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mica dobbiamo aspettare balotelli?

Alla domanda del titolo ormai non ho più risposte che non si rincorrono, negandosi a vicenda. A me Balotelli ha sempre impressionato, nel bene e nel male. Da ragazzo mi ha eccitato, ci vedevo davvero un campione epocale, anche per il suo essere una nuova idea di italiano. Poi mi ha immalinconito. Non solo ha sprecato delle potenzialità, ma non ha imparato a giocare al calcio, uno sport e non un piccolo show privato per poi passare con il cappello.
Sono combattuto. Balotelli potrebbe essere utile perché non c’è nessuno che mi fa chiudere definitivamente la porta. I centravanti che abbiamo in lizza hanno sempre un “non” che li precede. Belotti non è letale, Immobile non è da grandi appuntamenti, Keane non è pervenuto questa stagione, Pavoletti non è sano, Quagliarella non è giovane, Bernardeschi, nella formazione con il falso nueve, non è un centravanti. Resterebbe lui, ma quanti “non” sono da metterci vicino.
Io dico no. Ok la buona volontà, la classe e tutto il resto. Ma prenderlo adesso e dire salvaci tu sarebbe la cosa peggiore da fare. Soprattutto se viene detto ad un calciatore che non aspetta altro che qualcuno lo metta su un piedistallo. Finirà come sempre per lanciare le molliche di pane a quelli che sono sotto.

QUALI AMICHEVOLI DOVREBBE GIOCARE L’ITALIA?

Parlare di Nazionale in questo momento, dopo che anche le partite contro Armenia e Finlandia sono state vinte, è perlomeno poco notiziabile. Infatti ci aspettiamo spazi molto risicati sui giornali. Il girone è praticamente passato, la squadra è questa, di nuovo si potrebbe palesare Tonali, anche se pensiamo che Mancini non butti via l’equilibrio trovato con Jorginho-Verratti-Barella a centrocampo. Per il resto normale amministrazione e un altro po’ di partite del girone, tra cui quella contro la Bosnia fuori casa come unico e piccolo banco di prova.
E allora è meglio lanciarsi in un fanta-amichevoli per tenere desta l’attenzione. Chi farebbe bene ad incontrare l’Italia nel 2020?
La prima su cui mi testerei è sicuramente l’Inghilterra, magari un bel sabato pomeriggio a Wembley. Un po’ per lo scenario, così da capire a che punto ci frega il miedo escenico e poi per la squadra di Southgate, fra le nazionali la migliore al mondo se parliamo di pressing e ripartente fulminee. Il lavoro di Guardiola e Klopp fatto in Premier League ha lasciato segni fortissimi e tenere testa ad un’Inghilterra che vuole fare la partita è un esame da fare.
Eviterei Spagna (ormai conosciamo tutto di lei, per anni abbiamo cercato di imitarli senza riuscirci ma battendoli nel 2016) e Germania, che sempre scegliamo di affrontare in questi periodi di magra. Punterei a sfidare di nuovo, dopo la Nations League, il Portogallo. Se l’Inghilterra è tambureggiante, il Portogallo è avvolgente, nelle cui spire ci si addormenta, si soffoca, fino a che Cristiano Ronaldo non ti dà il morso decisivo. Affrontando la squadra di Fernando Santos, cercherei di assaltare il loro centrocampo di zucchero e genio per togliere loro spazi e tempi. Una cosa quasi impossibile. Se riesce però sapremo usare le stesse idee proprio contro Spagna e Germania.
Infine cercherei la partita che fa brand, quella contro il Brasile. Un po’ perché fa sempre effetto giocarci contro e un po’ per sfidare una mentalità diversa rispetto a quella europea. Utilizzerei questa partita soprattutto per imparare sul campo alcuni dei loro punti di forza, per cercare di farli propri e utilizzarli proprio contro le squadre che poi affronteremo nei campionati europei.

Il 9 della nazionale È andato all’everton (meglio così)

