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APPUNTI SU UNA NUOVA SCRITTURA SPORTIVA ITALIANA

Il sasso l’ho lanciato, adesso non posso che continuare a vedere l’acqua che si sagoma. Butto giù davvero degli appunti, la costruzione e sistematizzazione non può essere che comune. Ho parlato di stagno, ma non c’è niente di statico né di ammuffente nella letteratura sportiva in Italia oggi.
Il libro di Fabrizio Gabrielli, “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale” però mi ha scosso, illuminando dei punti che sono andato a riprendere, rileggendo e cercando di capire cosa li tiene insieme.
Per il libro di Gabrielli ho scritto di mattone fondativo per la nuova scrittura sportiva in Italia perché ho percepito qualcosa di nuovo, che ci lega e ci distanzia da almeno tre punti cardinali che hanno sostanziato la nostra scrittura sportiva. Il primo è la potente letterarietà breriana, che ha dato il là alla costruzione di mitologie sportive partendo sempre e con fede indistruttibile dalle radici, quali esse siano, familiari, culturali, di tradizione, spingendoci verso le razziali o para-razziali in epigoni poco attenti e poco talentuosi. Questo ha portato ad uno scavo in profondità nella biografia del personaggio che mira sempre più al dettaglio anche minimo, ma portatore di grandi orizzonti, mentre nella descrizione dell’evento sportivo Brera ci ha saputo suggerire la sineddoche, cogliendo la meraviglia del tutto anche nel piccolo gesto.
L’altro punto di riferimento è un determinato tipo di giornalismo che ha Giovanni Arpino come esempio massimo, che invece analizza uomini ed eventi come su un grande palcoscenico, sul quale tutto si mescola e vibra anche al di là del risultato sportivo in sé. Arpino con “Azzurro Tenebra” ha costruito un fantasmagorico e allo stesso tempo oscuro teatro delle metafore, donandoci il senso del personaggio al di là dell’essere atleta.
Infine abbiamo il giornalismo di Ghirelli, Palumbo e Caminiti, in alcuni tratti simbolista per la ricercatezza della parola e dell’effetto, che mette a nudo i personaggi per poi rivestirli d’oro o di fango a seconda dei casi.
Per tanti anni chi scriveva di sport ha sempre viaggiato fra queste tre enormi isole, in un mare noto e piacevolmente amico, scrivendo soprattutto aneddotica, biografie, reportage di eventi sportivi che hanno fatto la nostra storia soprattutto calcistica.
Molti hanno scelto un solo stile a cui riferirsi, altri hanno saputo sviluppare una sintesi, in questo senso il meglio che c’è oggi è la produzione di Marco Pastonesi, con una nota di merito per “L’Uragano Nero”. Tenendo sempre segnalate sulla mappa le tre isole, oggi tante piccole barche cercano di andare oltre queste rotte definite, partendo da esse per espandere lo spazio e lo stile della narrazione. E fra quelli che ci sono riusciti meglio, sottolineo quattro elementi che si ritrovano con costanza nelle loro opere.

Il primo elemento riguarda da quale punto d’osservazione si inquadra il fatto sportivo. Uno dei miei crucci di cui parlo ormai da anni è quello di pensare il fatto sportivo come qualcosa di più grande, che tiene dentro non solo il talento fisico, cerebrale e atletico di chi lo compie (a cui aggiungere almeno il “talento neuronale” di cui ha parlato Modeo riguardo Messi sul CorSera), ma anche delle tracce culturali di più ampio respiro. Nei libri proprio di Modeo, Iervolino e Gabrielli (da citare anche un prodromo che poi ha influenzato positivamente l’anima de L’Ultimo Uomo, ovvero “Cantona. Come è diventato leggenda” di Daniele Manusia) questa apertura è chiara ed evidente. Nessun gesto è solo un’espressione atletica individuale, per due ordini di motivi: prima di tutto perché viene sempre influenzato da un contesto storico e culturale che non lo innesca, in quanto resta il singolo a pensarlo e metterlo in atto, ma che lo colora di un mood proprio e unico. La rovesciata di Cristiano Ronaldo o la corsa di Tommie Smith nascono anche da una visione “culturale” che i protagonisti hanno del loro sport all’interno del contesto sociale di riferimento, con gli attori stessi che si rendono oltretutto conto dell’impatto che sulla cultura quel gesto atletico può avere. Il secondo motivo riguarda proprio l’effetto. Il gesto sportivo, nato da una temperie culturale che è propria di un luogo e di un tempo, ha effetti profondi su luoghi sempre più enormi (la globalità è l’oggi) e sul tempo in cui il gesto stesso viene vissuto e diffuso attraverso i media disponibili al momento. Per fare ancora l’esempio di cui sopra, la rovesciata di Cristiano Ronaldo viene da una cultura (che è genius loci e temporis) e fa cultura con i media che transustanziano il gesto, inconizzandolo e diffondendolo ovunque.
Questo doppio binario culturale non è più un leggero sentore nella descrizione atletica di un fatto sportivo, ma ne è connaturato all’analisi e gli autori citati ne mettono in evidenza la grande forza d’impatto.

