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Il posto più strano dove lo hai fatto. Io ho visto Barca-Real in un bar in Honduras.

Tutti abbiamo una storia da raccontare, una di quelle che ti fanno unico, almeno per cinque minuti (Warhol oggi parlerebbe di 15 minuti di esclusività).
In questo caso quello che vorrei raccontare e soprattutto farmi raccontare è quella volta che hai assistito ad un evento sportivo, non solo calcistico anche se credo che il calcio avrà la predominanza, in una situazione non solita, oppure quando durante un evento sportivo anche in una situazione normale è avvenuto qualcosa da sottolineare.

Ecco le mie per capire meglio.
Un po’ di volte ho visto calcio e altri sport in situazioni strane. Un Napoli-Roma l’ho visto nel mezzo del Golfo Persico, per Sydney 2000 andavo in bagno con la radiolina durante le lezioni universitarie, il giorno di Italia-Corea del Sud 2002 dovevo fare l’esame di Diritto pubblico ma il professore mi spostò al pomeriggio e dovetti prima perdere ogni stilla di energia appresso a Byron Moreno, ma le due volte più assurde sono queste: nella prima ero piccolo, con mio padre salivamo sul Monte San Michele ed eravamo soli. Mio padre aveva con sé una radiolina e ascoltavamo “Tutto il calcio minuto per minuto” per seguire Diego & C. Nel bel mezzo del nulla incontrammo un’altra persone che era andata in montagna per seguire le partite senza stress. Lì poteva sfogarsi senza nessuna remora. Quella persona non l’ho più vista.
La seconda è un po’ effetto “ho visto i Mondiali nel Wyoming”. Ho visto un Real Madrid-Barcellona in un bar costruito di sole lamiere sull’Isola di Roatan, in Honduras. Fuori pioveva ed erano quasi tutti per il Barca.

Qual è stata la tua volta da raccontare?

Ho visto la prima giornata di A con la VAR in un bar di paese

Per capire i reali effetti della VAR ero convinto che non bisognava soffermarsi alle letture di giornali e ai commenti dei tecnici televisivi, ma bisognava essere spettatori delle partite del primo turno di A in un bar di paese, lì dove le decisioni arbitrali da decenni sono il fulcro di ogni discussione durante e dopo la partita. Guardando con gli occhi le partite e ascoltando con le orecchie le reazioni di chi era presente nel bar, ho notato quattro elementi.

1 – FIDUCIA– Nessuna persona che assisteva alle partite ha messo in dubbio la neutralità di chi giudicava la VAR. E questa cosa mi ha stupito perché avrei pensato ad una trasposizione dell’idea di sudditanza psicologica a favore delle grandi squadre anche in chi doveva giudicare di fronte ad un monitor. Invece l’asettica descrizione dei fatti che un arbitro ha, frame per frame, in questo momento è considerato come condizione necessaria per un giudizio veramente corretto.

2 – POCO SCAMBIO DI OPINIONI SUI FATTI ARBITRALI – Quello che temevo, ovvero il fatto che la VAR porta all’azzeramento della discussione sui fatti arbitrali, accade davvero. Di fronte alla decisione della VAR tutti, tifosi ovviamente di squadre diverse e anche avversarie, accettano e la giustificano senza alcun dubbio. Questa accettazione della verità oggettiva che dà la tecnologia annulla le opinioni soggettive.

3 – IDEA GENERALE DI MAGGIORE CHIAREZZA E “GIUSTIZIA” – Ad ogni persona presente alle diverse partite a cui ho assistito, ho chiesto alla fine se per lui la partita con la VAR è più giusta, se secondo lui aveva assistito ad una partita in cui davvero il più forte aveva vinto e gli arbitri non avevano influito sul risultato. Il giudizio complessivo è stato assolutamente concorde sul fatto che quello che avevano visto rispecchiava i valori sportivi e che era giusto il risultato finale.

4 – MINORE COINVOLGIMENTO EMOTIVO – Se è vero che la VAR sfuma le opinioni personali in tema di fatti arbitrali, è anche vero che la discussione su quei temi creava maggiore coinvolgimento emotivo nei confronti della partita. Alle partite a cui ho assistito ci sono stati pochissimi scambi di battute fra tifosi rivali e i temi delle discussioni riguardavano più che altro il gioco e i calciatori della propria squadra.

Da questa piccola analisi, non c’è un granché ancora da dedurre, siamo ai primi passi della tecnologia e tutto è nuovo per chi gioca e per chi assiste alle partite. Un’idea che mi sono fatto è che con la VAR il calcio appare più giusto, tante idee su complicate logiche di potere non vengono prese in considerazione e si guarda più al calcio per quello che è e per le sue componenti tattiche e tecniche dei singoli calciatori.
Dall’altra parte le vere e proprie discussioni da bar sono assai annacquate e l’energia polemica su qualsiasi cosa che creava vivacità e voglia di stare a sentire gli altri è molto sfumata. Ho passato una vita ad ascoltare teorie complottiste su Juve, Milan e Inter e oggi tutto sembra essere correttamente inquadrato in una visione tecnologizzata e per questo non commentabile delle decisioni arbitrali.
La VAR è vista come strumento di civiltà calcistica, questo è vero ed è bellissimo, ma toglie lo spirito delle opinioni personali, rendendo anche un po’ asettica la visione “da bar”, quella più popolare e verace.

