Attaccanti pur validi sprecano assist d’oro – Poetare coi piedi

In giro sul web ogni giorno scopro cose molto interessanti che riguarda lo sport. Poi capita di trovare qualcosa di geniale ed è molto meglio. Il progetto “Poetare coi piedi” nasce da un’idea capace di catturare la scintilla parodica ma di renderla fresca, non subito appassita dal già sentito. Da oggi posto delle loro poesie, facendo partire una collaborazione fatta coi piedi buoni.

Attaccanti pur validi sprecano assist d’oro

Sul più illustre passaggio
è incespicato Wiltordo
con il suo passo di pantera
sul più illustre passaggio
il doppio passo di Tamudo
e il vostro sguardo di curva innamorata
il doppio passo silenzioso come il ricordo
prima del tiro ad effetto
difensore accorrente
la sua diagonale che ricuce.

L’ORIGINALE

Sul più illustre paesaggio

Sul più illustre paesaggio
ha passeggiato il ricordo
col vostro passo di pantera
sul più illustre paesaggio
il vostro passo di velluto
e il vostro sguardo di vergine violata
il vostro passo silenzioso come il ricordo
affacciata al parapetto
sull’acqua corrente
i vostri occhi forti di luce.

Dino Campana

"Un libro di sport può nascere da qualsiasi cosa". Intervista a Gabriella Greison

Due parole con Gabriella Greison, che di letteratura sportiva respira, recensendo spesso le ultime novità su gazzetta.it. Come spesso accade, il critico diventa autore e così “Così parlò Zarate” (Limina, 18 euro, 130 pagine) e “Prossima fermata Highbury” (Scritturapura, 13 euro, 130 pagine) sono le sue ultime due fatiche letterarie.

Cosi parlò Zarate” e “Prossima fermata Highbury” hanno molti tratti in comune (prima di tutto sveltezza nel proporre il succo del discorso, cosa non da poco) e differenze nette dovute ad argomenti molto diversi (biografia per punti e momenti da una parte, ritratti di costume dall’altra). Come ti sei trovata a trattare argomenti diversi, riuscendo a mantenere un tuo stile?

Il mio stile, infatti, è proprio questo: cercare di rendere l’idea subito, senza esitare troppo in giri di parole o frasi troppe lunghe. Quindi, che sia la biografia di un campioncino in erba, o che siano 22 racconti di letteratura, fa lo stesso. In comune, oltre a questo, i due miei libri hanno anche la poesia, la spensieratezza, il voler creare a tutti i costi un’atmosfera da favola, con un misto di leggenda e fantasia, di cui i tifosi o gli appassionati di calcio (come me: perché io non sono tifosa, sono appassionata di storie, di gesti, di situazioni, che si vivono solo dentro e fuori dal rettangolo di gioco) si cibano voracemente. Insomma, la voglia di fermare alcune immagini, di fotografarle, e farle rivivere in un pezzo, in un racconto, o in più capitoli di un libro. Perché hanno fatto sognare, hanno emozionato, oppure hanno qualcosa di unico, e speciale.

In “Così parlò Zarate” c’è molta cronaca rispetto all’aneddotica. Per te la letteratura sportiva deve puntare anche sulla cronaca di eventi quasi contemporanei rispetto ai racconti epici più tradizionali?