Il secondo punto sempre più importante nella scrittura sportiva contemporanea riesce a connetterci alla scrittura sportiva di matrice statunitense che ne ha da sempre fatto un fulcro narrativo. Posso sintetizzarlo con la frase: “Il corollario è centrale”. Il modo migliore per capire questo punto è leggere “La partita” di Piero Trellini. Mentre la letteratura sportiva almeno fino a 10 anni fa si concentrava con forza sul fatto sportivo e sull’uomo che lo compiva, oggi tanti libri, di cui “La Partita” è l’esempio migliore, ricamano intorno al fatto stesso un universo di cause ed effetti non tanto per decoro giornalistico, ma come vero cuore narrativo dell’opera, in quanto è tutto quello che ha girato e gira intorno al fatto sportivo a fare la storia che continua. Un esempio parzialmente diverso ma che rientra in questo secondo punto è “Duellanti” di Paolo Condò. Rispetto a Trellini non è il frutto di un minuzioso lavoro di ricerca, ma un dipinto impressionista di un caotico dietro le quinte, spiegabile solo da chi c’era. Ma anche in questo caso, Condò sa far risaltare il corollario, perché è lì, nel non pubblicamente espresso, che si racchiude il senso e il succo dell’opera e della storia.
Come tanta letteratura sportiva americana insegna, c’è sempre un prima ma anche e, per anni lo abbiamo dimenticato, un durante e un dopo che bisogna considerare rispetto al semplice calcio ad un pallone o al lancio di un attrezzo.

Il terzo punto riguarda lo stile. Come ho scritto all’inizio, per anni i nostri punti di riferimento anche stilistici sono stati principalmente la letterarietà di Brera da una parte e il giornalismo “metaforico” di Arpino dall’altra. Poi leggi un libro come “Il Barça” di Modeo e capisci che tutto è diverso. Da questo modello massimo, insieme all’“Alieno Mourinho” dello stesso autore, entrano nello stile della scrittura ambiti disciplinari e per forza di cose letterari che ne cambiano la grana, non solo l’immagine. Modeo parla dei suoi soggetti di analisi allargando il campo alle neuroscienze e all’antropologia, così come Gabrielli con il suo Cristiano Ronaldo fa spesso sponda con la sociologia dei consumi e gli studi sul nuovo paesaggio mediale. Almeno altri due esempi da fare sono “La versione di Gipo” di Alberto Facchinetti, in cui è la storia della cultura del territorio a farsi sentire con forza, così come lo “Jascin” di Curletto è anche un compendio di storia sociale russa. Non è una multidisciplinarità che si ferma all’analisi, che illumina il soggetto con fari altri rispetto al consueto occhio di bue giornalistico, ma invade con chiarezza lo stile, arricchendolo e facendolo allontanare dal giornalismo letterario a cui ci siamo sempre attaccati.
Quella dimensione non viene persa ma è estesa con viaggi continui verso altre dimensioni dello stile. Da citare anche il Pippo Russo di “M. l’orgia del potere. Controstoria di Jorge Mendes, il padrone del calcio globale”, altro libro cardine di una multidisciplinarità stilistica e di contenuto.

