LA LETTURA: OLANDA-ITALIA 0-1

Non vorrei tirare in ballo Olanda-Italia del 1992, con quella vittoria in rimonta che fece anche innervosire Sacchi perché Vialli iniziò ad anarchizzare il gioco, venendo poi di fatto messo di lato e dimenticato per USA 1994 (che bello rivederlo ieri sera accanto al gemello). E non mi azzarderei ad avvicinarla nemmeno all’Olanda-Italia del 2005, quella in cui dominammo tatticamente e fisicamente gli Orange, imponendo una nostra voce che si sentirà poi fino al luglio dell’anno successivo.
La partita di ieri non è completamente sovrapponibile a queste due, perché il loro impatto fu decisivo nel momento stesso del triplice fischio, furono partite in cui l’intero gruppo ne uscì con una consapevolezza triplicata nei propri mezzi (con ricaduta ovvia e positiva nel grande torneo successivo), ma può essere in parte paragonabile, perché ne usciamo con l’idea di avere concetti chiari e ben eseguiti nel lavoro con e soprattutto senza palla, ma senza quel dominio di sé che le squadre succitate acquisirono grazie anche ad alcuni calciatori molto più forti degli altri contro cui competere. In grande sintesi: dalle sfide del 1992 e del 2005 capimmo che avevamo grandi giocatori in un’ottima squadra. Qui di certo oggi sappiamo che abbiamo giocatori buoni, alcuni potenzialmente ottimi, inseriti in un ottimo telaio di squadra. Lo spazio di crescita individuale dei singoli è molto più ampio.

Mancini se la gioca con un modulo flessibile, 4-3-3 in possesso e 4-5-1 senza palla. Prima della partita dice due cose importanti. La prima che Jorginho per questa squadra è fondamentale per la sua capacità di guidare il pressing. Ed è assolutamente vero: l’italo brasiliano porta per mano l’intera squadra e non fa sbagliare i tempi nemmeno a Barella che spesso non sceglie bene il ritmo di attacco all’uomo. La seconda è che da Zaniolo vuole dei gol. Sa che alla sua squadra serve un’attaccante esterno che sia molto più decisivo dai 25 metri in poi.
La prova più interessante è quella che deve superare il nostro centrocampo. Di là ci sono De Roon, Wijnaldum, De Jong e Van de Beek. Se non il meglio, ci siamo vicini. Insieme a Jorginho, saranno proprio le nostre mezzali a giocare un’ottima partita soprattutto dal punto di vista tecnico, facendo muovere veloce e bene il pallone in fase di possesso. Appena Mancini poi si accorge che Jorginho è sempre pressato da Van de Beek, usa un doppio play con Locatelli e dominiamo letteralmente il possesso. Sul regista olandese, Frenkie de Jong, invece utilizziamo un doppio schermo, Immobile quando siamo compatti in posizione 5-1 e Barella quando l’olandese si muove per uscire dal cono del centravanti. In questo modo siamo sempre riusciti a frenarlo e a non dargli campo per portare avanti il pallone.


In difesa abbiamo fatto una buona partita. Donnarumma fra i pali è davvero mostruoso e la parata su Van de Beek lo dimostra, ma in uscita ha perso anche quel poco di spavalderia dell’inizio. All’87’ gli olandesi si passano palla di testa a tre metri da lui e Donnarumma non esce. Deve assolutamente trovare i tempi per l’uscita alta, non è possibile che un portiere con la sua stazza non sia completamente padrone dello spazio aereo in area di rigore.
D’Ambrosio è cresciuto con Conte e sa difendere, Bonucci serve il triplo in queste partite in cui riusciamo a tenere alto il baricentro, se vi siete accorti della differenza Veltman-Chiellini, avrete ben compreso cosa vuol dire saper marcare l’uomo, una skill ancora necessaria per un difensore. Spinazzola ieri addirittura esagerato per presenza in fascia.
Abbiamo due principi molto chiari. Il gegenpressing puro, ovvero la sfuriante ricerca della riconquista della palla nei primi 5 secondi. Ci siamo riusciti per un’ora poi le gambe non ce lo hanno più permesso. Il secondo è il continuo cambio di gioco sul lato debole. Anche questo è stato un elemento tattico vincente.
Al nostro attacco manca un Mbappè per essere davvero devastanti. Ho scoperto l’acqua calda. I nostri tre (di Zaniolo purtroppo abbiamo visto poco) sono bravi nel muoversi tatticamente (Insigne addirittura maestro nella doppia fase, un calciatore che Sarri ha plasmato a meraviglia) e nell’aggredire gli spazi, ma difettano sia nel superamento dell’uomo, fisicamente non riescono a cambiare passo per vincere duelli di forza e spunto, e non riescono a rifinire bene. Siamo in cerca da anni di un calciatore che sappia fare in maniera eccellente almeno una di queste due cose, ma ancora non si vede.
Siamo una buona squadra ma per vincere in questo momento o troviamo un periodo dorato di un nostro centravanti o troviamo un attaccante esterno giovane clamoroso.
Vediamo un attimo anche gli altri come sono messi.

