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QUALE GARA TI SEI PERSO PER UNA TUA FESTA?

Capita a tutti noi. Si chiama senso del dovere o semplicemente causa di forza maggiore. Accade quando tu sei lì che devi obbligatoriamente assistere ad una gara sportiva, ne va della tua salute mentale, ma invece allo stesso tempo devi necessariamente essere presente ad un evento che ti coinvolge direttamente, a volte tropo direttamente.
Io ricordo come oggi il giorno della mia comunione, il 17 giugno 1990. Capite subito al volo cosa si stava disputando. La mattina ok, tutto liscio. Poi pensavo che il pomeriggio fosse abbastanza libero e invece fui costretto a non vedere Irlanda-Egitto, perché ero il festeggiato e dovevo fare gli onori di casa. Qualcuno mi dirà: “Che sarà mai, era solo Irlanda-Egitto dei gironi, peraltro terminata 0-0”. Oggi forse me la perderei con meno dolore, ma a dieci anni è un colpo che rimbomba fortissimo. Per fortuna con un po’ di adulti che si rompevano le palle in maniera colossale di stare a casa mia per la comunione del sottoscritto, riuscimmo a fare finta di partecipare alla festa e deambulare intorno al televisore, per vederci Corea del Sud-Spagna 1-3 giocata di sera.

Ventura o Sacchi. Con chi stare?

Arrigo_Sacchi_ Giampiero_VenturaLa querelle fra Ventura e Sacchi è interessante, non solo dal punto di vista giornalistico, ma anche per un approccio critico alla materia calcio.
Sacchi ha rivluzionato il gioco. Infatti si parla di rivoluzione sacchiana, mentre da lui in poi per gli allenatori contemporanei si usa correttamente il suffismo -ismo. Lo si fa per sottolineare che le innovazioni sostanziali di Sacchi sono state poi riprese in maniera da tanti altri allenatori, creando i loro stili personali: mourinhismo, sarrismo, contismo, cholismo sono tutte maniere che esaltano dei principi sacchiani, migliorandoli (Guardiola credo sia al pari livello e Sacchi stesso lo evidenzia quando scrive).
Detto questo, Arrigo Sacchi può e deve parlare e scrivere per principi. Il possesso dominante, il ritmo e l’occupazione attiva degli spazi fra le altre sono idee e principi che il fusignanese ha portato nel calcio rendendoli “istituzionali” e non test da laboratorio come l’Olanda ’70. Da Sacchi in poi gli allenatori di calcio devono conoscere e utilizzare determinati principi, poi le sfumature e le contingenze fanno il resto e creano le differenze.
Ventura, toccato da Sacchi il quale ha criticato un approccio un po’ monocorde e poco dominante degli Azzurri contro l’Albania, ha fatto la genialata. Non è sceso sul campo dei principi come altri allenatori criticati da Sacchi prima di lui, ma si è buttato sul pratico. “Mi hanno girato le partite dell’Italia in USA nel 1994. Contro l’Irlanda il primo tiro è al 70′, mentre contro il Messico la nostra partita fu imbarazzante”.
Dopo l’uscita di Ventura bisogna adesso capire dove stare. Con Sacchi, il quale può chiedere di aderire a principi di gioco che non tengono conto della materia umana e soprattutto degli obiettivi pratici di un Ventura, il quale se fa giocare alla grande la sua squadra ma non va in Russia viene distrutto da FIGC e critica? Oppure dobbiamo stare con Ventura e valutare ogni principio di cui i maestri parlano, andando a considerare la messa in pratica degli stessi?
Se ne esce difficilmente e ognuno ha la sua ragione, ma io mi schiero. Sto con Sacchi. I principi sono lì, da tenere come orizzonte. E i maestri devono ricordarli e ribadirli ogni volta possibile. Pensare di evitarli perché non sono mai diventati realtà da chi li professa non è un modo per migliorare. Tendere verso è quello che bisogna fare per crescere, sapendo anche che non si raggiungerà mai quell’orizzonte.