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Per il quarto punto sto con Musil, che nel suo saggio “La conoscenza del poeta”, si riferisce alle teorie espresse da Oswald Spengler ne “Il Tramonto dell’Occidente”. In particolare penso all’andamento non-razioide del pensiero contemporaneo, che apre uno scenario interessante rispetto all’argomento di cui parliamo. Prospettiva che viene anche dal pensiero debole, è l’abbandono della sponda felice della fiducia incondizionata al concetto e alla logica causale. I fatti descritti per un personaggio o un fatto sportivo non ne definiscono un percorso lineare e preventivabile. Stefan Zweig, grande scrittore di biografie, si è sempre chiesto: “Sì, ma quale vita è da raccontare?”. Tutto si mescola sempre, anche nella traiettoria che sembra più chiara.
Le volute di zucchero di Federico Buffa sono l’espressione eccellente di questo andamento non razioide del racconto, capace di richiamare addirittura l’aedo multiplo di omerica memoria e, grazie al talento dell’uno, di racchiudersi in una singola voce, che gioca con le continue sponde delle sue conoscenze ed esperienze vive. Così come è da citare il racconto sudamericano di “Locos por el fútbol” di Carlo Pizzigoni, che proprio grazie al suo andamento sinusoidale sa creare armonie nuove da fatti noti. Devo citare anche due libri di boxe, “Muhammad Ali. Storia di una rivoluzione” di Andrea Bacci e “Jesse e Joe. Gli atleti che sconfissero Adolf Hitler” di Francesco Gallo, bravi nel riportare questa apertura di stile giocando a giuste dosi con l’epica che caratterizza quello sport in particolare.
Questo approccio impatta sulla composizione narrativa, che è per forza di cose multipla, modulare e frammentata, in cui ogni singolo elemento è gravido di effetti sulla visione del personaggio-fatto e sulle sue vicende.

“CRISTIANO RONALDO” DI FABRIZIO GABRIELLI. RECENSIONE

Già con “Sforbiciate” del 2012 chi aveva letto Fabrizio Gabrielli lo aveva trovato di frontiera nel panorama della letteratura sportiva italiana. Oggi con il suo nuovo “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale”, pubblicato da 66thand2nd, è evidente la posa di un mattone fondativo per una nuova scrittura sportiva nel nostro Paese, che si richiama ad echi USA per l’approccio giornalistico e sudamericani per alcune atmosfere, ma che è diventata matura e perfettamente autonoma.
Il sottotitolo descrive subito di chi stiamo parlando. Mettere insieme gli aggettivi “intimo” e “globale” apre appunto al concetto di glocalità, che Cristiano Ronaldo rispecchia in quanto i suoi due perni logistici, Madeira e il pianeta, sono sempre presenti, anche nell’assenza poi fisica del mito, perché una mitologia contemporanea non ha bisogno di territorialità esibita, ma solo di punti di partenza e ripartenza continui, così come la carriera di CR7 ha dimostrato.


Gabrielli mescola antropologia, sociologia, psicologia, studi aziendali e letteratura per tirare fuori qualcosa che attraverso il soggetto narrativo CR7 è quasi impossibile, ovvero l’epica. La distanza da Messi, per fare l’esempio ancora esibente (andare su Pelé, Maradona e gli altri è fin troppo facile), è chiara. L’argentino ispira narrazioni mitopoietiche legate ai grandi temi letterari (prima di tutto il minus fisico con cui da sempre lotta per raggiungere il traguardo), mentre Cristiano Ronaldo ha dalla sua una perfezione raggelante da un punto di vista narrativo, che lo storytelling che lo accompagna cerca di ammorbidire grazie ai record e i numeri.
Gabrielli invece, scavando nel profondo più assoluto della sua storia e delle sue azioni (ed è qui che entra in scena la parte giornalistica, perfettamente incastrata nella narrazione), ne strappa faticosamente l’essenza epica, riuscendo quasi miracolosamente a prendere i record, ripulirli dalla sfida all’impossibile (che ha rotto le palle) e riconvertire tutto in una dimensione umana troppo umana della determinazione assoluta costruita passo dopo passo (con la biografia del personaggio che sa scorrere senza frenate), capace di avvicinarcelo e rendercelo più nostro.

