"I club italiani si sono impigriti". Intervista a Roberto Beccantini

Avere a portata di taccuino Roberto Beccantini, una delle ultime firme degne di lettura del nostro giornalismo, è davvero un privilegio. Per la competenza del giornalista e la coerenza dell’uomo. Facciamo questa intervista già sapendo che alla fine saremo più ricchi.

L’Associazione “Andrea Fortunato” ha fondato la prima Biblioteca italiana a tematica calcistica, intitolandola ad Andrea Fortunato. Qual è il suo pensiero su questa iniziativa e un ricordo di Andrea Fortunato?

Mi sembra un’iniziativa splendida, visto che associa i libri a un giovane di grande passione che il destino ha sbalzato da cavallo al culmine del sogno, quando tutto nella vita e nella carriera ti sembra generoso. Non l’ho conosciuto di persona, Andrea, ma lo ricordo, capelli al vento, addentare il campo all’Olimpico contro la Lazio.

Uno degli scopi dell’Associazione riguarda l’introduzione di una legge per l’esame dei valori ematici obbligatori dai 6 ai 18 anni, occorrenti per il rilascio della certificazione medica per i praticanti sportivi agonistici e non e durante l’attività; un suo giudizio in merito a questa proposta e riguardo i controlli obbligatori?

Tutto quello che si fa a scopo preventivo è ben accetto. Per questo, plaudo alla vostra battaglia e la sostengo. D’accordissimo sui controlli obbligatori. Non si può lasciare nulla e nessuno al caso. L’esperienza insegna che a volte, pur di affermarsi, si ceda alla tentazione di trascurare eventuali deficit fisici.

Lo sport in Italia deve recuperare credibilità sotto diversi punti di vista, in primo luogo il doping. Secondo lei quali misure da parte del Governo, della FIGC e del CONI servono per dare un segnale forte?

Una cosa fatta bene può essere sempre fatta meglio. In materia di doping, ad esempio, l’Italia ha recuperato un po’ del (moltissimo) terreno perduto negli anni Ottanta e Novanta. L’importante è che il governo non abbassi la guardia, e che l’Europa, a livello penale, vari e applichi sanzioni omogenee e condivise, valide per tutti. Sarebbe uno straordinario deterrente.

Il suo giudizio su calcio allo stato attuale, troppo chiuso nella sua torre fatta di business globale e milioni di euro di ingaggio. Secondo lei il Governo dovrebbe intervenire per rimodellare il sistema calcio?

Le ombre lasciate dalle sentenze di Calciopoli hanno contribuito a frenare le riforme auspicate. È il solito calcio: volgare, fazioso, servile. Ciò premesso, la politica se ne stia fuori. In Italia abbiamo una classe di dirigenti senza classe. Fu un grande pastrocchio politico-sportivo a gonfiare mostruosamente, nell’estate del 2003, la griglia della serie A e della serie B.

Con Kakà al Real Madrid ci resta il solo Ibrahimovic (se resta) come calciatore di fama internazionale e di alto lignaggio “promozionale”. Siamo ormai un campionato di secondo livello?

Premesso che l’ultima Champions vinta (dal Milan) risale al 2007 e non a un secolo fa, la perdita di fuoriclasse come Kakà (e forse Ibrahimovic) non può che confermare l’impoverimento tecnico del nostro campionato. Si va a cicli e adesso tocca a inglesi e spagnoli. I soldi non c’entrano: non quanto, almeno, risulti alla Lega. Ci siamo impigriti. E tranne la Juventus nessuna società ha cominciato a costruire un suo stadio.

La Juve sembra in una crisi organizzativa prima che tecnica. Chi e come può tirarla fuori?

Urge un referente tecnico di spessore fra dirigenza e squadra. Sbaglia, Blanc, a sommare le cariche di amministratore delegato e direttore generale. Servono uomini di calcio, non di sport. La pista Marotta è interessante: a patto che abbia i poteri, veri, del direttore generale.

Campionato 2008-2009, chi è stato il miglior giocatore, il miglior giovane, la squadra rivelazione, il miglior allenatore?

Miglior giocatore: Ibrahimovic. Miglior giovane: Balotelli. Squadra rivelazione: Genoa. Miglior allenatore: Gasperini.

Lei è uno dei due giornalisti italiani che votano per assegnare il Pallone d’oro. Al di là dei grandi campioni “mediaticamente” star internazionali, a quale calciatore darebbe il premio?

Ne assegnerei uno alla memoria: a Gaetano Scirea. Più passa il tempo, più la nostalgia invece di diminuire cresce.

Se il 12 luglio 2010 (magari… vorrebbe dire altra finale mondiale) Marcello Lippi lascia la panchina della Nazionale, chi sarà per lei il nuovo Commissario tecnico?

Vedo bene Carlo Ancelotti.

Cosa sogna per il calcio?

Il mio sogno nel cassetto è che in qualità di presidente dell’Uefa Michel Platini riesca a imporre il fair play finanziario ai club. Non tutti uguali (perché non sarebbe giusto), ma tutti in regola (perché sarebbe il minimo). Non m’illudo: sarà dura. Il debito, nel mondo, è diventato una sorta di fiore all’occhiello. Più ne accumuli, più sei invidiato.