Gli eventi contemporanei devono essere trattati con cura. Devono essere presi con delicatezza ed esposti con la giusta leggerezza. Altrimenti, diventano facilmente criticabili, o strumentalizzabili. Devono essere raccontati, esclusivamente, per esaltare il calciatore in attività, e immortalarlo. E devono, infine, aggiungere qualcosa, che già – la cronaca di tutti i giorni – non racconta. Solo in questi casi la letteratura sportiva può servire ad un fatto contemporaneo. E ci deve essere un motivo di base. Io ho scelto Zarate, seppur in erba e ancora in crescita, perché a Roma è stato l’evento, sulla bocca di tutti (laziali o romanisti), per un anno intero. Si è contrapposto a Totti (il grande Totti), lo ha sfidato. Anche inconsapevolmente. É stato il suo antagonista. I laziali non ne avevano uno da tanto tempo. Lui, Zarate, solo sul campo, senza mai aprire bocca, nel primo anno alla Lazio ha dimostrato il massimo che ci si poteva aspettare da lui. É stato, sì, più bravo di Totti, in quest’anno: parlo dell’esplosione improvvisa, dell’atletismo, della carica agonistica, in questo istante preciso (che per Zarate vale un anno reale, mentre per Totti vale come un giorno di vita: perché il romanista ha già una grande carriera alle spalle, ed è indubbiamente fortissimo, avendolo già dimostrato alla Roma e nella Nazionale). I racconti epici tradizionali poi, nella letteratura sportiva contano sempre tantissimo. E devono essere scritti a prescindere. Perché sempre validi e una gioia per gli occhi e il cervello. Ma i tempi stanno cambiando e con il nascere degli istant book (il mio, però, non è un istant book: primo perché ha partecipato attivamente Zarate; secondo, perché non racconta di una folata di vento), la letteratura sportiva tradizionale deve stare al passo. Anche se i miei maestri vengono tutti da lì, e sono insostituibili.
Così parlò Zarate è un giusto compromesso tra giornalismo e letteratura. Come hai raggiunto questo equilibrio spesso complesso?
Il fatto che io sia giornalista professionista, e non scrittrice, dice tutto. Io sono cronista, sto sull’evento, lo seguo per la Gazzetta dello Sport, ed è questo il mio obiettivo giornaliero. Quindi, quando ho deciso di scrivere il libro su Zarate, il tutto è nato da una situazione molto giornalistica: ero alla partita Lazio-Milan, appunto per la Gazzetta, e mi è capitato di incontrarlo da sola fuori dallo spogliatoio (come racconto nelle prime pagine del libro), cosa che non è mai successa a nessun altro mio collega. La situazione era particolare, ed anomala: la Lazio era in silenzio stampa, quindi nessuno avrebbe parlato dopo il match. Inoltre Zarate, per sua abitudine, e perché non gli piace parlare con i giornalisti, non esce mai dalla porte dove escono tutti gli altri. Invece, quella sera, siccome era impegnato all’antidoping è uscito tardi. Tutte le altre porte erano chiuse e doveva per forza passare dall’uscita principale; esattamente dove mi trovavo io. Gli ho parlato dell’idea che avevo in testa per un libro e lui si è dimostrato subito entusiasta: era felice come un bambino! E così, abbiamo pensato insieme come strutturarlo. Lui mi ha chiesto dei capitoli ben precisi, e io ho eseguito. Si è anche dimostrato molto simpatico e ben disposto al gioco: infatti, la parte con il gioco del “se fosse” l’ha molto apprezzata.

Un libro di sport deve partire da notizie di prima mano, dall’idea narrativa o dalle poche informazioni sul tema?
Un libro di sport può partire da qualsiasi cosa. Da una foto, da un concetto, da un tema, dalla vita di calciatore, da una partita, da un fischio dell’arbitro non dato, da un fischio dell’arbitro di troppo, da una squadra, da una società, dai tifosi, da un altro libro, da una frase, dal passato, dal presente, o dal futuro.
Tu recensisci spesso i libri di letteratura sportiva per gazzetta.it. Dopo anni di letture e analisi, com’è per te la situazione della letteratura sportiva italiana oggi?
Sì, prima di Gazzetta.it, l’ho fatto per anni anche per altri siti o quotidiani, e avevo pure diverse trasmissioni in radio, ma ho smesso nel momento in cui ho iniziato a scrivere sulla Gazzetta dello Sport, a cui mi dedico in maniera esclusiva. La situazione della letteratura sportiva italiana oggi è molto florida: ci sono tantissimi libri di sport e l’argomento non smette mai di esaurirsi. Inoltre, gli editori sono molto ben disposti a pubblicare libri sportivi, perché trasmettono valori, sentimenti e danno spaccati di vita, che nessun altro argomento regala.
Quali sono gli autori, italiani e stranieri che ti piacciono di più, che segui anche nello stile con cui scrivi i tuoi libri?
Mi piacciono tanti autori. Di giovani ce ne sono parecchi. I giornalisti della Gazzetta li leggo tutti, anche quando pubblicano libri: da Valerio Piccioni a Paolo Condò, da Andrea Schianchi a Luigi Garlando. Poi, di Repubblica: Gianni Mura, Emanuela Audisio, e per tanti anni Corrado Sannucci sono miei riferimenti. Per il Corriere, Mario Sconcerti, Tommaso Pellizzari, Roberto Perrone. Insomma, tantissimi, e tutti abili giornalisti….come faccio ad elencarli tutti?