“Strikers” di Alessandro Colombini e le ultime novità di letteratura sportiva

strikers-viaggio-in-irlanda-del-nord-tra-george-best-e-bobby-sandsIl libro “Strikers – Viaggio in Irlanda del Nord tra George Best e Bobby Sands” (Urbone Edizioni) mi è piaciuto proprio quando era un foglio di appunti di viaggio. La bravura di Alessandro Colombini nel libro esce fuori quando si lascia andare all’annotazione post-viaggio e si sente libero di essere schierato, senza dovere per forza fare il giornalista-scrittore super partes che soprattutto in contesti internazionali ormai va per la maggiore.
Dice la sua e la dice chiara perché le esperienze che ha fatto sul campo (in tutti i sensi) lo hanno portato ad avere una’idea, la sua idea, ed è giusto proporla al lettore, senza nasconderla per troppa prudenza.
E insieme a dire, Colombini scrive la sua, sviluppando i suoi appunti di viaggio senza sovrastrutturare una dimensione narrativa tradizionale, senza sovrascrivere le sensazioni del momento con tutto uno studio post-viaggio che avrebbe potuto inquinarlo e far disperdere la forza del libro che è nei ricordi del suo viaggio, che, ripeto ancora una volta, è il suo viaggio, diverso da quello che gli altri potranno un giorno fare.
La parte dei murales è poi fantastica, immagini che devono entrare subito nella cultura artistica mondiale.

INTERVISTA AD ALESSANDRO COLOMBINI (leggetela con attenzione perché è Colombini è forte)

Una cosa che mi sono sempre chiesto è quanto le persone in Irlanda e Irlanda del Nord in particolare amino il calcio e lo seguano. Da testimone diretto, tu come rispondi?
Il calcio in Irlanda e Irlanda del Nord è da considerarsi il terzo sport (praticato), ma a livello di seguito di appassionati ha percentuali sicuramente più alte mettendole in rapporto con gli atleti effettivi. La particolarità del calcio in realtà però è quella di fare da “collante” tra le due comunità che da sempre dividono l’isola (in particolare l’Ulster), ovvero quella cattolica e quella protestante. Gli sport più popolari (che però metto tutti insieme sul gradino più alto in quanto facenti parte della GAA) sono l’hurling, calcio gaelico, pallamano gaelica e il rounders, ovvero gli sport tradizionali gaelici. In linea di massima questi sport vengono considerati “da cattolici” (basti pensare che una regola del football gaelico prevedeva che i poliziotti non potessero giocare in quanto più del 90% del corpo di polizia in Irlanda del Nord era protestante), mentre il rugby, al secondo posto, è “da protestanti” (io mi schiero sempre contro la divisione per religioni ma adesso lo faccio per comodità). Il calcio invece, da sempre e come sempre, è ritenuto forse l’unico sport alla portata di entrambe le comunità.

Il tuo essere schierato nel libro traspare in maniera evidente. Lo usi come punto di partenza per sviluppare tutto. È stata un scelta “narrativa” o è una necessità di cui non potevi fare a meno?
Purtroppo mi sono accorto di non riuscire a scrivere due righe senza schierarmi, ahimè è una necessità. Ho aperto anche un blog, Minuto Settantotto, per poter sbraitare in santa pace senza rovinare la reputazione a nessun poverino che mi ospitava nel suo di blog.

Mi dai tre chicche sul Derry squadra o su tre calciatori dei Candystripes?
Chicca n.1) Arrivato a Derry mi metto a parlare con amici del posto a proposito dell’11 titolare che sarebbe sceso in campo la sera stessa contro il Limerick. “Spero a fine partita di poter stringere la mano a McBride (leggendario capitano e icona dell’intera città)” “Lo vuoi conoscere? Lui fa il barista prima del match, se ci muoviamo magari becchiamo ancora il suo turno”. Questa è gente che, potenzialmente, gioca la Champions.
Chicca n.2) Dopo la stessa partita contro il Limerick riusciamo a trovare la strada verso gli spogliatoi dove quei i calciatori stavano ancora facendo la doccia. Mi avvicino a Patrick McEleney, all’epoca mio idolo di FM e adesso titolare nel Dundalk in Champions (orgogliosissimo, l’ho scoperto io cazzo!) con in mano la schermata stampata delle sue statistiche di FM: “Patrick, sono un italiano che è venuto fin qui per voi. Tra le altre cose a FM mi fai impazzire, me la autografi?” “Amico, tu sei un pazzo” (PS: prova a cercare su Google “alessandro colombini football manager”, rimarrai stupito)
Chicca n.3) Da qualche anno i tifosi del Derry vanno in trasferta con la bandiera dello Stato del Vaticano per far incazzare i protestanti

La parte del libro in cui mostri e parli dei murales del Bogside è molto bella. Quali sono state le tue emozioni nel vederli la prima volta e quali ricordi con maggiore passione?
L’immagine che non mi toglierò mai dalla mente è quella di un muro, tenuto su nonostante la casa del quale era parte sia stata abbattuta, con ancora i proiettili del Primo Reggimento dei Paracadutisti inglesi sparati durante il Bloody Sunday. Sono rimasto diversi minuti in silenzio a fissarli.