Il centravanti della Nazionale è passato dalla migliore squadra italiana, la Juventus, ad una squadra di media classifica in Premier League. Questo è un fatto, al netto di postille che potrebbero essere vacue e da un discreto avvocato impugnate. Come valutare poi il fatto in sé, è un discorso che tiene dentro troppi elementi per essere in egual modo sintetici.
Moise Kean è andato all’Everton per 27,5 milioni di euro pagabili in tre esercizi, con ulteriori 2,5 milioni di bonus. La Juve ha tenuto poi a precisare che questo movimento genera un effetto economico positivo di 22,5 milioni, sottolineando come per le casse sia stato un toccasana. Plusvalenza completa, venendo dalle giovanili, i bianconeri si sono lasciati anche un spiraglio, ponendo una sorta di diritto di prelazione nel caso in cui venga fatta un’offerta per l’acquisto del giocatore, che la Juve può pareggiare e così prendersi il ragazzo nato a Vercelli.
Una cosa però è certa. Nel biennio in cui la Juve farà di tutto per vincere la Champions League, ha lasciato partire il suo giovane più interessante per coprire in parte le grosse spesse fatte e per non cincischiare. Questi due anni dovrà giocare la squadra migliore possibile, nessun granello composto da incomprensione e possibilità non sfruttate deve frenare quello che vuole essere un carrarmato lanciato in discesa. Privarsi di un pezzo di futuro potenziale per massimizzare il presente non è una follia. Lo hanno fatto tante altre grandi prima dei bianconeri e nella maggior parte dei casi non è andata male.
Se giriamo l’occhio di bue sul calciatore le cose cambiano. Da febbraio in poi l’hype su Kean sì è spalancato, fin quasi a farne un bigger than future. Allegri afferma di essere di fronte a potenzialità speciali, Cristiano Ronaldo lo accarezza e consiglia, i gol con la Juventus, addirittura quelli in Nazionale dove gioca da 9. Con gli archi dell’aura predestinante che ancora intonano un re minore, Kean gioca male la partita contro la Spagna dell’Euro Under 21, fa una fesseria con Zaniolo, fa altre piccole cosette che una stampa facile al timbro non definibile altrimenti se non come razzista, definisce “à la Balotelli”, e tutto si sgonfia in un secondo. Quando parte per l’Inghilterra tutti, tifosi juventini e non, quasi non se ne accorgono. Eppure il 23 marzo aveva segnato il secondo gol contro la Finlandia e c’era chi diceva: “Abbiamo il nuovo goleador italiano”.
Ma il passaggio all’Everton non è una sconfitta, anzi, per Kean giocare nel campionato migliore al mondo non può essere visto come una diminutio. Di sicuro adesso è senza rete. L’ambiente Juve ti culla e protegge, poi se non sei già prontissimo ti manda nel bosco da solo, ma è anche giusto così. Moise Kean ha solo due anni per mostrare che calciatore è. Non vale niente la giovane età. In un mondo dello sport in cui in questo momento i giovani stanno spalancando dei nuovi modelli (ci rendiamo conto di quello che sta per succedere nel ciclismo?), lui, se davvero è un campione, deve dimostrarlo adesso. Tra due anni può essere davvero il 9 della Nazionale o tornare in Italia al Sassuolo. Mezze misure inesistenti.

L’ITALIA DI BEARZOT NASCE CON LA FINLANDIA

di Alessandro Mastroluca

Fulvio Bernardini ha esordito come ct in un’amichevole a Zagabria dopo la disfatta di Stoccarda al Mondiale del 1974. Non ha schiarito l’azzurro tenebra di una nazionale in cui c’era da mettere in pensione Mazzola e Rivera. Alla sua prima partita ufficiale, l’Italia perde a Rotterdam contro l’Olanda con Crujff in campo, ma non più con Michels in panchina. Anche in Italia fiorivano spinte per un calcio all’olandese, ma nemmeno il suo carisma facilita il cambiamento. Le prestazioni della Nazionale restano mediocri nelle qualificazioni per l’Europeo del 1976.

Resterà ct per sole sei partite, nelle quali è anche direttore tecnico e responsabile primario degli azzurri. “Si divertì a rompere ogni schema, con convocazioni sterminate, chiamando anche illustri carneadi”, ha scritto Corrado Sannucci su La Repubblica. “Fece esordire Rocca, Roggi, Caso, Zecchini, Damiani, Re Cecconi, Antognoni, Savoldi, Esposito, Orlandini, Martini, Guerini, Gentile, Cordova, Graziani, G.Morini”.

“Bernardini”, scrive Claudio Gentile nella sua autobiografia, “ha settant’anni e un po’ li dimostra per l’aria stanca e perché parla lentamente, a scatti, con una voce roca, a volte quasi a fatica, anche se è sempre lucidissimo e spiritoso. Un personaggio con un carisma incredibile, elegante, con il suo inseparabile borsalino in testa”. Tra i due non c’è confidenza, c’è un distacco dovuto più al ruolo che all’età.
Mantiene il posto di commissario tecnico fino al 27 settembre 1975, giorno di Italia-Finlandia all’Olimpico. All’andata gli azzurri hanno vinto 1-0 a Helsinki. È bastato il rigore striminzito di Giorgio Chinaglia. Quel giorno in panchina va Enzo Bearzot, Bernardini rimane come garante-supervisore. La nazionale a due voci, scrive Bruno Bernardi sulla Stampa, “stona, perché rischia di generare confusioni ed equivoci. Alla eloquenza di Bearzot — che espone i suoi concetti con attendibili spiegazioni tecniche e teoriche — si contrappone la dialettica un po’ scanzonata di Bernardini”. Non sempre i due vanno d’accordo: Bearzot ripete che Capello e Pecci non possono coesistere, Bernardini invece è meno categorico. In campo va comunque il solo Pecci, che forma la cerniera di centrocampo con Benetti a destra e Morini a sinistra. Antognoni invece, spiega Bearzot alla vigilia a Franco Mentana per la Gazzetta dello Sport, “agirà a briglia sciolta, libero di muoversi e di inserirsi secondo estro ma sempre tenendo conto dell’atteggiamento delle due punte”. L’obiettivo è di non esporsi al contropiede degli scandinavi, superiori agli azzurri sul piano atletico.