Quale libro di sport sogni di scrivere?

Per ora, sogno di scrivere un giallo. Magari, però, domani mi sveglio con un’altra idea.

Parole su Zemanlandia. Intervista a Giuseppe Sansonna

Giuseppe Sansonna ha realizzato nel 2009 un documentario che può segnare una traccia importante per quel la cinematografia sportiva. “Zemanlandia” è un frullato di parole, immagini e sensazioni che non si buttano via come le solite dichiarazioni post-partita (anche grazie ai protagonisti, s’intende), ma riescono a creare una storia, cosa molto difficile nel calcio, perché la storia è nelle partite giocate e tutti ne hanno una propria. Come anche la storia che lega Sansonna e il Foggia che “era la meta del mio pellegrinaggio domenicale. Partivo da Bari, la mia città. Ero certo che mi sarei divertito. Il piccolo Zaccheria diventava un catino incandescente. La partita si guardava in piedi, stipati come sardine, immersi in una folla impazzita. Prima della partita, l’epifania. MS accesa e trench chiaro, Zeman sembrava volare leggero, sospeso sulla folla adorante. “Zemàn, Zemàn” gridava lo Zaccheria. Il boemo ritirava ritualmente le caramelle offerte dal solito tifoso e si accomodava in panchina. E lo spettacolo cominciava. I “peones” foggiani, come li chiamava Brera, correvano come pazzi. Il campo era vicinissimo alle tribune. Non c’era nemmeno la pista atletica ad arginare la folla assatanata. Baggio, Vialli, Gullit e gli altri semidei del calcio capivano subito di essere approdati all’inferno. Rimpiangevano il loro Walhalla nordico e la quiete rassicurante degli studi televisivi. C’erano venticinquemila persone, ma sembravano centomila. Rambaudi ricorda che, quando tutti saltavano, il campo tremava. “Quel terremoto ci esaltava: sapevamo che la folla era con noi. Agli avversari, invece, tremavano le gambe”.

La cronaca ancora calda parla di uno Zeman eretico. Dal documentario, questa diversità non è spinta sulla sua dimensione “politica”, ma è focalizzata sul suo lavoro di tecnico. Perché hai deciso di non parlare dello Zeman “terrorista” (cit. Vialli)?

Zeman è una persona essenziale. Non è né Pasolini, né Giordano Bruno. Spesso si esprime per tautologie. È l’ipocrisia e la vacuità del mondo calcistico a rendere spiazzanti le sue parole. A farlo risaltare come una sorta di profeta. Lui ha un’utopia semplice. Il calcio è uno sport come gli altri. Va giocato con lealtà e dando l’anima fino al fischio finale. In realtà, nella prassi consolidata del calcio, la gestione del risultato è fondamentale. Per Zeman è un concetto ripugnante. Per lui è come se uno che sta vincendo i diecimila metri, nell’ultimo chilometro cominciasse a rallentare, per gestirsi. Il calcio è l’unico sport in cui tirare i remi in barca è inevitabile se stai vincendo. Per Zeman lo sport educa e diverte. Tiene lontana la gente da occupazioni più abiette. Questa era l’idea di sport per le masse nei paesi del blocco sovietico durante la guerra fredda.

Zeman e Sud Italia “si sono presi” con grande trasporto. Te lo sei spiegato questo legame speciale?

Il sud esalta Zeman. Credo che il suo carisma silenzioso abbia un segreto. La gente del sud, infuocata e passionale, è sedotta dai suoi silenzi. Dalle sue pause. Che ti lasciano solo con te stesso, a riflettere sulla vanità della domanda che gli hai posto. A riflettere, mi piace estremizzare, sulla labilità della comunicazione stessa. Zeman crea il gelo puro. E sei indotto a pensare che abbia carpito qualcosa di profondo sul senso della vita. Ma che lo tenga per sé. Senza farsene vanto. Magari lasciandolo trapelare di tanto in tanto in uno sguardo beffardo. In un sorriso muto.