Mi dai anche altre chicche sui Belfast Celtic?
Purtroppo il mondo sembra essersi dimenticato del grandioso Belfast Celtic, consegnando a noi solo l’immagine della tragedia della partita contro il Lindfield che sancì la fine della magnifica avventura. Una cosa che mi ha molto affascinato però è che c’è stato un tentativo di ricostruzione di quella squadra con il Donegal Celtic FC, ma i vecchi tifosi del magico Belfast Celtic hanno preferito non sposare il progetto e rimanere senza una squadra. Come a dire “loro e solamente loro”.

Per definire socio-politicamente l’Irlanda del Nord di oggi, che parole useresti?
L’Irlanda del Nord di oggi è un vaso pieno zeppo d’acqua che aspetta soltanto la goccia che lo farà traboccare. Crisi che si fa sentire prepotentemente, alto tasso di disoccupazione, poche opportunità di lavoro, nessun investimento e così via. Anche il fattore-brexit è un punto interrogativo: con l’uscita dall’Unione Europea torneranno i soldati inglesi al confine con la Repubblica, e non è ben visto in una città di confine, e con una reputazione che tutti conosciamo, come Derry. Tutto dipenderà dal fatto se ci sarà questa già timidamente annunciata uscita dell’Irlanda del Nord a sua volta dalla Gran Bretagna.

SUL COMODINO (o in gabinetto) – Letteratura sportiva da leggere

Il ibro di Carlo Pizzigoni è atteso e sicuramente sarà un gioiello. Ogni pagina di “Locos por el futbol” (Sperling & Kupfer) dovrà essere letta con attenzione chirurgica (nel senso che a fine pagina saremo stanchi per le informazioni incamerate). “La mia rivoluzione” di Cruyff (Bompiani) è un libro da leggere ma soprattutto (merito della casa editrice, anche quello è fare un libro) da postare sui social perché ha una copertina da paura. Il libro dei ragazzi de L’Ultimo Uomo sulla serie A, “Campionato italiano di calcio. Serie A 2016-2017. La guida ufficiosa” (Baldini & Castoldi) è sicuramente da avere tra le mani a lungo (anche qui copertina ottima). Io ho letto quello precedente sugli Europei e c’erano un sacco di intuzioni e riflessioni interessanti (sarebbe bello se i ragazzi de “L’Ultimo Uomo” aprissero una sorta di thread aperta sul libro anche perché il libro dovrebbe coprire un periodo temporale molto ampio e in questo modo potrebbero, partendo dalle cose scritte nel libro, rianalizzare ongoing le situazioni tattiche). Ultima segnalazione “La squadra spezzata. La Grande Ungheria di Puskas e la rivoluzione del 1956” di Luigi Bolognini (66th and 2nd). Io l’ho letto nell’edizione Limina ed è stato uno dei libri per cui scrivo di queste cose oggi. Chi non lo ha letto, lo faccia adesso.

La migliore Italia contro l’Irlanda

Non è che a fare il bastian contrario goda particolarmente ma anche stavolta non mi ritrovo con la vulgata che parte dagli studi televisivi a notte fonda e si propaga sui giornali del giorno dopo travolgendo tutto.
Per me la partita con l’Irlanda è stata la nostra migliore partita, rispetto alle altre esaltate tutte o in parte dalla critica.
Per spiegarlo è bene partire da un assunto: siamo l’Italia e giochiamo all’italiana, vincendo soltanto quando la nostra italianità calcistica si esprime senza eccessive vigliaccherie tattiche né ardimenti che non ci appartengono. La partita di lunedì sera contro l’Irlanda ha rispecchiato in toto questo assunto, avendo almeno quattro occasioni da rete limpide e ricevendo in porta un tiro centrale su calcio piazzato.
Certo, manca il ritmo danzato della Spagna, il flusso sulle fasce della Germania, addirittura la capacità contropiedistica di quest’Inghilterra alla Di Matteo (era meglio la Francia), il gioco focalizzato sul grande campione del Portogallo. Tutte queste cose non le abbiamo ma forse non le abbiamo mai avute, battendo sempre lo stesso tasto della squadra compatta che non regala spazi aperti agli attaccanti avversari e cerca di ricavarseli grazie agli errori individuali dei nostri avversari.
La partita di lunedì è stata l’apoteosi di questo atteggiamento, magari barboso come pochi altri, ma vincente nel corso della nostra storia.
Se servirà solo questo per vincere è un’altra cosa però basta per giocarcela contro tutti gli avversari.