Ma l’autore non si ferma a questo livello, lo dipinge anche per quello che chiaramente è, ovvero un brand cardine del capitalismo avanzato. Lo è per due motivi: il primo sono i numeri di cui sopra, che oggi muovono ogni scelta e desiderio. L’ossessione calcolatoria delle aziende contemporanee è evidente. Ogni giorno i numeri guidano un percorso, rassicurano investitori, creano immagine, avvicinano persone. Ci interessiamo e poi ci leghiamo ai brand per la loro rassicurante potenza numerica, spesso tralasciando aspetti intrinseci a quello che stiamo comprando. Cristiano Ronaldo ha un popolo di followers che si beano della potenza dei numeri, incontrovertibile e decisiva.
Ma c’è anche un altro aspetto, che Gabrielli chiama esperienza-Ronaldo. Guardarlo, dal vivo o in televisione, rientra in un’altra dimensione fondamentale dei brand contemporanei, ovvero il marketing esperienziale. Oggi solo se forzosamente costretti dalle evidenze compriamo oggetti utili, oggi la nostra scelta va sempre verso oggetti esperienziali (parlo anche dell’aspirapolvere, non soltanto di un viaggio), con i quali poi possiamo riflettere internamente ed esternamente un’immagine di noi stessi soprattutto sui social media. Comprare Cristiano Ronaldo oggi rientra in questa categoria e ci riesce perché non è solo un calciatore che realizza performance particolarmente positive (saremmo ancora nella sfera dell’utilità, come per l’aspirapolvere di qualità), ma perché si prende totalmente in carico la parabola dell’eroe e la possibilità di guidare il futuro, i due principi cardine del marketing esperienziale secondo un’ottica di sociologia dei consumi.

Cristiano Ronaldo è il presente, ma con lunghi fasci di luce che vanno verso il futuro anche per la sua connaturata sfida al piacere, più che per la vittoria. I discorsi sul “dover piacere” ingolfano i giornali e gli scaffali delle librerie e Cristiano Ronaldo, lo spiega perfettamente Gabrielli, ne è un avamposto in quanto colora tutta la sua esistenza di continui e nuovi desideri, di fronte ai quali tifare contro è anche meschino. E per raggiungerli non sceglie strade difficilmente decifrabili, ma semplicemente la voglia di farcela, ad ogni costo, contro ogni pregiudizio (e vincere con una squadra di un campionato ormai minore, come quello italiano, ne è un segnale), per compattare intorno a lui un popolo di seguaci che aspirano al piacere definitivo del loro mito.
Mi fermo qui, potrei scrivere per altre tre ore perché Fabrizio Gabrielli riesce in ogni pagina ad aggiungere un elemento, a colorare un pensiero, a mettere il seme di una discussione. L’ultima volta che avevo letto una cosa del genere in Italia era stata il “Barça” di Modeo. Da questi due esempi (a cui aggiungerei almeno Iervolino) è possibile pensare, riprendendo l’incipit, ad una nuova (io direi anche “vera”, guarda un po’) scrittura sportiva italiana, che sa cosa prendere dalla letterarietà breriana e dal cronachismo metaforizzante di Arpino, ma che è fin dall’approccio aperta a stimoli diversi, così da diventare una “cosa” chiara e viva.