Per la prima volta Zeman sembra andare oltre la sua impenetrabilità, risultando addirittura popolare. Come sei riuscito a farlo apparire con un diverso approccio?

Ho ottenuto il privilegio di intervistarlo perché ho conquistato al fiducia di Franco Altamura, uno dei suoi migliori amici. Accompagnatore storico del Foggia calcio, è sempre stato l’ombra protettiva del boemo. Mi ha conosciuto e ha capito che non volevo usare Zeman come spesso fa la stampa italiana, sportiva e non, come una sorta di Savonarola da scagliare contro il doping.
Mi interessava parlare della pars construens di Zeman. Che coincide con gli anni foggiani. L’impresa pionieristica consumata in un sud rovente e marginale. Il gruppo di amici che parte dalla C e porta una squadra a destabilizzare il calcio italiano, a esaltare i maniaci del bel gioco, a immettere in serie a ottimi giocatori scovati nei recessi delle serie minori, a introdurre folgoranti innovazioni tattiche. A sfiorare la zona UEFA, persa all’ultima giornata per un’inguardabile topica del portiere di riserva. Credo che Zeman si sia fidato di me perché ha capito che non volevo sollevare polveroni e creare scoop sul doping. Zeman non è un esperto di doping. Ha solo notato che Vialli e Del Piero hanno subito mutazioni genetiche palesi a tutti.

Una delle trovate migliori del documentario è abbinare quasi sempre nello stesso campo scenico la ieraticità di Zeman e il fuoco di Casillo?

Dal punto di vista registico, per riuscire a fare parlare di sé Zeman, l’idea era proprio metterlo in coppia con il vulcanico Don Pasquale Casillo, presidente della storica Zemanlandia foggiana. Se Zeman ha la fissità gelida degli antieroi di Kaurismaki, Casillo sembra fuggito da un set di Martin Scorsese. I capelli foltissimi, nerolucidi con qualche riflesso grigio. La pelle scura, da vesuviano. Un sorriso largo, che ammalia e atterrisce. Un affabulatore incontenibile, con la voce roca e melodiosa. Ho scelto un salotto che mi ricordava il set dell’ultimo incontro tra Max e Noodles, in “C’era una volta in America”. Li ho fatti accomodare su di un enorme divano. Ho piazzato tre telecamere. Una per il totale, una che cogliesse il primo piano di Zeman, una sul primo piano di Casillo. Gli ho suggerito degli argomenti di cui parlare e li ho pregati di ignorarci. Dopo pochi secondi sembravano una rodata coppia comica. Zeman siede perfettamente composto, come un levriero. Casillo all’opposto, deborda ovunque sul divano, strattonando Zeman. Il boemo lo guarda sardonico, sollevando impercettibilmente il sopracciglio. Congela le emorragie verbali di Casillo con frasi lapidarie. Ripercorrono la storia del proprio turbolento idillio. Le visioni diverse degli stessi eventi lasciano emergere la antitetiche dimensioni esistenziali. Zeman adora osservare Casillo. E adora, con la stessa intensità, essere diverso da lui. Non lasciarsi fagocitare. Casillo è profondamente sedotto da Zeman. Dalla sua impudente onestà.

Il Foggia è una squadra che non è mai più esistita o un momento di passaggio verso un nuovo tipo di calcio?

Credo che non sia mai più esistita quella dimensione umana. Oggi, un ragazzo che ha nei piedi il talento di un Beppe Signori, ha cento volte la sua spocchia. È già ingestibile a vent’anni. Il Milan di sacchi è stato il doppio lussuoso del Foggia zemaniano. La sincronia perfetta di un gruppo di campioni sublimi. Un’alchimia irripetibile. Capello ha virato il Milan verso la gestione, il gioco speculativo. Salvo sporadiche eccezioni, le squadre odierne vincono per i guizzi delle loro individualità. Regalano sprazzi di gioco. Ma nessuna tenta di imporre il gioco dal primo all’ultimo minuto, come facevano il Foggia di Zeman e il Milan di sacchi.

Quanto hanno contato i collaboratori (che giocano a carte con uno Zeman sorridente) nel miracolo Foggia?