Tra istant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?

Da un eccesso all’altro. In passato, i libri latitavano. Oggi, te li sbattono in faccia. E così la quantità fa aggio sulla qualità.

La sua penna accarezza l’orecchio e muove il cervello. Quali sono stati i suoi riferimenti letterari?

Troppo gentile. Ho sempre adorato leggere. I miei riferimenti? Nello sport, Gianni Brera, Gianni Clerici, Gianni Mura, Gianfranco Civolani, il mio primo maestro a Bologna, Giuseppe Pistilli, Emanuela Audisio. Fuori sport, gli americani (Raymond Carver e John Fante su tutti) e i classici russi (da Dostoevskij a Tolstoj). Fra i sudamericani, il Marquez di “Cent’anni di solitudine” e il primo Vargas Llosa. Fra i nostri, Sandro Veronesi e Giampaolo Pansa. L’importante è leggere di tutto e rubacchiare qui e là qualche briciola.

Il Tandem anomalo di Ancellotti: come giocare senza perno centrale


Nel calcio internazionale l’attacco a due punte ha bisogno sempre di un faticatore spalle alla porta, un centravanti capace di dare i tempi di risalita alla squadra e di inserimento ai centrocampisti avanzati. Anche la Roma dello Spalletti 2009 gioca con Vucinic o Baptista spalle alla porta che suggeriscono le incursioni di Brighi e Perrotta. Anche il Totti centravanti sui generis ha più o meno le stesse mansioni rivedute e corrette dalla sua capacità di fare perno sul marcatore diretto e girarsi per tirare a rete o servire l’uomo che si muove in verticale. A sovvertire questa idea è intervenuto il caso e l’esperimento di Ancellotti con il duo brasiliano Kakà-Pato. Venduto Gilardino, infortunato Borriello, evanescente il nuovo Shevchenko e declinante il vecchio Inzaghi, Ancellotti si è ritrovato con soli due attaccanti capaci di reggere il peso e il ritmo delle partite, entrambi tra l’altro più seconde punte di appoggio che veri e propri attaccanti centrali. Li ha fatti prima giocare insieme ad un attaccante di riferimento e poi li ha schierati da soli, sfruttando al massimo le loro caratteristiche. A differenza di un normale tandem d’attacco infatti, Kakà e Pato non giocano mai spalle alla porta e aggrediscono lo spazio che li divide dalla porta avversaria e non quello alle loro spalle per cercare di accorciare la squadra e permettere lo scambio con i centrocampisti. Grazie ad un centrocampo eccezionalmente tecnico che sa lanciare con grande precisione, Ancellotti preferisce che i suoi due attaccanti siano serviti in verticale, sulla corsa, magari appoggiando prima il gioco sui terzini che avanzando occupano lo spazio in fascia e riescono a passare con precisione la palla per le punte che svariano dal centro all’ala. Sia Kakà che Pato quando ricevono la palla non la scambiano con la mezzapunta che accorre, ma si girano e puntano l’area, accompagnati dai centrocampisti, utili nel momento in cui la corsa si blocca per essere serviti sul movimento. In questo modo un difensore è fermo per bloccare la punta e gli altri vengono presi di infilata dai centrocampisti che attaccano lo spazio puntando la porta. Questo meccanismo d’attacco si riesce a sviluppare soprattutto grazie al grande controllo di palla in velocità in cui i due brasiliani sono maestri e alla libertà che l’allenatore concede di fare quello che sentono opportuno: caricare la difesa scombussolando le linee, fiondare in porta, arrestarsi e aspettare il movimento dei compagni, allargarsi per crossare palloni sempre ben calibrati. Grazie al movimento e alle caratteristiche delle sue due punte brasiliane inoltre, il Milan riesce ad attrarre lontano dall’area di rigore i difensori centrali avversari che, essendo mediamente molto meno veloci di Kakà e Pato, vengono facilmente saltati e sono costretti al fallo da ammonizione certa se non vogliono lasciar andare l’attaccante. Se la difesa poi non segue Kakà e Pato, viene attaccata frontalmente dai due, supportati dai centrocampisti e dai terzini di spinta. Chiaramente in una situazione del genere serve a poco il fuorigioco e la marcatura fissa. Far accorciare sulla punta il mediano porterebbe alla concessione di troppo campo al Milan e lascerebbe i propri uomini offensivi senza rifornimenti semplici, in quanto l’azione riparte con pochi uomini davanti la palla da servire solo con lanci lunghi per non cadere nel pressing dei mediani milanisti.