LA TUA PARTITA CON IL SUPER SANTOS

Il compagno arancione di una vita. Questo è per tutti (tranne per i cicloamatori folli, gli amici che andavano in bici anche al piano di sotto) il Super Santos. Nel ’62 Stefano Seno, che vorrei tanto parente di Andrea Seno, lo immagina e lo fa creare. Diventa subito lo zenit dei desideri di tutti i bambini.
Questa piccola premessa perché il Super Santos per me e per tanti altri è stato tutto quello che dai 5 ai 16 anni si fa oggi con videogiochi, youtuber, siti porno soft, netflix e chatting, oltre ad un effetto placebo che tutto il Prozac che si prescrive ora non riuscirà mai a compensare.
La partita (se vogliamo citare il bellissimo libro di Pietro Trellini) con il Super Santos che mi riguarda ed è parte della mia vita e storia è quella giocata su uno spiazzo nei pressi del Monte Terminio, in provincia di Avellino, a circa mille metri di altezza.
Ero in scampagnata montana con gli amici, quattro contro quattro. Per pali avevamo due zaini, un albero e la mazza che era servita per farci strada nei sentieri. La salita ci aveva fatto respirare dell’aria fantastica, avevo i polmoni in festa come solo Cognetti sa descrivere. Nel bagagliaio ovviamente c’era l’oro arancione dei nostri pomeriggi e prima dell’attacco a capicolli e provoloni dovemmo obbligatoriamente giocare. Fu una partita totale, l’altura ci stancava e ispirava, l’irrorazione dei muscoli era assoluta e piena. Quando cadevi ti sporcavi, una delle cose più belle del calcio. Oggi mi è stato riferito da chi è negli spogliatoi tutti i giorni che i calciatori si incazzano più per una macchia sulla maglia che per un gol sbagliato.
Aria rarefatta, fango misto a letame come terreno di gioco, amici sudati e subito asciutti da un refolo che porterà a bronchiti costanti e il Super Santos. Ad un passo dal cielo.

LA PARTITA. INTERVISTA A PIERO TRELLINI

Piero, hai azzeccato prima di tutto il titolo. Nonostante sia solo “una” partita durante quel cammino mondiale, quella è “La” partita per una generazione, oltre che per un gruppo di calciatori. Cosa c’è per te dentro quel titolo?

C’è l’unica partita possibile. Ma è una visione assolutamente personale. Di chi segue la realtà, la storia e, in questo caso, il calcio con approcci assolutamente soggettivi e quindi discutibili. È un’assolutezza relativa. Ma il merito di quella scelta va spartito. Perché quel titolo per me racconta un’altra storia di circolarità. Quando finii il libro scrissi una lettera a Giovanni Francesio, l’attuale responsabile della narrativa di Mondadori, che diceva pressappoco: “Se mai La partita avrà un editore, probabilmente tu saresti l’unico possibile”. Poi accaddero altri fatti e non la spedii. In seguito quel titolo è cambiato più volte. Finché poi il libro è finito proprio nelle mani di Francesio, persona meravigliosa, che, senza sapere la storia, ha proposto il titolo “La partita”. Il destino non esiste ma è bello vedere il caso cosa riesce a combinare. A volte è in grado di muoversi perfettamente, come su una partitura. Quel titolo e quell’editor c’erano già prima ancora di esistere.

“La partita” è un’opera a strati e linee incrociate. Hai scelto questa struttura per un motivo di accumulo documentale da sviluppare o tutto era nato già secondo questa idea strutturale?

Avevo notato che quei novanta minuti conducevano sempre a punti fermi, senza particolari variazioni sul tema. Sapevo che la partita del Sarrià era già una storia perfetta e io non avevo alcuna intenzione di stravolgerla, semplicemente volevo raccontarla a modo mio. Tra gli elementi della partita ce ne erano molti che ai miei occhi apparivano affascinanti. A volte erano semplici istanti, apparentemente insignificanti ma mi sembrava fossero stati fin dal principio trascurati. E ho sentito il bisogno di dilatarli. Ciò che più mi premeva, però, era ricostruire le vicende nascoste dietro ciascun aspetto, anche inanimato, per ricercarne non tanto le cause quanto le origini. Per poterci riuscire lucidamente ho fissato due parametri: lo spazio e il tempo. Il primo mi ha aiutato a capire quali fossero gli elementi (il prato, un pallone, due squadre, un arbitro, dei tecnici; intorno a loro cartelloni pubblicitari, fotografi, cameraman, giornalisti, personalità, etc. ), il secondo da dove questi provenissero. Ho quindi accumulato materiali che ho poi organizzato per livelli (umano, politico, sportivo, giornalistico, tecnico, filosofico, scientifico, sociologico, etc.), in seguito ho creato mappe e ho iniziato a incrociare i dati. Naturalmente ho battuto molte strade e montato più volte le singole storie. Finché, per compensare la complessità data dal numero delle storie, ho rinunciato a una versione caleidoscopica in favore di una impostazione più rettilinea, ordinata secondo una logica temporalmente lineare all’interno della quale i singoli filoni narrativi sono tra loro alternati.

