MARADONA STORIES – 5

Maradona non poteva uscire di casa di giorno. Veniva assalito, all’inizio della sua avventura napoletana ci ha provato un paio di volte, proprio come faceva a Barcellona. Ma a Napoli è stato diverso fin dall’inizio, si fermavano le auto, i bus rallentavano e la gente scendeva anche se non era la propria fermata, le signore invece di fare la spesa andavano da Maradona a chiedergli qualcosa.
Ho visto con questi miei occhi un’usanza che ha tenuto per tutto il tempo in cui è stato a Napoli.
Quando Maradona aveva voglia di nuovi abiti, faceva passare un suo amico nei diversi negozi del centro. Tutti i negozi quella stessa notte lasciavano le serrande aperte, con le luci accese. Maradona di notte passava, guardava e sceglieva. Coppola si appuntava tutto, poi passava il giorno successivo e prelevava.

                                       Giacomo - Commerciante

MARADONA STORIES – 4

Maradona era un amico, anzi di più, era un fratello. Al Centro Paradiso volevamo cantare il suo nome, volevamo toccarlo perché ci stava levando gli schiaffi dalla faccia.
Fai conto che al Paradiso c’era solo una barra azzurra a dividerci dal campo, io ogni giovedì andavo e lo vedevo là, a portata di mano, sai quante volte avrei voluto scendere sul campo e abbracciarlo, mi costringevo a non farlo ma gli vulev dà nu bacio.
Anche perché Maradona al Paradiso era concentrato e non voleva perdere tempo con le fesserie. Un giovedì, mi pare dopo una vittoria contro la Juve, sono andato al Paradiso contento come una Pasqua.
Lui era teso, voleva restare in forma per vincere di nuovo il campionato, e infatti a fine anno lo abbiamo vinto. Durante un esercizio, gli scivola il pallone verso la tribunetta e viene a raccoglierlo. Il pallone è a un metro da me. Scendo i gradoni per andare a riprenderlo, Maradona arriva prima e dice con un’aria molto incazzata: “Stai fermo, lo prendo io”.
Al che io rimango un attimo senza parole, mi giro verso la tribuna, piena di persone che sapevano quanto Maradona rimproverava tutti in quella fase dell’anno in cui era concentrato, e dico: “Oilloc’ uagliù, ogg’ sta nervus’!”. Tutta la tribuna si strinse nelle spalle e stette in silenzio per il resto dell’allenamento. Stava nervoso e non gli dovevamo dare fastidio.


Alfonso – Imbianchino

RECENSIONE A “DANIELE DE ROSSI O DELL’AMORE RECIPROCO” DI DANIELE MANUSIA

Nel libro “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” edito dalla 66thand2nd, il suo autore, Daniele Manusia, sceglie e palesa già nelle prime pagine un modus per chi vuole costruire storie, ovvero segnala che tutto è stato realizzato grazie all’esercizio del distacco. Riprenderei una frase di Simone Weil, curvandola verso quello di cui stiamo parlando. La filosofa francese asseriva che “Ogni dolore che non distacca, è dolore perduto”. Ma per Manusia è l’amore che non si sa distaccare a risultare perso e sciatto. Per questo motivo sceglie un calciatore (direi anche persona) e un tema, sottolineando nell’introduzione che il suo sarà uno scrivere distaccato dal calciatore e dalla persona, perché solo in questo modo si potrà riflettere davvero sull’amore, il vero centro semantico poi del libro.
Sono molto d’accordo con Daniele. In anni di “coinvolgimento obbligatorio” per poter scrivere di qualcosa, di “storie vere altrimenti la gente perde il filo”, per sviscerarne le piccole e fumose verità che ogni cosa porta con sé, sono anche io per il distacco. Il distacco non fa inquinare lo scritto dall’utile delle parole suggerite.
Restando al momento attuale, potremmo dire che non c’è persona che debba esercitare il distanziamento più di uno scrittore, per non scadere nello scrivere il solito “Due o tre cose che so di lui” o nel farsi dettare “Le 3 grandissime novità in 400 pagine che nessuno vi ha detto ancora”. Manusia per me sceglie la strada giusta.