P.S. C’è però una luce in fondo al tubo catodico. Un signore sulla sessantina, alle 23.30 della domenica, quando tutto sembrava pacificamente concluso, ha avuto da ridire sul rigore di Alex Sandro su Cop in Juventus-Cagliari. “Alla fine è Cop che si butta sul piede dell’altro”. Questa frase finale dimostra come tutto sia ancora in gioco.

Red or Dead di David Peace – Recensione

Red or Dead David PeaceEh… e adesso che scriviamo della vecchia volpe David Peace, che ci ha aperto un nuovo piccolo mondo con “Red or Dead“, dopo “Il maledetto United“?
Prima di scrivere una mia opinione sul libro ho cercato anche quella di altri, non era mai successo. Perché?, mi sono chiesto poi.
Perché è un libro che ti scappa di mano, senza una dimensione unica, senza un ritmo unico, senza un vocabolario unico. Cambia in continuazione, scena per scena, Peace le divide con un tratteggio che è una sorta di sipario, c’è qualcosa di molto diverso rispetto alla precedente. Attenzione, di diverso rispetto alla precedente, ma di follemente uguale a tante altre disseminate nel volume fin troppo ponderoso.
Le scene di casa, ripetute ossessivamente con le stesse identiche parole vogliono creare quella necessaria abitudinarietà ricercata dai grandi, ma alla fine ammorbano il lettore che le salta, non può fare altro se non vuole impallarsi, tanto le ha già lette. Le scene di campionato, quando vengono snocciolate in sequenza partita dopo partita, danno l’idea dello straordinario impegno e dello scorrere del tempo verso il traguardo agognato, ma sembrano anche una necessaria e angosciante lista della spesa, da poter eliminare senza grandi problemi.
Sono invece fantastiche le scene di passaggio da una fase all’altra della vita di Bill Shankly e del Liverpool (che poi per Shankly erano la stessa cosa e questo elemento passa perfettamente), come sono anche emozionanti le scene dello Shankly post-Liverpool che diventa pian piano monumento per una squadra che dopo di lui ha dominato il mondo. Ma se adesso si vince, fa dire a tutti i tifosi del Liverpool Peace, il merito è in buona parte di chi ha posto le basi e ha portato, con la fatica del quotidiano eternamente ripetuto (ecco spiegate le scene sempre uguali), un mattone dopo l’altro.
Quindi, che libro è?
Io sospendo il giudizio e aspetto il nuovo Peace. “Red or Dead” riesce a mettere a fuoco narrativamente un personaggio e lo romanza davvero, senza perdere però in forza storiografica. Posto questo, è il libro da cui partire per scrivere di letteratura sportiva in un certo modo. Ma è anche un libro di cui odi la sequenzialità omogenea. Leggi e sai cosa c’è scritto dopo venti righe. Questo porta anche all’abbandono.
Sono curioso di vedere chi e come ispira altri scrittori. Forse in quel caso troveremo la risposta.

 

“Un giorno triste così felice” di Lorenzo Iervolino

Lorenzo_Iervolino-Un-giorno-triste-cosi-feliceCome ben comprensibile da altri post precedenti, ho letto con voracità “Un giorno triste così felice” di Lorenzo Iervolino.

Il libro è molto bello, naviga fra vari generi, ed è un pieno crossing-style che piace tanto e non è un fatto di moda. È romanzo, biografia, appunti di viaggio, mancano delle illustrazioni, ci sarebbero state alla grande. Iervolino padroneggia. Il verbo giusto non può essere che questo: in tante altre biografie l’autore si fa troppo piccolo rispetto al personaggio, che inizia a a scappargli da tutte le parti, ne perde gli scopi, le traiettorie, i desideri veri. Iervolino invece tiene in mano l’argomento e lo gestisce a piacimento. Nonostante il personaggio sia enorme, multiforme, troppe cose per tratteggiare tutte le sue linee. Bisogna scegliere una sola strada. Iervolino sceglie quella della passione umana molto umana di Socrates e non sbaglia, anzi mi sa che è la scelta giusta per inquadrarlo almeno in parte.

Questo libro mi fa pensare altre due cose: Socrates è stato un grande giocatore ma di terza, quarta fila rispetto a chi ha vinto davvero. Ma dal libro di Iervolino viene fuori la sua monumentalità anche in campo, non è giusto pensarlo come soprattutto altro dal calcio. E chissà quanti altri calciatori sono degni di essere raccontati a questo modo anche se le mani non hanno mai toccato chissà quali trofei.

Seconda annotazione: insieme a questo libro, in avvicinamento a Brasile 2014, sono usciti altri libri su Socrates. Può la wave dell’occasionalità dare vita al libro da leggere? In rete ne ho parlato un po’ e ci sono idee diverse: se il libro vale non conta il momento, deve uscire e far parlare. Secondo me l’occasione può essere un motivo in più per approfondire alcuni temi. In questo senso il dibattito però è ancora aperto e si definirà meglio con le uscite delle prossime occasioni.