Il test di Coverciano contro la nazionale juniores rinforza le convinzioni di Bearzot. Dall’alto, Bernardini osserva e approva. “Siamo soddisfatti perché ciò che Bearzot ha chiesto alla sua squadra l’abbiamo ottenuto. Visti dall’alto, gli azzurri mi sono piaciuti per circa un’oretta: hanno cercato i collegamenti, a scapito del ritmo” ha detto. “C’è ancora molto da lavorare. Vorrei che la squadra si muovesse in blocco in un’area di 40-50 metri. È un sistema che impone doppia fatica e forse anche per questo si sono registrati degli errori nei passaggi e nelle conclusioni. Alcuni non ancora la condizione di forma ideale e hanno accusato una certa stanchezza”.

Bernardini, che in quei giorni annuncia una querela a un giornalista milanese, non sopporta le critiche di chi chiede risultati immediati e invoca il ritorno di Mazzola. Persino gli arbitri, in un sondaggio sui giornali, lo inseriscono nella loro nazionale ideale. “Di certe intrusioni ne farei volentieri a meno — afferma Bernardini — ma che vogliono questi arbitri? Tutti si dimenticano che, proprio con la Polonia, a Stoccarda, c’era Mazzola e che l’Italia venne egualmente eliminata”.
Bearzot, che si regala il debutto ufficiale sulla panchina azzurra per i 48 anni, si dice più interessato al gioco che al risultato. Vorrebbe vedere una maggiore maturità tattica nei giovani, e lo sottolinea nella conferenza stampa della vigilia. Mentre Bearzot enuncia titolari e riserve, lo stonato concerto a due voci si interrompe. Bernardini osserva in disparte, al massimo tossicchia.

La partita dell’Olimpico si traduce in un’esibizione di mediocrità disarmante. In campo scende “una nazionale popolata da fantasmi” titola la Gazzetta dello Sport. “Per impensierirci”, scrive Mottana, “per mortificarci non ci vogliono i campioni, bastano i finlandesi. L’Italia è già fuori dal campionato d’Europa (…). Il calcio italiano ha toccato il fondo nello stesso momento in cui cercava, dopo un anno perduto, un timido sperabile decollo”. I finlandesi mancano anche quattro palle gol in una partita che sconcerta l’allenatore della Polonia, inserita nello stesso girone: non si può giocare così male, pensa degli Azzurri. “Dove possiamo nasconderci”, si chiede per la Stampa Giovanni Arpino,
“in un fosso, in un vicolo buio, nella cuccia del cane? Altro che cavalcar la tigre: questa povera Nazionale (senza filtro e di pessimo tabacco) non sa neppure domare una renna (…). Parlavamo anche di « Nazionale logica ». Ma puoi essere logico finché vuoi, e magari figlio di Spinoza o Hegel o Benedetto Croce: se in calcio non stai in piedi, non puoi giocare. E in piedi, sull’erba romana, stavano in quattordici: gli undici finlandesi, Facchetti. Rocca e Benetti”.

Un mese dopo, alla vigilia della partita contro la Polonia, Bernardini lancia il suo j’accuse a tutto il calcio italiano. “Andiamo sempre appresso ai risultati, alle qualificazioni, mentre si dovrebbero tentare strade nuove: non possiamo diventare di colpo polacchi o olandesi” dice. Se la prende con la stampa, che esalta vecchie glorie e supposti campioni mentalmente impigriti, e con gli allenatori, responsabili di impostare le squadre in funzione del risultato, di farsi condizionare dalle società che magari impongono “di non rinunciare ad un giocatore mediocre, che non meriterebbe di giocare neppure in serie B, (…) per non svalorizzarlo”.