Cos’è il libro poi è una bella scoperta. La storia di Daniele De Rossi è dettagliata, rimbalzando fra le sue parole, purtroppo sempre ad un passo dall’essere sconvolgenti in bocca ad un calciatore (gli rimprovero questo al De Rossi calciatore parlante: sembra pensare meglio di quello che poi ha detto) e i fatti di campo.
Come ho scritto in un post dedicato ad una nuova e auspicabile “critica della carne”, io adoro quando si guarda allo sport parlando del corpo. E Manusia è anatomicamente sempre acceso, scrivendo della “vena di De Rossi”, ma anche di tutte le altre parti del corpo che accompagnano la sua crescita come uomo e come calciatore, ritenendole giustamente importanti per la storia di formazione che sta raccontando.
Fin dalle prime pagine vi sentirete con un pezzetto di voi dentro un film di Truffaut e in questo modo si comprende in toto il senso del titolo. Il libro davvero parla di amore, ma rivolto verso chi o cosa?
Verso De Rossi, certo. Ma verso questo calciatore anche perché è simbolo dell’essere romano e del romanismo, che forse solo i romani capiscono. Quindi è un libro d’amore verso Roma e verso la Roma, ma anche sull’essere romano appunto, una nebulosa sentimentale che Manusia fa dipartire dal fulcro che è l’uomo in maglia numero 16.


Ma quello che appassiona è come Manusia parla di questo(i) amore(i) per la propria città e la propria squadra, annullando dimensioni valoriali che con l’amore contano davvero niente. Parla di appartenenza senza mai pensare al territorio, all’onore, al rito in quanto sacralità tramandata da chissà quale “chiesa”. Il romanismo è appunto amore, condivisione, ritualità esperita anche solo in maniera individuale. Non c’è niente di stupidamente tribale nel discorso, ma è un fluttuare di sentimenti che riemergono dai ricordi e dal percorso di una vita fatta insieme, De Rossi e chi scrive.
Scegliere Daniele De Rossi poi aiuta. In carriera è sembrato sempre giocare per un’entità non negoziabile, una grande Madre a cui tornare sempre. Nel libro c’è un quote di Walter Sabatini, in cui parlando di De Rossi dice che in lui c’è: “un groviglio mentale interessantissimo”, perché è intelligente e sensibile in un mondo che vuole i calciatori sciocchi e avidi, per sputargli poi addosso. De Rossi invece manda tutto in corto circuito. Per la prima volta parla di frasi di semplici tifosi che non lo hanno fatto dormire la notte, di derby persi per cui ha preso il muro a testate. E in tutto questo c’è anche Totti, il grande Adorato dai tifosi. In una frase classica dello stile manusiano presente nel libro, la matassa si potrebbe sciogliere in questo modo: “Totti è sempre stato il primo tra i romanisti, Daniele è stato tutti i romanisti”. Da una parte ci si inginocchia, dall’altra ci si confronta.
Insomma “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” è un libro zeppo di interconnessioni e nuovo da tanti punti di vista, scritto a cuore aperto da uno dei più interessanti autori di quella che ho definito Nuova Scrittura Sportiva italiana. Dire non male, no?

NEGRI. INTERVISTA A FRANCESCO GALLO

I Negri sono ancora fra noi. Questa potrebbe essere una frase che sintetizza il prima e il dopo del “caso Floyd” negli USA. Dopo averne studiato in profondità il percorso storico, come valuti nel suo complesso il problema razzismo in USA?
Il razzismo in America è un virus che uccide più di quanto abbia fatto il Covid-19. È un male davvero difficile da estirpare perché è annidato nelle radici stesse della nazione. Quelle che gli americani nella Dichiarazione d’Indipendenza ritengono “evidenti verità”, ovverosia “che tutti gli uomini sono creati uguali”, in realtà non sono mai state riferite agli afroamericani. Infatti, a differenza di quei milioni di europei che partirono alla volta delle Americhe di propria spontanea volontà, in fuga da fame o persecuzioni politiche e religiose, gli africani che per oltre due secoli sono giunti sulle coste del Nuovo Mondo vi sono stati portati con la forza e in catene per essere sfruttati come schiavi. Il cosiddetto sogno americano dei bianchi, come ha argutamente precisato Malcolm X nel 1964, corrispondeva all’«incubo americano» di moltissimi neri.

