Prime considerazioni sulla piattaforma NBA. Modelli di comunicazione e processi di apprendimento.

Sto seguendo con grande interesse sociale, politico, storico l’evolversi del concetto di platform che il mondo NBA sta sviluppando in queste settimane. Gli approcci analitici di cui sopra devono ancora attendere gli sviluppi, che stanno diventando anche concreti dopo le decisioni prese ieri, ma qualcosa si può già dire da un punto di vista comunicativo, soprattutto in relazione agli atleti, attori principali di quella che vuole diventare un’agenzia sociale influente (già per le elezioni presidenziali del 3 novembre).
I modelli comunicativi scelti dagli atleti sono essenzialmente tre.
Il primo è la keyword communication, ovvero il tentativo di passare messaggi attraverso parole chiave molto semplici da comprendere e contestualizzare. E da qui nascono le 29 keywords che si possono scegliere per le magliette, i badge, le spille, le frasi sui pannelli pubblicitari e tanto altro. Scelta perfetta in quanto la keyword communication, da sempre esistente nell’ecosfera della pubblicità e della propaganda, con il sistema di digital advertising imposto da google e con la logica di fruizione dei contenuti dei nuovi social media risponde pienamente al nostro attuale processo di ricezione-apprendimento-memoria, che richiama a sua volta la Fuzzy-trace theory. In pochissime parole la teoria dice che la cognizione avanzata umana e la relativa acquisizione di competenze vengono sempre più spesso dalle cosiddette gist representations, ovvero passaggi informativi intuitivi (come una delle scritte dietro la schiena degli atleti NBA), che sfocano il contesto e le interpretazioni possibili, ma riescono a far passare l’informazione principale e più importante.


Il secondo invece è la classica comunicazione del microfono aperto. Molti atleti utilizzano le interviste post-partita e i momenti in cui vengono intervistati dai pochi giornalisti presenti nel campus di Orlando per parlare dei temi sociali e politici. Anche in questo caso l’approccio è molto valido perché si passa dalle gist alle verbatim representations, che servono proprio a fissare soprattutto nella memoria a lungo termine le informazioni di base che hanno raggiunto l’audience con il primo modello. Servono ad eliminare quell’alone fuzzy che copre la foresta di parole chiave di cui siamo bombardati dagli schermi dei devices e quindi a mettere a fuoco i discorsi.


Infine, non potendo concretizzare in assemblee, cortei, comizi, adunate fisiche la discussione, perché chiusi nel campus di Orlando (quel FUCK THIS MAN!!!! di Lebron James su Twitter secondo me faceva riferimento anche alla clausura che frena per forza di cose i processi di discussione politica attivati con le parole. Come vediamo anche in Italia, è ancora molto importante la trasposizione fisica del leader tra la massa (non più piedinstallatto ma allo stesso livello, con il riverbero dei selfie, che servono da specchio e promessa, vabbé qui ci allunghiamo troppo), agli atleti non resta che far vibrare tutto attraverso i loro social media, ancora una volta veri e propri media agenti sull’opinione pubblica.

La strategia comunicativa dell’NBA è forte e centrata, soprattutto in una situazione di blocco della vita di relazione, ma c’è un piccolo appunto che spesso emerge. C’è un altro modello comunicativo forse ancora più forte degli altri tre che gli atleti NBA dovrebbero utilizzare di più, quello dell’esempio. Qui è semplice chiamare in causa lo psicologo canadese Albert Bandura e la teoria del modeling, secondo la quale non c’è apprendimento più significativo di quello che osserviamo nel comportamento di un altro individuo che funziona da modello. Attenzione, non parliamo di atleti da seguire come modelli di vita, per cui dovrebbero essere ligi, corretti, sempre educati, parliamo di modelli nel processo di apprendimento, in quanto quello che fanno gli atleti è fortemente significante per i temi in discussione, ovvero il razzismo e la violenza sociale. Attenzione di nuovo, non si è modelli in questo senso decidendo di devolvere tutto il proprio stipendio ad una fondazione benefica, parlo espressamente di modelli di comunicazione in un contesto nel quale sono gli atleti stessi a voler costruire un gigantesco modello di apprendimento che abbia un effetto sociale e politico (prima di tutto al voto di novembre).
Il “bitch-ass white boy” di Montrezl Harrell rivolto a Luka Doncic, lo scontro fisico a cui sono arrivati proprio Mavs e Clippers, la sfida di pura imposizione fisica fra Jimmy Butler e T.J. Warren o quella da playground fra Donovan Mitchell e Jamal Murray soprattutto in gara 1 sono dinamiche sempre esistite in NBA e nello sport americano in generale. Ma è proprio modificando queste dinamiche che si direbbe qualcosa di nuovo, modellando in maniera ancora più decisiva l’audience che segue. Mi rendo conto che si sta praticando uno sport ai massimi livelli possibili e per un traguardo che è un sogno per tutti, ma continuare a perpetuare con le azioni sul campo alcune leggi ormai classiche su cui si è fondata e si fonda la società statunitense non ha l’effetto shock che servirebbe per agire in profondità.