“QUATTRO A TRE”. INTERVISTA A ROBERTO BRAMBILLA E ALBERTO FACCHINETTI

Se dovessi descrivere in poche parole cosa è “Italia-Germania 4-3” in Italia oggi, come la definiresti?
A.F. La descriverei con poca fantasia la Partita del secolo, sicuramente di quello del calcio italiano. Dal 90′ in poi non esiste una gara del genere a quei livelli, cioè ad una semifinale mondiale.
R.B. Per i tedeschi la semifinale del 1970 con l’Italia è una sconfitta che brucia, soprattutto per come è maturata tra mille emozioni e altrettanti rimpianti, non ultimo l’arbitraggio di Yamasaki. Non è un caso che di fatto su quella partita non esistano monografie.



Scrivendo il libro, cosa hai scoperto che ancora non conoscevi di questo mito sportivo?
A.F. Io e Roberto Brambilla abbiamo scoperto molte cose che non conoscevamo, soprattutto particolari minori di biografia meno conosciute in Italia. Dall’arbitro Yamasaki e il suo maestro italiano De Leo ai giornalisti presenti in tribuna stampa. Poi c’è tutta la parte tedesca che in Italia non è mai stata raccontata nei dettagli.
R.B. Più di una, per esempio la storia del bendaggio di Franz Beckenbauer e dell’uomo che gliel’ha “ideato” (Erich Deuser) o la rivalità, poi diventata amicizia tra Uwe Seeler e Gerd Müller.

C’è nella storia dello sport italiano qualcosa che si può avvicinare per impatto sull’immaginario collettivo a Italia-Germania 4-3?
A.F. Una partita simile potrebbe essere Italia-Brasile del 1982. Ma non é la stessa cosa. La Partita del secolo è diventata molte altre cose che coinvolgono cinema, tv, musica, teatro, università, mostre. Solo per questo cinquantennale sono stati scritti 5 libri, compreso il nostro. Non ci sono paragoni.
R.B. Credo tre partite: la vittoria sull’Inghilterra nei quarti di finale di quel Mondiale, la semifinale mondiale di Spagna ’82 e soprattutto il 7-1 di Brasile 2014 contro il Brasile.



Chi fu il migliore in campo per l’Italia in quella partita?
A.F. Domenghini e Boninsegna furono encomiabili. Riva, che fece il più bello dei sette gol, non giocò una gran partita. Capitan Facchetti lo stesso.
R.B. Rivedendola tutta dico Uwe Seeler. Tanto movimento, giocate intelligenti, lui c’è sempre nelle azioni che contano.

C’è un elemento tattico, tecnico e di sviluppo del gioco di cui si parla poco in relazione a quella partita?
A.F. Quale tattica? Diventò la Partita del secolo grazie ad una assenza totale di tattica. Va detto che a livello tecnico in campo c’erano calciatori di valore assoluto, Palloni d’oro in carica e in fieri da entrambi i lati.
R.B. Il ruolo di Wolfgang Overath. È un giocatore eccezionale, un regista finissimo che sa pure concludere. Prende una traversa, ma soprattutto è il vero uomo di costruzione della Germania Ovest, in particolare dopo l’infortunio di Beckenbauer.

Il gol del 4-3 per gli azzurri siglato da Gianni Rivera nella semifinale tra Italia e Germania durante i campionati del mondo di Messico ’70, allo stadio Azteca di Citta’ del Messico. ANSA



Voi avete raccontato anche quello che c’era intorno al campo di calcio in quel momento. Ci puoi riportare in breve le sensazioni e le emozioni di chi ha assistito a quella partita?
A.F. Noi abbiamo cercato di raccontare soprattutto il pallone e i suoi protagonisti, cercando di mettere di mettere il campo da calcio al centro del villaggio. A livello emotivo già da subito fu un momento forte. Martellini quasi svenne al momento di chiudere la telecronaca. Rivera e Lago per qualche minuto pensarono che il gol decisivo fosse stato realizzato dal rossonero con il sinistro.
R.B. Una continua tensione, la voglia di vedere come va a finire che ha fatto rimanere svegli due Paesi e i sentimenti oscillanti tra la speranza e la disperazione (sportiva).