I primi esponenti dello sport si sono mossi sui social media in questa fase. Quanto contano per te quelle voci nella società americana?
Muhammad Ali negli anni Sessanta ebbe l’attenzione di stampa e televisione per poter urlare a gran voce che tutti gli uomini, a prescindere dal colore della pelle, sono nati liberi. Oggi molti sportivi, come LeBron James, Colin Kaepernick, o anche il sempre attivissimo Kareem-Abdul Jabbar, grazie all’utilizzo dei social, hanno la possibilità di raggiungere l’attenzione di un numero incalcolabile di persone. Parlano quasi ogni giorno a milioni di seguaci, influenzandone spesso mode, scelte e opinioni personali. Ecco perché ritengo la loro scelta di schierarsi contro violenza, razzismo e altre tematiche simili sia molto coraggiosa, se non addirittura un cosiddetto “atto dovuto”.

Quale può essere almeno nel medio termine la valenza e il ruolo degli atleti in relazione al tema del razzismo nell’America contemporanea?
Ripeto: sono dei campioni, delle icone dello sport che trascendono talvolta la “questione razziale”. Michael Jordan, per esempio, in quanto icona sportiva, è stato il primo atleta afroamericano a sdoganare l’immagine dello sportivo “negro” agli occhi dell’America bianca. Alla fine degli anni Ottanta divenne “normale” che appeso nella cameretta di milioni di adolescenti ci fosse il poster di MJ. Anche se “His Airness” non si è mai schierato pubblicamente e politicamente dalla parte delle minoranze oppresse degli afroamericani, ha indirettamente permesso, ad atleti come Lebron o Serena Williams, di godere dell’onda lunga del suo successo “trans-razziale” (chiedo scusa per la brutta parola) e quindi influenzare, attraverso le loro campagne di sensibilizzazione, soprattutto i più giovani. Dovrebbero essere proprio loro il futuro di un’America e di un’epoca — si spera — postrazziale.


Pensi che gli atleti di oggi che meglio sappiano comprendere e trovare le parole giuste per parlare e proporre soluzioni per queste vicende, possano aspirare ad un ruolo istituzionale molto importante in futuro?
Lo spero. Anche se, ovviamente in forme differenti, siamo tutti in attesa di un nuovo Muhammad Ali che a 60 anni e con il morbo di Parkinson dilagante, nei giorni subito successivi all’attacco delle torri gemelle, inaugurò un tour in alcune città americane per mostrare la faccia “buona” dell’Islam invitando al dialogo con gli arabi-americani. Certo, all’epoca fu Bush che invitò l’ex campione, oggi con Trump (che qualche anno fa ha richiesto l’espulsione di Kaepernick e oggi minaccia l’uso delle armi) la vedo molto più difficile. Vedremo.

Dec 8, 2014; Brooklyn, NY, USA; Cleveland Cavaliers forward LeBron James (23) wears an ” I Can’t Breathe” t-shirt during warm ups prior to the game against the Brooklyn Nets at Barclays Center. Mandatory Credit: Robert Deutsch-USA TODAY Sports

Non c’è il pericolo che negro e atleta negro siano percepite come due entità troppo diverse rispetto al passato?
Bella domanda. Il pericolo c’è e diventa evidente soprattutto se gli atleti afroamericani si limitano soltanto a giocare. Con questo non voglio dire che tutti debbano sentire sulle spalle il peso di questo dovere sociale, ma sicuramente gioverebbe maggiormente alla causa. Non ritengo l’America un grande paese, ma sicuramente è un paese molto grande. Proprio per questo esistono realtà molto differenti e in contrasto tra loro. Oggi, come cent’anni fa, per parte dell’America bianca, soprattutto la peggiore, quella seguace dei suprematisti bianchi (che oggi contano milioni di adepti, spesso reclutati attraverso internet) è del tutto normale esultare per una medaglia d’oro alle Olimpiadi, una schiacciata a canestro o per un fuoricampo eseguito da un atleta afroamericano. Ma, paradossalmente, è altrettanto “normale” esigerne l’espulsione dal paese, anche in maniera violenta e fisicamente definitiva.

