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Coppi e il diavolo di Gianni Brera

Coppi_e_il_diavolo_Gianni_BreraL’ho letto! Non è stato un problema di confusione o memoria. È andata così.
Ho letto soltanto adesso Coppi e il diavolo di Gianni Brera, il libro migliore di Brera, quello autentico, quello dove il Campionissimo è sì il paladino di una Padania immaginata (ma vera, mica l’acqua santa del Po), ma anche un eroe accompagnato nelle sue vicende da un giornalista coinvolto dal basso, non superbo come il forzoso atteggiamento del Brera calcistico.
Nessun dogma di partenza, il ritratto di una vita creata dal nulla. Da Castellania, pensa un po’, luogo dell’anima per razza (purtroppo è così) ma anche se non soprattutto per caso. Capacità polmonare irreale, battito lentissimo, salite spezzagambe percorse già da bimbo, desiderio di essere qualcosa, con la bici o senza, altrimenti la fuga a Novi Ligure non te la spieghi.
Brera parla di ciclismo con amore, non per ammaestrare ma per farci sapere. La linea è sottile ma spessa con il miglior spago.
Non ho ben capito il salto da Giulia Occhini, moglie annoiata e giustamente in cerca di meglio, a Giulia Occhini, vampira e rompiballe. Non ho letto la vicenda ma credo che le utlime trenta pagine siano state scritte in ritardo rispetto al resto. Hanno un sapore diverso, più nervoso e nostalgico.
La cosa più bella del libro? Il ritmo. Coinvolge e trascina, senza farti perdere il timone del senso. Un vero gioiello di costruzione narrativa.
Se proprio volete un shot di Brera sotto l’ombrellone prendete questo lbro e leggete.

"La strategia del Tasso" di Bernard Hinault

Nello sport i miti chi li crea? Me lo chiedo da anni e lo faceva anche lui.
Ma la domanda suprema è: come si crea un mito più mito degli altri? Nel calcio Maradona è megl’ e’ Pelé, è vox populi, nel basket Jordan è stratosfera rispetto a Chamberlain (Chamb che?, direbbe il pischello), nel nuoto Phleps è statua nonostante la vita, mentre Spitz ormai è piccione.
Nel ciclismo il dettagliato e coinvolgente libro di Luigi Panella, “La strategia del Tasso” (Limina Edizioni) mi ha scatenato il dubbio, che poi sarebbe: “Ma perché Bernard Hinault è sempre l’ultima ruota del carro tra i grandi miti del ciclismo mentre gente come Merckx, Indurain, Armstrong e addirittura Contador hanno più voce in capitolo tra i ricordi emozionali e le elegie mitografiche?”
Dal racconto di sole parole (non c’è un numero, bella scelta editoriale, perché mischia i tempi creando un atmosfera di periodo storico, non delle sezioni stagne da analizzare singolarmente), Hinault viene fuori per quello che è stato: un fantastico corridore, capace di vincere dovunque, di porsi obiettivi fuori dalla sua portata e raggiungerli, di movimentare le corse come oggi non fa più nessuno, di dominare il gruppo anche in battaglie di personalità che pochi hanno dovuto affrontare.
Eppure Hinault è uno di quelli che ha vinto 5 volte il Tour come…., ha vinto una Roubaix terribile come…, ha vinto un Mondiale da protagonista assoluto come…, ha vinto a distanza di tanti anni e dopo diversi problemi fisici come…
Non ho mai sentito nessuno dire di averlo fatto come Hinault, minimo comune denominatore di un ciclismo che è poco promosso (passa l’idea che prima c’erano i belgi contro gli italiani, dopo Indurain contro i dopati, in mezzo Hinault contro poco e niente) e poco visto (le corse sugli sterrati del Giro degli anni ’60 sono immagini ormai note agli appassionati, mentre una corsa dell’81 non l’ho mai vista).
Spero che grazie al libro di Pannella qualcosa cambi.

"La corsa del secolo" di Paolo Colombo e Gioachino Lanotte

Come scusa, prima di iniziare a digitarne, vorrei accampare quella ormai classica di Troisi (che è scritta anche sui muri delle librerie Feltrinelli e non mi sembra una gran pubblicità se di mestiere vendi libri): “Loro sono tanti a scrivere, solo io a leggere”. È per questo che è storia di questa settimana la lettura di “La corsa del secolo”, scritto da Paolo Colombo e Giachino Lanotte.
Ne parlo anche se sono fuori stagione, fuori tema e fuori occasione (doveva essere un istant book sui 100 del Giro, ma per fortuna è di più).
Il libro è un excursus sulla storia delle Italie che hanno fatto da sfondo e sostanza alla corsa dei ciclisti. L’alba è vicenda di coraggio e passione, come scritta molte volte, spesso senza questa pulizia documentale. Il bello viene coi campioni, la cui traccia non appesantisce lo scorrere delle pagine. Su Bartali-Coppi restiamo un po’ di più rispetto ai vari Girardengo, Guerra, Binda, ma quello che sono stati per tutti (braccianti lucani inclusi) lo merita. Scivola un po’ via veloce il testo dagli anni ’60 in poi, come a sottolineare una distanza tra quello che è stato un ciclismo non visto e per questo santificato, rispetto ad uno sport che è entrato “nelle case degli italiani” (le virgolette vogliono dire frase fatta e perdita del mistero).
L’analisi storiografica ha una base metodologica ben spiegata anche dagli autori nella prefazione e seguita in alcuni punti del testo, ma il libro, proprio per le premesse e per gli spunti storiografici che ha offerto doveva essere almeno il doppio in pagine. Ma la paura del peso cartaceo (o dello scroll infinito) oggi fa troppi delitti.