Bernardini chiede tempo, i tifosi vogliono risultati subito. Facchetti dice che la nazionale ha giocato decentemente solo nella trasferta di giugno del 1975 in Unione Sovietica, nonostante la sconfitta per 1-0. Pier Paolo Pasolini, nell’ultima intervista al Guerin Sportivo tre giorni prima di morire, gli dà ragione. Critica anche Chinaglia, affermando: “in quella Nazionale era perfettamente inutile: una mezza punta goffa e delirante, che in tal ruolo non vale neanche un decimo di quello che vale il delizioso, lampeggiante Bettega. E per di più Chinaglia non fa altro che mettere il malumore agli altri: e tutti sanno che si gioca bene solo quando si è di buon umore”. Pasolini non si aggiunge al cerchio di voci che vorrebbero l’addio di Bernardini, che “ha dato alla Nazionale una velocità doppia a quella della Nazionale precedente (…). Questa velocità ha creato un nuovo, grande giocatore: Capello”. Il segreto del gioco moderno, sottolinea con visione prospettica e quasi profetica, “è l’esattezza massima alla massima velocità: correre come pazzi ed essere nello stesso tempo stilisti”.

Un’Italia così nascerà. Batterà l’Argentina in casa loro al Mondiale, fallirà l’Europeo in casa nel 1980, sarà contestata, criticata, ma al Mundial di Spagna troverà la redenzione insieme a Pablito Rossi nel pomeriggio del Sarrià contro il Brasile e da lì via fino all’urlo di Tardelli in finale contro la Germania Ovest, agli applausi di Pertini perché “non ci riprendono più”, allo scopone in aereo. Quella nazionale di fatto si manifesta per la rima volta il 28 maggio 1976. C’è ancora il duo Bernardini-Bearzot, anche se “Fuffo” ormai non decide più. L’Italia sta giocando il Torneo del Bicentenario degli Stati Uniti d’America dopo l’eliminazione agli Europei 1976 nella fase eliminatoria.

Nel primo tempo, gli azzurri offrono uno spettacolo inatteso, mai visto prima contro gli inglesi. Disegnano un calcio veloce, brillante, e segnano due gol in 19 minuti. Ma all’intervallo succede qualcosa. Lo racconta Paolo Pulici a Italo Cucci per il Guerin Sportivo. “La sfilata delle majorettes è andata per le lunghe, l’intervallo è durato circa venticinque minuti e noi eravamo già pronti a riprendere il gioco mentre quell’esercito di belle ragazze era ancora in campo”. Al ritorno in campo, c’è ancora chi segue con gli occhi le giovani ballerine in minigonna, “e quando hanno aperto gli occhi, Zoff era stato battuto già due volte”. Però, forse per la prima volta, l’Italia quel giorno ha giocato in un altro modo, ha aggredito e non aspettato.

Un altro aspetto ha sorpreso gli inglesi e i giornalisti, la divisione dei ruoli tra Bernardini e Bearzot. C’è chi non sa bene a chi rivolgersi per le domande di rito della vigilia, non è facile per gli stranieri capire chi conta dei due, cosa chiedere e a chi. La doppia gestione è ormai finita, nei fatti. Nella forma, lo sarà ancora contro la Finlandia, a Helsinki, l’8 giugno 1977. L’Italia vince 3-0 con una squadra senza regista e avvicina la qualificazione ai Mondiali d’Argentina. “Ho sempre sostenuto che chi è in possesso di palla deve trasformarsi in regista. Ci stiamo avvicinando a questo concetto” afferma Bernardini. “La più grossa soddisfazione è quella di aver creato l’ambiente, di aver rinnovato il fascino della maglia azzurra. Anch’io posso aver commesso degli errori, ma i risultati ci sono stati e le scelte operate due anni fa sono state suffragate dal valori espressi in campionato. Questo gruppo comprende i migliori elementi disponibili, i quali hanno la coscienza di formare una “élite”. Nessuno è disposto a vivere di parassitismo agonistico perché sa che può contare sulla collaborazione di tutti”, dice Bearzot.

L’Italia non sarebbe stata più la stessa. Dopo quella partita tutti i giornalisti vanno nell’albergo della Nazionale, dove la FIGC aveva organizzato un banchetto. Quel banchetto, ha raccontato a Genova 3000 Elio Domeniconi, inviato del Guerin Sportivo, “mi tenne sveglio per tutta la notte. Erano tutti piatti di pesce crudo, con tante salse piccanti sopra”. Il presidente della FIGC, Franco Carraro, lo convoca nella sua suite. “Domeniconi, ho bisogno di un grosso favore. Lei a Genova ha gli agganci giusti. Dovrebbe pregare i suoi amici della Sampdoria di riprendersi Bernardini. Conto su di lei”, gli dice. Domeniconi chiama il vicepresidente Roberto Montefiori. “Carraro ha già telefonato anche a me. Tranquillizzalo, ci riprenderemo Fulvio come direttore sportivo”. Inizia così definitivamente l’era Bearzot.