Pensi che lo sport possa anche fermarsi di fronte al problema razzismo in USA?
Potrebbe, ma non so fino a che punto servirebbe. Purtroppo non è una questione di educazione, il razzismo in gran parte dell’America fa parte del tessuto connettivo della nazione e della cultura stessa. È molto difficile prevedere ciò che mi chiedi, così provo a risponderti con una domanda: è stato un bene che Jesse Owens abbia infine deciso di partecipare alle Olimpiadi di Berlino ’36, dimostrando a Hitler che non esisteva alcuna superiorità della razza ariana, oppure sarebbe stato meglio che per protesta fosse rimasto a casa boicottando i Giochi? Allo stesso modo: Tommie Smith e John Carlos, sono riusciti a veicolare il messaggio dell’oppressione dei neri salendo col pugno alzato sul podio di Città del Messico, oppure la questione sarebbe emersa con ancor più forza se non si fossero presentati affatto?

Police hold off protesters during a solidarity rally for George Floyd, Sunday, May 31, 2020, in the Brooklyn borough of New York. Protests were held throughout the city over the death of Floyd, a black man in police custody in Minneapolis who died after being restrained by police officers on Memorial Day. (AP Photo/Wong Maye-E)


Cosa differenzia gli atleti negri di oggi rispetto a quelli di ieri?
Quelli di oggi si ritrovano sicuramente la strada spianata da quelli di ieri. Devono tutti ringraziare i loro predecessori, cominciando quantomeno da Jackie Robinson in poi. Oggi, però, anche se hanno avuto più possibilità e meno limiti legati al colore della loro pelle, sono posti di più sotto una lente d’ingrandimento. Per loro vale la lezione di Spiderman: le loro parole, i loro gesti, hanno un peso diverso, forse maggiore, rispetto ai loro padri e ai loro nonni, quindi hanno sicuramente maggiori responsabilità verso chi li osserva e tifa per loro.

Qual è la figura nel tuo documentario che più e meglio dovremmo riscoprire oggi alla luce di quello che sta succedendo?
Forse Jackie Robinson e Althea Gibson. Un uomo e una donna che, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in piena segregazione razziale, sono riusciti con mazza da baseball e racchetta in mano, a dimostrare che sui campi da gioco, così come nella vita di tutti i giorni, non contano né la razza né il colore, contano soltanto il rispetto, la dignità e la capacità di stare al mondo come esseri umani.

Faresti una modifica/aggiunta al tuo doc in relazione alle vicende che stanno accadendo. Se si, quale?
Purtroppo, e sottolineo purtroppo, non credo ce ne sia bisogno. Aggiungere le terribili immagini dell’omicidio di George Floyd, o quelle di risposta violenta che si stanno registrando in questi giorni di fine maggio, andrebbe soltanto ad aggiornare il triste e drammatico “elenco” di episodi simili che di fatto in America si susseguono anno dopo anno. Perché non dobbiamo dimenticare che per ogni caso alla George Floyd, che è diventato immediatamente d’impatto mediatico, ne esistono altri cento o mille che non vengono filmati o denunciati allo stesso modo. L’unica modifica che farei, e che non c’entra nulla con le vicende di questi giorni (e quindi neanche con la domanda che mi hai posto) sarebbe solo per la scomparsa di Kobe Bryant. Il documentario l’ho finito di montare a fine dicembre, quando lui era ancora vivo e quando ancora non c’era questa pandemia. Il mondo di 5 mesi fa, con Bryant presente e il Covid-19 assente, era forse migliore, sicuramente diverso. Solo che non lo sapevamo.