Officials separate the Dallas Mavericks and Los Angeles Clippers after the teams get into a scuffle during Game 1 of an NBA basketball first-round playoff series, Monday, Aug. 17, 2020, in Lake Buena Vista, Fla. (Kim Klement/Pool Photo via AP)


Per fortuna poi (da quel che si è capito anche grazie all’intervento di una finissima mente politica come quella di Obama) si è anche deciso di tornare a giocare. In estrema sintesi: esiste una piattaforma sportiva che agisce nella società senza l’azione sportiva?
Per me no. Giusto dare un segnale come quello dei Bucks e non solo, ma tornare a fare sport è necessario. Aggiungere la specificazione “di sport” accanto a “uomini” o “donne” non è una diminutio nella considerazione sociale. Anzi è solo nella dimostrazione assoluta del talento e della forza sportiva che gli atleti possono diventare modelli sociali da considerare. Picasso non si è rifiutato di dipingere “Guernica” per protestare contro i bombardamenti.

NEGRI. INTERVISTA A FRANCESCO GALLO

I Negri sono ancora fra noi. Questa potrebbe essere una frase che sintetizza il prima e il dopo del “caso Floyd” negli USA. Dopo averne studiato in profondità il percorso storico, come valuti nel suo complesso il problema razzismo in USA?
Il razzismo in America è un virus che uccide più di quanto abbia fatto il Covid-19. È un male davvero difficile da estirpare perché è annidato nelle radici stesse della nazione. Quelle che gli americani nella Dichiarazione d’Indipendenza ritengono “evidenti verità”, ovverosia “che tutti gli uomini sono creati uguali”, in realtà non sono mai state riferite agli afroamericani. Infatti, a differenza di quei milioni di europei che partirono alla volta delle Americhe di propria spontanea volontà, in fuga da fame o persecuzioni politiche e religiose, gli africani che per oltre due secoli sono giunti sulle coste del Nuovo Mondo vi sono stati portati con la forza e in catene per essere sfruttati come schiavi. Il cosiddetto sogno americano dei bianchi, come ha argutamente precisato Malcolm X nel 1964, corrispondeva all’«incubo americano» di moltissimi neri.

I primi esponenti dello sport si sono mossi sui social media in questa fase. Quanto contano per te quelle voci nella società americana?
Muhammad Ali negli anni Sessanta ebbe l’attenzione di stampa e televisione per poter urlare a gran voce che tutti gli uomini, a prescindere dal colore della pelle, sono nati liberi. Oggi molti sportivi, come LeBron James, Colin Kaepernick, o anche il sempre attivissimo Kareem-Abdul Jabbar, grazie all’utilizzo dei social, hanno la possibilità di raggiungere l’attenzione di un numero incalcolabile di persone. Parlano quasi ogni giorno a milioni di seguaci, influenzandone spesso mode, scelte e opinioni personali. Ecco perché ritengo la loro scelta di schierarsi contro violenza, razzismo e altre tematiche simili sia molto coraggiosa, se non addirittura un cosiddetto “atto dovuto”.

Quale può essere almeno nel medio termine la valenza e il ruolo degli atleti in relazione al tema del razzismo nell’America contemporanea?
Ripeto: sono dei campioni, delle icone dello sport che trascendono talvolta la “questione razziale”. Michael Jordan, per esempio, in quanto icona sportiva, è stato il primo atleta afroamericano a sdoganare l’immagine dello sportivo “negro” agli occhi dell’America bianca. Alla fine degli anni Ottanta divenne “normale” che appeso nella cameretta di milioni di adolescenti ci fosse il poster di MJ. Anche se “His Airness” non si è mai schierato pubblicamente e politicamente dalla parte delle minoranze oppresse degli afroamericani, ha indirettamente permesso, ad atleti come Lebron o Serena Williams, di godere dell’onda lunga del suo successo “trans-razziale” (chiedo scusa per la brutta parola) e quindi influenzare, attraverso le loro campagne di sensibilizzazione, soprattutto i più giovani. Dovrebbero essere proprio loro il futuro di un’America e di un’epoca — si spera — postrazziale.