Fra 50 anni cosa sarà Italia-Germania 4-3?
A.F. Tra 50 anni sarà ancora “El partido del siglo”. In attesa di trovare quella di questo secolo.
R.B. Una partita mitica come lo è ora. Con una sola differenza, quella di non avere più le persone che potranno raccontare direttamente la cosa più importante di quella semifinale: le emozioni.

RECENSIONE DE “LA SQUADRA CHE SOGNA” DI GIUSEPPE PASTORE

Quante cose è il libro di Giuseppe Pastore, “La squadra che sogna” (66thand2nd Edizioni) sull’Italia del volley negli anni ’90. È la storia di una squadra sì, ma che squadra è? È una squadra dello spirito più che della carne o delle idee, anche se Pastore è bravo anche a scrivere di spalle spinzate, polpacci sfibrati e polsi sfilacciati, mentre lascia stare il volley da lavagnetta o da tablet e forse fa anche male. È una squadra che ci ha accompagnato in tutti gli anni ’90, che fanno da contrappunto nel libro con la loro carica rivoluzionaria di cui oggi forse comprendiamo la portata perché ci stiamo finalmente abituando tutti alle novità (prima fra tutte, l’esistenza digitale). Ed è una squadra-gruppo, a cui non eravamo e non siamo abituati. Soprattutto in Italia il gruppo-squadra è una sfera, con piccole irregolarità certamente, ma che rimbalza sempre con una più che buona approssimazione. Quella invece Pastore ce la presenta per quello che è stata, ovvero una squadra di singoli, ognuno con una sua forte e cocciuta personalità, che insieme formavano un dodecaedro il quale non riuscivi mai a capire dove rimbalzasse.
Il racconto non ha salti temporali né strani imbuti narrativi. Chi segue Pastore su Gazzetta, l’Ultimo Uomo e anche sui social conosce la sua capacità di cogliere un dettaglio per far discendere alla massima velocità il lettore fra le rapide delle diverse storie connesse a quella scintilla, una capacità tutta sua con la quale ti porta dove vuole, sempre però sano e salvo e mai in confusione. In questo libro espande per più pagine questa capacità, riempiendo di dettagli e parole che a volte sembrano piccole una vicenda enorme per lo sport italiano e non solo.


Diventa così grande anche perché quella squadra arriva in un momento di passaggio epocale per l’intero sport professionistico e per la pallavolo in particolare. Da sport “orientale” per eccellenza, noi arriviamo appena dopo la prima forte spallata USA e lo facciamo diventare globale, assecondandone la parabola storica naturale, ma anche forzandola con tutta una narrazione sul nostro artigianato sportivo di provincia di altissima qualità, una sorta di made in Italy del prodotto sportivo d’eccellenza, secondo cui all’atleta non basta il talento di un calciatore o di un corridore per vincere, per non parlare di quello che poi vi aggiunge Velasco, con le parole da guru ma anche con le scelte rivoluzionarie come i 12 titolari o i cambi forsennati. Diventiamo un laboratorio per l’intero sport, anzi un’enorme cucina, quello che poi in effetti pensano di noi. C’è uno chef che ha nuove idee, tanti ingredienti buonissimi, bisogna saperli miscelare alla perfezione, altrimenti la maionese impazzisce. Se il Dream Team di basket è un negozio di gioielli, noi siamo una vetreria di Murano.
L’autore da grande spazio a Velasco. Correttamente. Velasco, da non italiano, allenando la sua squadra fa un discorso su di noi, chiedendoci di adattarci e cambiare. Nel libro è ben tratteggiato questo che è una sorta di esperimento sociologico su un panel strettissimo (i giocatori di volley italiani). Velasco vuole mettere in subbuglio tutti i punti cardinali del nostro vivere in gruppo. La prima cosa sono gli alibi, molto più difficile da abbattere rispetto ai limiti. Per chi ha vissuto millenni fra le gambe dei colossi, oggi è molto più facile farsi prendere in braccio che cercare di arrampicarsi. Ma mette alla prova il gruppo non solo spronandolo a pensare in maniera differente, ma anche con scelte pratiche. Ad esempio sceglie due leader tattici alternativi (i palleggiatori Tofoli e Vullo e poi Tofoli e Meoni). Un grave errore nel paese più cesarista fra le democrazie occidentali. Eppure lui ci prova, così come all’improvviso elimina dal suo gruppo il leader caratteriale, Andrea Lucchetta. Anche qui l’italiano vero si sarebbe tenuto stretto chi ne fa le veci e riporta la voce in un gruppo, facendosi aiutare a guidare il gruppo stesso. Ma non Velasco.