Il clima del gruppo era fondamentale. C’era un’aria che rimandava agli anni cinquanta. Sodali e scherzosi, amanti del lavoro. Facevano quadrato attorno al boemo, il pifferaio magico che guidava i cavalieri all’impresa. Le parole di Gigi Di Biagio, una sorta di Ninetto Davoli in scarpe bullonate, rendono bene quell’atmosfera.

Secondo te quali sono i pesi e le misure da tenere in considerazione per fare un film sul calcio? Quanto è cinematografico il calcio giocato e quello parlato?

Il calcio giocato, se è bello, è cinematografico in sé. I film che ripropongono simulazioni di azioni di gioco sono stucchevoli. Il mio è un documentario di parole e di volti. Zeman, Casillo e gli altri hanno volti, voci e tempi da cinema. Si trattava di fare emergere la loro fotogenia, il loro carisma, la loro forza narrativa. Mi sembra di esserci riuscito.

Come ti sei preparato per realizzare il documentario?

A sedici anni, mi inabissavo nel catino incandescente dello Zaccheria. Ho provato a restituire quella emozione che mi scuoteva da adolescente. E che mi porto dentro da allora.

Che tecniche ha usato per la realizzazione del documentario “Zemanlandia”?

Ho voluto raccontare una vicenda umana. Un’impresa che nasce da una forte sintonia. Volevo che queste dinamiche emergessero senza essere spiegate. Ho deciso di rinunciare all’intervista classica, frontale.
Una delle sequenze cardine del documentario vede Zeman e il clan storico del Foggia, immersi nel tressette. Volevo che raccontassero la loro vicenda in maniera fluida. Volevo che si dimenticassero della steadycam che gli girava intorno. Mi hanno preso alla lettera. Dopo mezz’ora erano totalmente immersi nella partita. Nessuno parlava del Foggia, pensavano solo a vincere e a scherzare tra di loro. Io ero preoccupato ed estasiato allo steso tempo. Erano quindici anni che non si ritrovavano a giocare insieme. Sembrava che si fossero lasciati il giorno prima. Poi gli aneddoti, pian piano, sono affiorati da soli. Per la prima volta, ho visto Zeman ridere di cuore, felice.

Chi sono gli altri protagonisti?

I protagonisti della partita di tressette sono Franco Altamura, storico dirigente del Foggia. Fine psicologo dal cuore grande, ha creduto in Zeman da subito. Ha sempre mediato tra la vulcanicità casilliana e la dura freddezza zemaniana, smussando gli spigoli con arguzia. Inoltre, ha creduto in questo documentario dal primo momento, rivelandosi risolutivo in molte occasioni. Una sorta di mister Wolf pugliese, a cui voglio molto bene.
Peppino Pavone, il direttore sportivo, è un autentico genio del calcio. Fondamentale nel fornire a Zeman tasselli preziosi per il suo gioco, scovati con cura certosina nelle serie minori. Irresistibile nel raccontare aneddoti da cui trapela l’atmosfera picaresca della Zemanlandia degli esordi.
Vincenzo Cangelosi, storico viceallenatore zemaniano, ha un viso antico, da scudiero medievale. Silenzioso come il suo Cavaliere. Lino Rabbaglietti e Dario Annecchino, rispettivamente massaggiatore e magazziniere, sono invece due veri goliardi, sempre protagonisti dell’atmosfera giocosa dei ritiri di Zemanlandia. Epoi ci sono i tifosi, su tutti Emilio Cavelli e Leone Rossetti, ovvero il tifo come malattia inguaribile che scolpisce i volti e li trasforma in maschere. Gli occhi di Zeman si illuminano di divertito stupore, quando pensa che, da più di quarant’anni, i due si contendono lo scettro di più grande tifoso della storia del Foggia.

Che ne pensi della letteratura sportiva in Italia oggi?

Mi è piaciuto il libro collettivo “Ogni maledetta domenica” della Minimum fax. Sui quotidiani piacciono Gianni Mura, ed Emanuela Audisio. Mi piacciono alcuni pezzi storici di Giancarlo Dotto e il suo libro sul Milan, la squadra perfetta. Mi piace lo stile di Malcom Pagani, su “Il fatto quotidiano”. Adoravo Luciano Bianciardi, Giancarlo Fusco, il Beppe Viola che intervista Rivera in autobus. Gianni Brera, “il Gadda spiegato al popolo” Gente che ha raccontata frammenti d’Italia attraverso lo sport. Quello che ho provato a fare io, con Zemanlandia.

