Gila-Wade: riflessioni cross-disciplinari

Riflettendo un po’ sulle cose che la stagione di sport ci sta dicendo in questo periodo, mi è arrivato un flash cross-disciplinare che magari può essere utile per un’analisi incrociata di fattori di sport differenti, oppure è solo un’associazione di idee dovuta allo stress da scrivania.

Due atleti che in questo inizio stagione stanno facendo faville, dopo l’annata precedente in cui la delusione ne ha tinto buona parte delle loro prestazioni, sono Alberto Gilardino per il calcio italiano e Dwayne Wade per l’NBA. Mi rendo conto che il raffronto può essere forzato se non fuori luogo, ma vederci similitudini non è un’eresia.

La stagione 2007/2008 sia per Wade che per Gilardino è stata molto al di sotto delle aspettative dei loro club. “Flash” ha avuto il peggiore record della NBA con i suoi Heat, guardando da casa i play off che aveva stravinto due stagioni prima. Le statistiche poi lacrimano: 51 partite giocate, perché l’11 marzo va a sottoporsi all’OssaTorn al ginocchio sinistro; i punti di media in regular season sono 24,6, mentre nei due anni precedenti aveva superato quota 27; i rimbalzi sono 4,2 per gara, mentre nel 2005/2006 sono stati 5,7; le palle rubate, specialità della casa con tanto di servizio di contropiede al fulmicotone, sono solo 1,7 di media.

Gila ha realizzato in 3 anni di Milan 50 reti, ma solo 7 in 30 presenze lo scorso anno in campionato e 2 in 7 presenze in Champions League. In tutto ha giocato 40 partite segando 9 reti e non è stato protagonista delle vittorie milaniste in Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale, dove a furoreggiare è stato quel satanasso squilibrato di Inzaghi, mentre la sua apollinea determinazione ha scaldato le poltrone deluxe che ornano le panchine.

Quest’anno per i due campioni, molto è cambiato: Wade è rimasto a Miami di ritorno dall’infortunio, senza Shaq e con una squadra modellata sul suo tipo di gioco. Gilardino si è trasferito a Firenze dal suo mentore Prandelli e si è posizionato nel centro dell’attacco della Fiorentina come unico vero titolare inamovibile.

I canestri di Wade, che supera di media i 30 in questo inizio di NBA, e i goal di Gilardino, che sono 8, senza rigori e con due giornate di squalifica sul groppone, testimoniano la rinascita completa di questi due fuoriclasse. Posto ciò, per spiegare come è avvenuta la rigenerazione dei due, ecco che arriva la riflessione trans-disciplinare.

Sia Wade che Gilardino sono oggi in una squadra forte ma non di primo piano, entrambi sono gli uomini di riferimento del team e tutti e due sono calati in strategie tattiche in cui sono le frecce principali attraverso cui deve essere finalizzato il gioco.

Wade aveva fino alla primavera scorsa Shaq a riempirgli il sotto-tabella, con il gioco che si canalizzava spesso, rallentandosi, sulla fisicità di O’Neal. Quest’anno gli Heat invece impostano tutta la fase di attacco sulla rapidità della transizione e della penetrazione di Wade e Shawn Marion, che coesistono alla perfezione, a cui aggiungono buoni passatori come Udonis Haslem, l’emblema del giocatore intelligente, e centri fisici e operai come Jamaal Magloire e Mark Blount. In questo modo Wade ha spazio per le sue azioni di penetrazione e attacco al canestro e si trova spesso in ottima posizione per il tiro in sospensione grazie alla mobilità dei centri e ai passaggi precisi delle altre ali.

Gilardino, allo stesso modo, ha detto addio alle stelle Kakà e Seedorf, che accentravano il gioco e ne muovevano i ritmi, portando spesso palla e servendo poco il centravanti, e ha trovato una squadra che gli lascia tutto lo spazio in area di rigore per i suoi movimenti ad anticipare il difensore diretto, servendolo con i tempi giusti. Grazie ad un Mutu interno d’attacco che si muove sull’ala servendo al centro oppure punta la porta ma sempre cercando lo scambio con il centravanti (a differenza di Kakà che punta la porta attaccando direttamente i difensori e il centravanti o viene servito dal fondo quando la difesa avversaria lo accerchia oppure deve aspettare una ribattuta del portiere) e ad un Santana ala classica che va sul fondo per rimettere al centro dell’area, tutta l’aera di rigore è territorio di Gilardino, che riesce a muoversi perfettamente con grande coraggio e ottima gestione dello spazio-tempo.

Sia Per Wade che per Gilardino insomma, il cambiare aria (senza Shaq è come andare in un’altra squadra), l’allontanarsi da campioni che ti costringono al vassallaggio, avere spazi aperti per far valere le proprie qualità, giocare in una squadra che ti considera il punto di riferimento in attacco, avere in squadra giocatori che bene si integrano con le proprie caratteristiche, può voler dire ritornare il campione di qualche anno fa. E questo vale per sport diversi.