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“Pedalare” di John Foot

Pedalare_John_FootLeggere Foot è puro relax emozionale. Riesce a farti leggere, dopo tutte le volte che lo hai fatto, della Cuneo-Pinerolo dandoti la bellezza della scoperta. Tanti ci provano, pochissimi ci riescono. Ma la cosa straordinaria è il riuscirci senza svisare verso punti di vista strampalati o chiedendo aiuto a mezzo mondo (chi c’era, chi forse c’era, chi non c’era e voleva esserci, ecc.). Scrive con la leggerezza della prima volta e percepiamo il gusto della novità.
“Pedalare” è un libro di scienza e coscienza, ed è di grande onestà intellettuale farlo terminare (o comunque far terminare la parte che possiamo definire sport) nel 1984, nel momento in cui Moser, con Conconi e Ferrari a fargli da guardiaspalle, cerca e trova due record dell’ora a Mexico City. In quel momento non inizia il doping ma ne inizia l’era, l’epoca in cui tutto viene scritto dalla costruzione chimica dell’atleta.
Il ciclismo dei pionieri emerge per quello che ho sempre pensato: il primo vero sport. Anche fra giochi al massacro e pause nelle cascine, il ciclismo dei primissimi crea uno sport e forse lo sport come lo conosciamo oggi.
L’epoca di Coppi e Bartali è una fantastica storia del nostro paese e del dopoguerra, il momento più sincero della nostra identità. Gli anni ’60 con la pista è un altro fatto che abbiamo dimenticato, gli anni di Merckx sono stati coraggiosi e per i tanti che li hanno vissuti, indimenticabili.
Il doping in tutti questi anni c’è sempre stato. Ma veniva dopo l’atleta. Dagli anni ’80 diventa una semplice condizione necessaria per raggiungere l’obiettivo e lo sport ciclismo è diventato una fiction, magari anche piena di colpi di scena, ma così vicina ad un reality che lo puoi vedere mentre fai altro, tanto sai già come va a finire.
Altra cosa: la traduzione è molto ben fatta, non fa perdere quello stile piano che è il plus del libro.

Linea Bianca di nuovo in libreria – La migliore letteratura italiana a confronto.

Se c’è davvero qualcuno che mi legge, vuol dire che ne ha bisogno. Se c’è qualcuno che capita per caso su questo blog, vuol dire che il caso ci indica le strade migliori. Se c’è qualcuno che legge, attraverso le vie del web che sono riuscite a superare per infinitezza quelle del Signore (Giordano Bruno ne sarebbe felice), queste parole, vuol dire che deve allargare il suo desiderio di conoscere. Per tutti questi tipi umani leggere il nono numero di Linea Bianca, trimestrale di scienza e cultura sportiva edito da Limina, di ritorno dopo alcuni anni, è un obbligo.

Nelle mani delicate del Direttore Roberto Beccantini, il meglio della letteratura sportiva italiana ci scrive dell’Africa che aspetta il suo primo Mondiale e del Brasile che ha ancora da attendere.

Scrivo a botta calda, con la rivista appena scartocciata, per cui più che una recensione, mi limito ad una presentazione da primo appuntamento. Nella parte de “La nostra Africa”, firme come quella di John Foot (autore di “Calcio. A History of Italian Footbal”l, premiato alla 45esima edizione del Premio Selezione Bancarella Sport), Luca Ferrato (calcio e società analizzati senza essere mai banale), Furio Zara (“Bidoni” e non solo), Alec Cordolcini (chissà che pezzo per il paese dei boeri), Nicola Calzaretta (le sue storie sul Guerin Sportivo creano dipendenza) parleranno della nostra prossima Africa, vista in tv e vissuta per un mese intensamente.

Anche per questa nuova edizione, l’Intervallo è affidato ad Antonio Dipollina, che in base al titolo ci dovrebbe parlare della moda scommesse, ma siamo sicuri che si allargherà, certo che si allargherà.

Seconda parte: Brasile. Il moloch Pastorin c’è, insieme a Bruno Barba e Maurizio Ruggeri.

Infine Zibaldone, per lasciare andare gli estri dove vogliono: Luigi Garlando ci seduce con Meazza, Andrea Maietti ci stuzzica con la bycicleta di Pelé, Giorgio Porrà ci incuriosisce con l’altro Vieri, che dovrebbe essere Bob, Matteo Marani ci istiga con il fast foot. Il piatto è prelibato e già stracolmo, ma un bel po’ di spazio in testa dobbiamo conservarlo per Luigi Bolognini (“La squadra spezzata” è uno dei migliori romanzi sportivi e non degli ultimi anni), Massimiliano Castellani (le sue inchieste sulle malattie nel calcio scavano in una realtà che non si vuole conoscere), Gianni Mura (con due articoli sullo Zambia, che ci distrugge alle Olimpiadi e muore su un aereo con il sogno del Mondiale, usciti su Repubblica) e Rino Tommasi che ripropone il suo cartellino.

In mezzo a questi ho la ventura di aver scritto anche io due pezzi, sulla prima volta delle due Coree al Mondiale (prima volta anche che due nazionali sono al Mondiale mentre sono ancora in guerra, perché la Guerra di Corea è ancora in stand by, dopo l’armistizio di Panmunjeom del 27 luglio 1953) e, a nome della Biblioteca e Museo del calcio Andrea Fortunato, sui 32 libri da leggere per ogni nazionale che va a in Sudafrica.

In allegato anche il documentario “L’incontro” sullo spareggio Bologna-Inter che assegnò lo scudetto 1963-64

Leggiamoci Linea Bianca e poi ne parliamo.