IL TRAILER:

Francia "Zidane. Una vita segreta" di Besma Lahouri – 32 squadre-32 libri

Disastrata, rinnegata, umiliata, accusata… è la Franciaaaa, canterebbe a pieni polmoni Rino Gaetano, se fosse a 4 mesi dal Mondiale e avesse avuto lo stesso tempo per pensare al calcio come facciamo noi. La squadra è da 10 o da 2, a seconda se scatta l’effetto 2006 e c’è qualcuno che s’inventa di essere Zidane per un mese. In porta Domenech non vuole avere ragione: Frey è il meglio, Coupet da sicurezza, faccio giocare Lloris che nel Lione non fa nulla di particolare, ma al riccio piace. In difesa c’è tutto per andare in guerra: Gallas-Abidal centrali, al massimo Escude, ma Mexes può stare sotto il Cupolone. I terzini sono Sagna ed Evra, gli altri faranno panca. A centrocampo i due Diarra, Lassana più di corsa e Alou di pura interdizione. Gourcuff dovrebbe fare lo Zidane e Ribery ci mette il pepe necessario. Nasri, Toulalan e Flamini anche qui saranno comprimari. In attacco Henry e Anelka appoggiano , uno dei due o insieme, con un Diarra in panca, Gignac, l’uomo forte su cui Raymond ha deciso di puntare. Tra il libri per rappresentare la Francia scegliamo proprio la biografia di Zidane, che tante volte è stato citato nella prima parte.
Se “Zidane. Una vita segreta” di Besma Lahouri non avesse avuto premesse che tirano in ballo addirittura i poteri occulti, sarebbe un buon libro, parzialmente documentato sulla vita da calciatore di Zinedine Zidane (alcuni strafalcioni sono tremendi, tipo quello di pag. 212 che assegna a Zidane il goal dell’1-0 contro il River Plate per la vittoria dell’Intercontinentale juventina nel 1996) e con buoni momenti giornalistici in cui si racconta il dopo calcio di uno che non potrà mai più passare indifferente. Le bozze del libro rubate e cancellate dal computer dell’editore, le minacce alla Lahouri, i muri di omertà trovati in giro per il mondo creano aspettative di contenuto, di stile e intreccio troppo alti per poi cavarsela con un raccontino, magari ben fatto, ma con poca verve. Zidane è un ex campione che chiede molto e dà poco. Non c’è niente di strano, se gli viene concesso tutto quello che chiede. Zidane amministra i suoi affari ed è diventato ormai un’industria. Anche qui niente di strano se gli sponsor hanno bisogno della notiziabilità continua come il pane. Zidane è francese in Francia e arabo in Algeria. L’obiettivo primo del multiculturalismo è proprio questo: ricevere e dare cultura, comprendendone i significati e vivendoli fino in fondo. Ha una moglie che fa affari, una corte che chiede miracoli, strani ceffi che parlano per lui. Se perfino con i calciatori di Lega Pro bisogna stare alle lune dei “manager”, perché il più grande calciatore del mondo per 5 anni buoni non dovrebbe avere i vassalli. Insomma Zidane è un normale campione dell’era post-maradoniana: fulcro di interessi nuovi e globali, con al centro l’immagine per i diversi mercati internazionali. Questo vuol dire presenza, comportamento, performance, tutte componenti da mantenere ad alto livello per 15 anni. Per fare tutto c’è bisogno di un’organizzazione aziendale della propria persona, che va oltre il semplice allenarsi e vivere bene. Serve saper vendersi ai pochi e migliori offerenti. Gli scoop dell’eventuale relazione celata al mondo e della protervia di chi rappresenta Zidane sono sciocchezzuole rispetto ai denti aguzzi di chi Zidane lo vuole per le sue campagne umanitarie. A questo punto nasce il fatidico dubbio: vuoi vedere che la cara Besma conosce così bene i flussi commerciali e comunicativi dell’oggi, che ha deciso di cavalcarli mirando al mistero dell’intoccabile? Vuoi vedere che ha capito come vendere un pezzo di Zidane senza il suo consenso? Besma Lahouri non ha per niente considerato dove viviamo oggi o forse troppo bene?