Sottintendi spesso che quella partita e l’universo che gli gira intorno cambiano il calcio e lo sport in generale. Perché pensi che quell’evento scateni effetti così potenti? E qual è l’effetto che ancora oggi perdura con forza?

Italia-Brasile non fu il giorno in cui il calcio è morto, come disse Zico in seguito, ma quello in cui scomparve una certa ingenuità Non fu solo un cambiamento tattico, ma anche una trasformazione nei valori. La partita è anche ciò che esiste attorno ad essa: la politica, gli affari, il marketing, gli sponsor. Nel giro di poco tutte le stelle di quella partita (Zico, Socrates, Cerezo, Junior) e di quel Mundial, (Maradona, Rumenigge, Boniek e Platini) si precipitarono a giocare in Italia trasformando il nostro campionato nel più bello del mondo. Ma così cambiò tutto. Il calcio perse, se non la sua innocenza, che forse non aveva mai avuto, la sua spontaneità. E si trasformò in spettacolo, business, maniera in nome delle tre esse: stelle, schemi e sponsor. Le partite vennero dilatate, i numeri di maglia esplosi, i muscoli dei giocatori gonfiati e i cori preconfezionati.

Il libro è anche un’antologia di grandi personaggi e le loro storie. C’è qualcuno che è rimasto fuori dal grande discorso su Italia-Brasile ’82?

I personaggi sono già frutto di scelte arbitrarie. Se, ad esempio, tra i giornalisti italiani parlo prevalentemente di Brera, Soldati, Arpino, Del Buono, Cancogni, Sconcerti, Pastorin e Cucci scelgo di non parlare di altri. Pertanto molti, in nome di questa arbitrarietà, sono rimasti fuori. Io ho provato ad essere esaustivo nella scelta dei mondi da rappresentare: il calcio, il business, il potere, la stampa, la politica, etc. creando poi dei sottoinsiemi. Ma nel vaglio degli elementi primari, uomini e cose, ho dovuto fare una selezione. Il risultato di questa poi è stato saggiamente falciato dalle varie sessioni di editing, pertanto alcuni filoni, molte vicende e numerosi personaggi sono scomparsi dalla storia finale. Ma può essere che un giorno torneranno in vita.

A fine libro scrivi che tutto nasce anche da una mania, nata per l’emozione che ti ha dato quel match. Questa mania ti ha fatto accumulare informazioni e cose che la riguardavano. Dopo questo libro, la mania si è almeno in parte placata oppure c’è sempre qualcos’altro da sapere e far conoscere?

Se per mania intendiamo idea ossessiva, la partita non è l’unica che ho avuto nella testa in questi anni. A livello di eventi eclatanti, come molti della mia generazione sono naturalmente rimasto impressionato dalla vicenda di Moro, dal crollo del muro di Berlino o dall’11 settembre. Ma anche, in generale, dalle guerre persiane, dalle persecuzioni di Salem, dal tardo Medioevo, da Reagan e Gobiaciov, da Woodstock, da Pollock, da Masaccio, da Kafka, da Fitzgerald, da “2001” di Kubrick o “Vertigo” di Hitchcock e da molti altri. Poi ci sono tante storie infinitamente piccole. Mi interessano soprattutto i momenti di svolta, in particolar modo quelli impercettibili, spesso casuali. L’ossessività per me è un approccio. Ti porta a non essere sazio, a chiederti “i perché dei perché”. A scoprire cose forse inutili come il numero di matricola dell’orologio Seiko di Klein o la marca che lega il percorso della palla dal piede di Cerezo a quello di Rossi nel gol del 2-1. È un approccio estremo, totalizzante, teso all’onniscienza ma sempre umanamente arbitrario. Pertanto difettoso. Scrivere però aiuta a placarla. L’area ridotta di un libro impone un limite di spazio, nel contenuto, e di tempo, nella scadenza, che obbliga a chiudere l’impresa. Ad abbandonarla. Resta sempre qualcosa nella testa e quindi, rispondendo, c’è sempre altro da voler raccontare, ma, fortunatamente, se si entra nell’assemblaggio di una ossessione successiva, il gesto spasmodico, per quanto continui a esistere, in parte si rasserena.