Se fossi in lui

Piccola domanda pretenziosa, anzi direi capziosa, come si dice ormai solo in sedi forensi. Ma tu se fossi un calciatore lasceresti una squadra che pensi abbia terminato il suo ciclo (comprare Cardaccio e Viudez non sostituisce la foga declinante di Gattuso e l’appassimento della rapacità inzaghiana), per cui tu sei uno che guadagna già troppo (Galliani ogni tanto si dice una frase che dovresti ascoltare proprio tu: “Bisogna mettere un tetto agli ingaggi”), che ha un Presidente lontano dalle questioni d’ordinaria amministrazione per impegni di altra natura, che si ripete in continuazione di essere la squadra campione del mondo anche se non lo è più e soprattutto chissà quando lo diventerà di nuovo (a parità di calciatori di prospettiva e di soldi effettivamente circolanti nella società ha le stesse chance di diventare campione del mondo del Napoli e del Wolfsburg), che punta ad una ribalta mediatica sui mercati non-tradizionali del football più che a costruire squadre che vincono contro il Siena, che ha un allenatore di cui ti fidi ciecamente il quale prenota una panchina di una squadra con minori possibilità e storia al momento attuale di quella in cui giochi, per andare in una squadra che ad oggi ha uno dei patrimoni economici più grandi del pianeta (l’importante non è fare un contratto in cui si guadagna di più, ma avere la sicurezza che quei soldi li percepisci davvero per tutta la durata del contratto), che sta costruendo un futuro da grande del calcio internazionale (lo slogan di tutti i giornalisti sportivi italiani è: “Che senso ha lasciare la squadra campione del mondo per andare a lottare per la serie B inglese?”. Importante quindi ribadire ancora una volta che la squadra campione del mondo è il Manchester United e considerare che il Milan con la rosa che ha potrebbe ritornare campione del mondo di club anche tra 20 anni, quando tu sarai l’uomo immagine dello stato del Minas Gerais e porterai i tuoi tanti figli al parco giochi “Ronaldo”) perché comprarti ad una cifra folle deve per forza di cose voler dire avere le intenzioni di mettere su una squadra altamente competitiva (sempre per gennaio questa squadra è sulle tracce anche di De Jong, migliore centrocampista difensivo di Euro 2008 insieme a Senna, che però ha 8 anni di più), che può permetterti di vivere un’altra esperienza facendoti guadagnare di più (e non dovresti soffrire per la lontananza da casa come tutti dicono in tv, in quanto casa tua nel Sao Paulo l’hai lasciata presto con l’unica garanzia di fare il vice Rui Costa), che partecipa all’unico campionato dove l’interesse mediatico fa il paio con il volume di affari delle società per cui il tuo valore in tutto l’indotto calcistico (diritti d’immagine in primis) crescerà a dismisura?

Kakà insegue Ronaldinho nel fake virale

In questi giorni sul Web è apparso un video “virale” Ringo con testimone-attore Kakà che riesce a palleggiare con due palloni contemporaneamente. Di questa tecnica di marketing non-convenzionale è chiara solo la differenza tra video promozionale e video virale: quello promozionale è la comunicazione istituzionale di un’azienda che mostra la faccia e cerca di mettere in luce, in 30 secondi quasi sempre televisivi, i plus di un prodotto. Il video virale invece sembra dire tutt’altro rispetto al marchio o al prodotto promosso, ma così facendo crea “comunità” intorno al messaggio, definisce un gruppo di utenti di cui si andrà successivamente a conoscere i gusti e le loro scelte di consumo in base alle quali sviluppare strategie d’attacco.

Le idee virali forti si basano su un DNA del prodotto, che contiene in sé quell’elemento di senso che crea la valenza comunicativa da far passare, quelle deboli organizzano tutto intorno ad un gioco semantico oppure ad una decontestualizzazione dei soggetti del video.

Il video virale Ringo con Kakà che palleggia con due palloni è proprio uno di questi. Un fake (nel senso che non è assolutamente reale quello che si vede, ma sviluppo in post-produzione) virale che mette al centro il soggetto testimonial, esaltandone “in-credibilmente” le qualità e riferendosi sottilmente alle caratteristiche valoriali del prodotto.
A peggiorare il risultato del video è l’assuefazione, la peggior amica dell’homo pubblicitarius. Riproporre mood, tecniche, metodi e soprattutto valori profondi da far passare in un testo pubblicitario è la prima (e spesso unica) regola di tutti i master e i corsi che pullulano in Italia.

Il video Kakà-Ringo è un fake del fake, un fratello mal riuscito del video Nike di Ronaldinho e le quattro traverse che fece parlare addirittura giornalisti esperti e famosi, intrappolati in quell’impossibilità da voler spiegare a tutti i costi (oppure pagati dall’azienda americana per fare seeding, ovvero viralizzare su altre piattaforme il messaggio). Al di là del discorso se queste cose sono umanamente possibili (sicuramente c’è qualche sfigato che sa prendere la traversa quattro volte di fila o palleggiare con due palloni), la vera questione riguarda il marketing: questi video valgono effettivamente qualcosa per le strategie di marketing di un’azienda? Tra le centinaia di video virali che affollano la rete, quali effettivamente emergono e divengono calamitanti per i consumatori? Il mondo dello sport con i suoi testimonial è un buon cavallo di Troia per far avvicinare i consumatori al video me quindi all’universo-marchio?

Anche se le teorie e le tecniche della viralità sono ancora in fasce, credo sia giusto porsi da subito il dubbio sul loro effettivo valore promozionale. Almeno per non perdere tempo.