Letteratura e ciclismo – per approfondire.

Riporto l’articolo di Pierangelo Goffi pubblicato su Cattolicanews per la mostra tenutasi a Brescia dal 20 maggio all’1 giugno sulla letteratura che ha preso linfa dal Giro d’Italia. I nomi sono il meglio della nostra cultura novecentesca e le citazioni di Goffi danno il là per approfondire.

“Quando ero piccolo, gli exploit di Gerbi, di Petit-Breton, di Ganna non mi lasciavano dormire: quegli eroi del ciclismo erano i miei Achille, i miei Ettore, i miei Aiace. La prima epopea della bicicletta fu la mia Iliade».
Così Curzio Malaparte nel suo scritto ‘Coppi e Bartali’ del 1949 ricorda l’entusiasmo col quale da ragazzo seguiva le imprese dei pionieri del ciclismo d’inizio secolo; e quel riferimento agli eroi classici rimane una costante dei racconti delle cronache ciclistiche. Le imprese dei campioni delle due ruote, eroi di una popolarissima mitologia contemporanea, ben si prestavano alla produzione di prose appassionate e di grande potere evocativo da parte dei tanti scrittori che seguirono la corsa rosa fin dalla sua prima edizione nel 1909. Moderni cantori capaci di evocare al meglio i grandi duelli, le audaci imprese, le folgoranti vittorie e le drammatiche sconfitte dei protagonisti del Giro d’Italia in una sorta di popolarissima chanson de gestes novecentesca, alla quale diedero voce le migliori penne della nostra letteratura.
Ricchissima e di alto livello fu la produzione narrativa legata al ciclismo, spesso sospesa tra resoconto sportivo e cronaca di costume. Per analizzare lo stretto e fecondo rapporto tra ciclismo e scrittura la biblioteca Ottorino Marcolini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia organizza un’esposizione bibliografica ed iconografica sul Giro d’Italia, in occasione dell’arrivo della carovana rosa a Brescia il 27 maggio e delle due successive ed importanti tappe che si svolgeranno in terra bresciana (Aprica, 28 maggio e Ponte di Legno il 29).
L’esposizione ripercorre la storia del Giro, affiancando alle celebri copertine della Domenica del Corriere e alle immagini dei grandi protagonisti della corsa a tappe alcuni dei brani più significativi ed evocativi del racconto del Giro. Si parte con brani del primo Novecento dedicati al piacere dell’andare in bicicletta (Alfredo Oriani, Alfredo Panzini, i futuristi) per arrivare al resoconto vero e proprio delle gesta dei pionieri – Ganna, Girardengo, Binda, Guerra – e giungere al fecondissimo periodo del secondo dopoguerra, quando scrittori del calibro di Dino Buzzati, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Marcello Venturi e Anna Maria Ortese, inviati al Giro dalle principali testate giornalistiche nazionali, raccontavano non solo le imprese di Coppi e Bartali, ma soprattutto dal Giro traevano spunto per raccontare l’Italia che si risollevava a fatica dalle tragedie della guerra e ritrovava, nel passaggio della carovana rosa, un’ identità capace di collegare le Dolomiti alla Sicilia in un sentire comune e condiviso.
E’ il periodo d’oro del neorealismo, e così la folla, la massa dei tifosi e degli appassionati, diventa il grande protagonista delle cronache: «L’Italia davanti a noi…e un muro sottile e variamente colorato che saliva come un serpe per quei monti verdi, fino a quel cielo, e si perdeva nei boschi dove i boschi cominciavano, e riappariva lungo il mare dove le spiagge balenavano» scrive Anna Maria Ortese nel 1955, ed è la gente della provincia italiana quella descritta da Alfonso Gatto nel 1947 «con gli operai in maniche di camicia e col berretto di carta in testa appesi alle impalcature, con le scolaresche bianche e celesti allineate davanti alle scuole di campagna, con i preti giovani affacciati ai seminari, con le mamme ridenti alle fontane degli ultimi paesi di montagna». E i ciclisti? Anche per quelli non è tanto l’impresa sportiva che emerge, ma il tratto umano, l’animo, il carattere; e più dei campioni ad essere celebrati sono i gregari, i portatori d’acqua, oppure gli sconfitti perché, come scrive Vasco Pratolini nelle sue cronache al Giro del 1955 «spesso è molto più bello, nello sport come nella vita, non essere amico del vincitore».
Tra una commento di Dino Buzzati ed un articolo di Gianni Brera, tra un racconto di Piero Chiara ed una cronaca di Ennio Cavalli si giunge all’ultimo eroe di un ciclismo antico, Marco Pantani, celebrato da Gianni Mura nella sua solitaria e drammatica grandezza. L’intento dell’esposizione è quello di invitare l’appassionato a lasciarsi trasportare dal fascino del Giro per seguire le tante suggestioni letterarie che il ciclismo ha ispirato. Una ricca esposizione bibliografica e un video con le immagini e i filmati storici della corsa completano la mostra, in programma da giovedì 20 maggio a martedì 1 giugno in biblioteca e presso lo spazio Montini dell’Università