Altra parte molto bella del libro è quella dedicata all’Olimpiade di Barcellona. Pastore descrive i fatti ma soprattutto cerca di far capire che cos’è un’Olimpiade per lui, ma anche per quegli atleti di cui parla, avendoli conosciuti così bene. In sintesi si può dire che è un viaggio dentro se stessi, una frase che si usa spesso, nella maggior parte dei casi per i reality show, il che ne spiega subito il valore. In questo caso invece è usata con cognizione, perché il partecipare ad un’Olimpiade con la possibilità di vincere è quanto di più colossale c’è oggi. La lotta è contro i limiti e le scorciatoie. Per vincere bisogna essere meglio di quello che siamo, non sfuggendo alla strada da percorrere di cui non si vede la fine. Quasi tutti tornano indietro.
Infine Pastore scioglie con un ottimo spunto il nodo più complesso in relazione a quella squadra, ovvero il rapporto fra vittoria e sconfitta. Lo scioglie scegliendo ma non citando il Pasolini, che da cinefilo è più vicino a lui, quello del 1967 alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, in cui parla di morte e montaggio. Pastore chiude il libro con la morte di quella squadra, la sconfitta alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Solo quella morte, ci dice Pastore in questo modo seguendo Pasolini, da senso al caos semantico di quel gruppo (e di quel tempo insieme, se parliamo di cinema). Quella morte ad Atlanta “compie un fulmineo montaggio della nostra vita” e per nostra Pastore intende sia di quella squadra straordinaria ma anche nostra in quanto tifosi e semplici uomini e donne che hanno assistito. Una squadra di vincenti che viene definita da una sconfitta, uno dei modi migliori nello sport per essere ricordati.

QUEL GIORNO DI MARZO DEL 1967

Fra le tante partite memorabili che l’Italia ha giocato a Marzo, una è parecchio esotica e anche molto importante per un nostro successo. Il 22 marzo 1967 andiamo a Cipro per sfidare al “Pancyprian Gymnastic Association Stadium” di Nicosia i padroni di casa.
È la seconda partita di qualificazione per la fase finale degli Europei 1968 e oggi sappiamo benissimo come andrà a finire. Veniamo da un ottimo esordio contro la Romania, la squadra più tosta per arrivare ai quarti, battuta 3-1. Segna un gol Virginio De Paoli e noi speriamo. Lo facciamo perché cerchiamo un numero 9 e lo cerchiamo dall’epoca comunque mogia e breve di Sormani. Dal 1964 in poi a giocare centravanti è spesso Mazzola, ma si vede subito che può fare quel ruolo con determinati compiti specifici solo nel calcio di Helenio Herrera.
Ci esaltiamo quindi per il gol di De Paoli con la Romania, ma contro Cipro al suo posto proviamo un altro 9, Renato Cappellini, all’esordio. Giochiamo male male e vinciamo solo grazie ad una ciabattata di Domenghini da fuori area, per poi chiudere i conti con Facchetti.
Herrera e Valcareggi comprendono che non erano quei due ragazzi col 9 ad essere le scelte giuste. De Paoli dopo la Romania non giocherò più in Nazionale, Cappellini ne fece solo un’altra contro il Portogallo cinque giorni dopo. Con il 9 giocò però Riva, che si ruppe il perone e fu proprio il centravanti dell’Inter a pareggiare il gol di Eusebio. Insomma ad un anno dagli Europei eravamo messi male, ma questo non si rivelò un male. Recuperato Riva, tornò all’ala sinistra, mentre come centravanti si guardò indietro all’idea Mazzola e per non dargli troppo stress da competizione si scelse come sostituto un ventenne del Varese, Pietro Anastasi. Chi lo avrebbe mai detto nel marzo del 1967 che quei due in finale contro la Jugoslavia…