma fa il fenomeno a botta fredda.

Un non so sono le prospettive della storia. L’autore che sa già tutto, conosce anche le rotte successive di ognuno.

A questo punto la domanda è: scrivere solo di quel presente passato oppure di un presente già futuro? Se l’autore vive avanti, credo che sarebbe stato giusto pensare ai diversi uomini in ballo in prospettiva, magari scavando un po’ in più nelle psicologie del dopo.

Risultato finale: un romanzo da leggere anche senza conoscere i fatti. Lo stile merita applausi e il ritmo regge qualsiasi confronto. Un grande romanzo ma non è l’apoteosi non superabile. Ne aspettiamo altri, tanti altri.