Pensi che gli atleti di oggi che meglio sappiano comprendere e trovare le parole giuste per parlare e proporre soluzioni per queste vicende, possano aspirare ad un ruolo istituzionale molto importante in futuro?
Lo spero. Anche se, ovviamente in forme differenti, siamo tutti in attesa di un nuovo Muhammad Ali che a 60 anni e con il morbo di Parkinson dilagante, nei giorni subito successivi all’attacco delle torri gemelle, inaugurò un tour in alcune città americane per mostrare la faccia “buona” dell’Islam invitando al dialogo con gli arabi-americani. Certo, all’epoca fu Bush che invitò l’ex campione, oggi con Trump (che qualche anno fa ha richiesto l’espulsione di Kaepernick e oggi minaccia l’uso delle armi) la vedo molto più difficile. Vedremo.

Dec 8, 2014; Brooklyn, NY, USA; Cleveland Cavaliers forward LeBron James (23) wears an ” I Can’t Breathe” t-shirt during warm ups prior to the game against the Brooklyn Nets at Barclays Center. Mandatory Credit: Robert Deutsch-USA TODAY Sports

Non c’è il pericolo che negro e atleta negro siano percepite come due entità troppo diverse rispetto al passato?
Bella domanda. Il pericolo c’è e diventa evidente soprattutto se gli atleti afroamericani si limitano soltanto a giocare. Con questo non voglio dire che tutti debbano sentire sulle spalle il peso di questo dovere sociale, ma sicuramente gioverebbe maggiormente alla causa. Non ritengo l’America un grande paese, ma sicuramente è un paese molto grande. Proprio per questo esistono realtà molto differenti e in contrasto tra loro. Oggi, come cent’anni fa, per parte dell’America bianca, soprattutto la peggiore, quella seguace dei suprematisti bianchi (che oggi contano milioni di adepti, spesso reclutati attraverso internet) è del tutto normale esultare per una medaglia d’oro alle Olimpiadi, una schiacciata a canestro o per un fuoricampo eseguito da un atleta afroamericano. Ma, paradossalmente, è altrettanto “normale” esigerne l’espulsione dal paese, anche in maniera violenta e fisicamente definitiva.

Pensi che lo sport possa anche fermarsi di fronte al problema razzismo in USA?
Potrebbe, ma non so fino a che punto servirebbe. Purtroppo non è una questione di educazione, il razzismo in gran parte dell’America fa parte del tessuto connettivo della nazione e della cultura stessa. È molto difficile prevedere ciò che mi chiedi, così provo a risponderti con una domanda: è stato un bene che Jesse Owens abbia infine deciso di partecipare alle Olimpiadi di Berlino ’36, dimostrando a Hitler che non esisteva alcuna superiorità della razza ariana, oppure sarebbe stato meglio che per protesta fosse rimasto a casa boicottando i Giochi? Allo stesso modo: Tommie Smith e John Carlos, sono riusciti a veicolare il messaggio dell’oppressione dei neri salendo col pugno alzato sul podio di Città del Messico, oppure la questione sarebbe emersa con ancor più forza se non si fossero presentati affatto?

Police hold off protesters during a solidarity rally for George Floyd, Sunday, May 31, 2020, in the Brooklyn borough of New York. Protests were held throughout the city over the death of Floyd, a black man in police custody in Minneapolis who died after being restrained by police officers on Memorial Day. (AP Photo/Wong Maye-E)


Cosa differenzia gli atleti negri di oggi rispetto a quelli di ieri?
Quelli di oggi si ritrovano sicuramente la strada spianata da quelli di ieri. Devono tutti ringraziare i loro predecessori, cominciando quantomeno da Jackie Robinson in poi. Oggi, però, anche se hanno avuto più possibilità e meno limiti legati al colore della loro pelle, sono posti di più sotto una lente d’ingrandimento. Per loro vale la lezione di Spiderman: le loro parole, i loro gesti, hanno un peso diverso, forse maggiore, rispetto ai loro padri e ai loro nonni, quindi hanno sicuramente maggiori responsabilità verso chi li osserva e tifa per loro.

Qual è la figura nel tuo documentario che più e meglio dovremmo riscoprire oggi alla luce di quello che sta succedendo?
Forse Jackie Robinson e Althea Gibson. Un uomo e una donna che, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in piena segregazione razziale, sono riusciti con mazza da baseball e racchetta in mano, a dimostrare che sui campi da gioco, così come nella vita di tutti i giorni, non contano né la razza né il colore, contano soltanto il rispetto, la dignità e la capacità di stare al mondo come esseri umani.