Su quale personaggio di Italia-Brasile 1982 faresti uno spin-off book?

Probabilmente non su un calciatore.

Il passatismo è per i poveri di spirito. Ma per te ci potrà mai essere in futuro di nuovo “La partita” per un’altra generazione, oppure il calcio ormai non ha più quella forza sociale che aveva nel 1982?

Ognuno vive i miti della propria epoca con le proporzioni indotte da questa. Sicuramente continueranno a esistere bambini capaci di restare segnati da una partita. Ma con le modalità imposte dal contesto nel quale vivranno quell’esperienza. È difficile, ad esempio, che oggi si possa parlare di spontaneità. Perché questa è agonizzante. Vedere una stella del calcio o un primo ministro che parlano con la mano davanti alla bocca è già significativo. Lo stesso vale per le reazioni plateali e innaturali delle simulazioni o le esultanze studiate a tavolino. Al fischio finale di Italia-Brasile c’è una scena semplice e bellissima. Undici giocatori alzano contemporaneamente le braccia al cielo. Le stesse sollevate da Rossi, Socrates e Falcao durante la partita. Perché questo farebbe un bambino. Mentre la coreografia di una esultanza o la platealità per una gomitata che non c’è stata fanno parte del repertorio di un attore. E se reciti non sei autentico. Ma questo è il mondo oggi. Per questo parlo di parametri. Perché se da un lato la prima vittima è proprio il giocatore, costretto a perdere la sua istintiva spontaneità in nome di linee sommerse dettate dal marketing, dall’altro ci sono gli spettatori, testimoni ordinari di vite artefatte su tutti i fronti, dai social ai reality. La finzione, l’apparenza, la malizia sono nuovi valori, nel senso che sono ormai universalmente accettati. E quindi emulabili. Lo dico senza giudizio alcuno. I nuovi protocolli imposti da chi è in scena uccidono la possibilità di assistere a una rappresentazione sentita, passionale, emozionante e autentica. La spontaneità perduta, invece, non mascherava, anzi, metteva in luce una verità. Italia -Brasile è stato uno spettacolo autentico e in quanto tale è potuto diventare, al di là dell’impresa, una esperienza totalizzante, portatrice di valori, esempi e modelli, con grandi storie di solidarietà e riconoscenza, nessuna simulazione, un gioco pulito, neanche una palla spazzata via e avversari che passavano il pallone in caso di rimessa. Oggi inevitabilmente il fair play si è ridotto a categoria finanziaria, i calciatori hanno un modo di giocare più furbo, hanno imparato a cadere, a simulare, a ostentare dolore e a contestare la volontà dell’arbitro. Una totale assenza di sportività che non può non creare disamore in chi ha visto quello che esisteva prima. Perché anche l’emozione ha le sue regole. Quando, ventiquattro anni dopo il Mundial, Grosso segnò quel gol incredibile contro la Germania fu forse l’unico momento veramente emozionante del mondiale 2006. E fu bello anche perché scuotendo la testa urlò “Non è vero, non ci credo”, una frase che rispecchiava la spontaneità di un giocatore che fino a qualche anno prima giocava in serie C1. Questo dovrebbe essere il bello del calcio. La possibilità della favola. Poi però quando la squadra vinse il mondiale ci accorgemmo che, nell’insieme, quei giocatori erano molto diversi dai campioni del 1982, perché l’Italia e il mondo erano ormai cambiati. Gli azzurri di Bearzot, celebrazioni al Quirinale a parte, festeggiarono intimamente tenendosi dentro una gioia che, come fece capire Zoff, si sarebbe sporcata nell’ostentazione. Al Circo Massimo, invece, i giocatori di Lippi ostentarono i loro corpi come gladiatori e allora fu definitivamente chiaro per tutti che, semplicemente, era passata una generazione. Per questo tutti quelli che hanno vissuto il Mundial diranno sempre: “Nel 1982 fu un’altra cosa”. Fu davvero un’altra cosa. Ma il mondo cambia ed è naturale che sia così. Nel bene e nel male. Ci sarà “La partita” per un’altra generazione. Abiterà in un altro mondo e sarà portatrice di altri valori.