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Il posto più strano dove lo hai fatto. Io ho visto Barca-Real in un bar in Honduras.

Tutti abbiamo una storia da raccontare, una di quelle che ti fanno unico, almeno per cinque minuti (Warhol oggi parlerebbe di 15 minuti di esclusività).
In questo caso quello che vorrei raccontare e soprattutto farmi raccontare è quella volta che hai assistito ad un evento sportivo, non solo calcistico anche se credo che il calcio avrà la predominanza, in una situazione non solita, oppure quando durante un evento sportivo anche in una situazione normale è avvenuto qualcosa da sottolineare.

Ecco le mie per capire meglio.
Un po’ di volte ho visto calcio e altri sport in situazioni strane. Un Napoli-Roma l’ho visto nel mezzo del Golfo Persico, per Sydney 2000 andavo in bagno con la radiolina durante le lezioni universitarie, il giorno di Italia-Corea del Sud 2002 dovevo fare l’esame di Diritto pubblico ma il professore mi spostò al pomeriggio e dovetti prima perdere ogni stilla di energia appresso a Byron Moreno, ma le due volte più assurde sono queste: nella prima ero piccolo, con mio padre salivamo sul Monte San Michele ed eravamo soli. Mio padre aveva con sé una radiolina e ascoltavamo “Tutto il calcio minuto per minuto” per seguire Diego & C. Nel bel mezzo del nulla incontrammo un’altra persone che era andata in montagna per seguire le partite senza stress. Lì poteva sfogarsi senza nessuna remora. Quella persona non l’ho più vista.
La seconda è un po’ effetto “ho visto i Mondiali nel Wyoming”. Ho visto un Real Madrid-Barcellona in un bar costruito di sole lamiere sull’Isola di Roatan, in Honduras. Fuori pioveva ed erano quasi tutti per il Barca.

Qual è stata la tua volta da raccontare?

La guerra del football di Ryszard Kapuscinski


Questo libro è recensito a ragione in questo blog che ha come tema la letteratura sportiva. E non basta solo il titolo per farlo passare per buono. Spiego.

Nel libro “La prima guerra del football”, Ryszard Kapuscinski riporta una serie di dispacci scritti fra gli anni ’60 e gli anni ‘70 in cui le faccende piccole e medie del mondo in minore diventano grandi temi da cui partire per comprendere gli uomini e la realtà.

Kapuscinski sa trascinarti in giro con la sua pelle chiara senza forzare lo sguardo in nessuna direzione. E dire che scriveva da “servo di partito”. I personaggi, le situazioni, i mondi, la politica, le culture sono sempre analizzate attraverso un filtro rispettoso dell’altro, così lontano, soprattutto nel periodo in cui Kapuscinski scrive, ma per fortuna ancora così diverso da poter arricchire sotto tutti i punti di vista.

Una serie di dispacci del genere oggi, vedrebbero il povero cronista sbatacchiato con aerei comodi in realtà che hanno un solo sogno: diventare America. E in questo modo la cronaca si ridurrebbe a computare questo sogno pieno di sangue, violenza e soprusi. E soprattutto senza la coscienza di poter essere migliori diventando se stessi.

La caratteristica interessante del libro, che lo differenzia da un diario di viaggio cadenzato da lotte e guerre civili, è il contraltare “filosofico” che Kapuscinski fa intervallare alle sue avventure e alle faccende di quelle terre. In questo spazio “da scrivania” si comprende appieno il senso del viaggiare, il valore dell’apostolato dell’inviato speciale, la bellezza unica del capire gli altri. Ma soprattutto Kapuscinski si apre alla voglia vera di spiegare come ha visto l’uomo in giro per il mondo, come ha compreso con piccoli occhi la realtà comunque indecifrabile e inafferrabile, come è riuscito a vivere diventando migliore. Fare passare un po’ di questi insegnamenti su strada è lo scopo vero di un intellettuale.

Lo sport non rientra nei piani organizzativi dei viaggi, né nella struttura compositiva delle vicende narrate. Però lo si sente, in profondità, e soprattutto per gli occhi allenati di un lettore d’oggi. Tutte le disfide tribali che hanno insozzato e continuano a dilaniare il mondo, sono delle ignobili partite di uno sport che vuole la vita e dà in cambio niente.

La partita tra El Salvador e l’Honduras del 1969 che fa scoppiare la prima guerra del football richiamata nel titolo è un pretesto cretino che il potere usa sulla pelle dei poveracci spediti al fronte; gli slogan che si cantano in battaglia sono dei cori da stadio dove l’ignoranza è instillata a memoria, le schiere di soldati preparati alla guerra sono squadre da allenare al macello, i potenti che danno ordini secchi e irridenti sono allenatori terrificanti che decidono sulla vita, gli uomini di stato che credono di sapere il giusto sono presidenti assassini e voraci. Nelle parole di Kapuscinski la guerra diventa lo sport preferito dall’uomo che non merita nostalgia.