Faresti una modifica/aggiunta al tuo doc in relazione alle vicende che stanno accadendo. Se si, quale?
Purtroppo, e sottolineo purtroppo, non credo ce ne sia bisogno. Aggiungere le terribili immagini dell’omicidio di George Floyd, o quelle di risposta violenta che si stanno registrando in questi giorni di fine maggio, andrebbe soltanto ad aggiornare il triste e drammatico “elenco” di episodi simili che di fatto in America si susseguono anno dopo anno. Perché non dobbiamo dimenticare che per ogni caso alla George Floyd, che è diventato immediatamente d’impatto mediatico, ne esistono altri cento o mille che non vengono filmati o denunciati allo stesso modo. L’unica modifica che farei, e che non c’entra nulla con le vicende di questi giorni (e quindi neanche con la domanda che mi hai posto) sarebbe solo per la scomparsa di Kobe Bryant. Il documentario l’ho finito di montare a fine dicembre, quando lui era ancora vivo e quando ancora non c’era questa pandemia. Il mondo di 5 mesi fa, con Bryant presente e il Covid-19 assente, era forse migliore, sicuramente diverso. Solo che non lo sapevamo.

L’NBA diventerà la nuova serie A?

Lo scrivo adesso, prima che magari Lebron faccia un miracolo ma sono convinto non ci riesca.
Dando la possibilità ai Golden State Warriors di prendere Kevin Durant, l’NBA ha permesso (forse poteva poco perché Curry ha ancora uno stipendio normalissimo rispetto a quanto dovrebbe prendere e quindi c’era spazio salariale) di rendere la Lega poco competitiva per il titolo finale.
Da sempre citata e seguita come esempio di turnover competitivo almeno per 10-15 squadre su 30, oggi deve fare i conti con un mostro che mette insieme un gioco nuovo capace di prendere il meglio dagli esperimenti più avanzati degli ultimi anni, un roster perfetto per equilibrio e compattezza attacco/difesa, campioni assoluti mai visti tutti insieme in una sola squadra NBA (forse solo i Lakers di Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e James Worthy i quali hanno comunque perso soprattutto contro i Celtics).
Lebron alla fine della prima partita lo ha detto chiaro e tondo. Se ad una squadra con già troppe soluzioni offensive, aggiungi un talento offensivo naturale e capace di far saltare qualsiasi piano difensivo grazie al quale lo scorso anno i Cavaliers sono riusciti a batterli dopo le prime due sconfitte, c’è davvero poco da fare. A chi gli chiedeva dov’è il problema, Lebron ripeteva ossessivamente “KD”. Puoi limitare insieme Curry, Thompson, Green, ma non puoi tenere questi tre e pensare di fermare anche Kevin Durant.
Io sono quasi certo che la Lega interverrà perché per età e potenziale tecnico e tattico, i Golden State Warriors o vengono fermati subito oppure diventano la Juve dell’NBA. Questa è l’estate per capire come si fa a rendere competitiva una Lega e creare vero interesse intorno ad uno sport.

Lebron, Sagan, Ronaldo. Il futuro è multidirezionale

RonaldoLebronJamesUn po’ di tempo fa scrissi che il futuro dello sport sarebbe stata la leggerezza: Kristoffersen, Curry e Neymar mostrano delle abilità che nascono da una armoniosa leggerezza di fisico e mente che fanno ormai frontiera.
Io ero bello contento dell’idea e invece che cosa va a succedere?
Succede che Ronaldo batte Neymar in Barcellona-Real Madrid, Lebron James guarda male Curry da est e potrebbe anche farcela a battere il barnum Warriors e Sagan vince d’imperio il Giro delle Fiandre.
I tre suddetti possono essere definiti in vario modo ma assolutamente non sono degli atleti leggeri. Quando Ronaldo colpisce il pallone, Lebron salta e Sagan scatta, senti un rumore diverso, l’aria che li circonda viene risucchiata nel loro vortice potente, capace di creare una scia di vento e non di luce come per gli altri tre.
Quindi contrordine? Sì contrordine, ma con cautela. Forse una delle caratteristiche dello sport attuale è la multidirezionalità. Mentre prima le direttrici di sviluppo dello sport seguivano una curva precisa, una linea di crescita che la Germania Est, la Russia e gli Stati Uniti guidavano, alcune volte accelerando la crescita stessa con sostanze illecite, oggi il progresso dello sport globale si muove su direzioni differenti e coinvolge aspetti sportivi (tattica, tecnica, fisico, mentalità) molto diversi.
Sarà questo il motivo per il quale abbiamo atleti top del presente e del prossimo futuro molto diversi fra loro.
L’obiettivo a cui devono tendere tutti i più grandi di oggi è tracciato però da Lebron James: essere superiore e superlativo in una caratteristica ti pone lassù con gli altri, ma per superarli devi migliorare in quello dove gli altri eccellono. Il dimagrimento di cinque chili nel 2014 va in questa direzione. Bisogna modellare fisico, tecnica e gioco sui plus degli altri grandi e non soltanto insistere sui propri punti di forza.