Slovacchia -"Correre" di Jean Echenoz – 32 squadre-32 libri

La Slovacchia vuole fare l’imbucata di lusso e molti pensano che sarà la nostra terza rilassante partita mondiale, altri la squadra che ci butterà fuori. Aspettiamo. In porta gioca Jan Mucha, proprio in Polonia, all’ultima partita delle qualificazioni sotto una neve incessante, autore di una buona prestazione grazie al suo fisico da mulo. La difesa è aggressiva ed elastica. Gira intorno alla nervatura accesa di Skrtel, con Martin Petras (in 4 anni 4 squadre italiane di B), Peter Pekarík (dallo Zìlina, ai campioni di Bundesliga del Wolfsburg) e Marek Cech, core ‘ngrato dopo il passaggio dall’Inter Bratislava allo Sparta Praga (poi pagato 1,8 milioni di euro dal West Bromwich, dopo una parentesi degna di lode al Porto). Difesa grezza abbastanza per non impaurirsi di fronte a Cabanas e, purtroppo per noi, Toni. Il centrocampo è il fiore all’occhiello. L’incursore perfetto che tutti dovrebbero avere in squadra Marek Hamsik,il frangiflutti Zdeno Strba, che se la sfanga nello Skoda Xanthi in Grecia (società comprata nel 1991 dalla società Viamar S.A., l’importatore ufficiale dei veicoli Skoda in Grecia), l’ala destra all’Antonino Asta, Miroslav Stoch, che al Twente detta legge, e la mezzapunta difficile da controllare: Stanislav Sesták, da 3 anni al Bochum, segnando molto per gli standard dei bomber teutonici. A questi quattro presunti titolari, aggiungiamo Jan Durica, spesso titolare quando c’è da difendere, Miroslav Karhan, capitano di lungo corso che è passato per mezza Europa, e la nuova promessa benedetta: Vladimír Weiss, classe ’89 del Manchester City che Mancini terrà di sicuro in considerazione. L’attacco è il reparto più smorto, con la coppia formata da Robert Vittek, una vita al Norimberga insieme al connazionale Mintal, che forse Vladimír Weiss (non il ragazzo, l’allenatore, vecchia poiana dell’Inter Bratislava degli anni ’80) porterà con sé, e Filip Hološko, buon goleador con il Besiktas, che non fa così tanta paura. Se ci mettiamo che la riserva dei due è Martin Jakubko, ci sentiamo più sollevati.
Di Slovacchia pura nel libro “Correre” di Jean Echenoz forse non c’è niente. L’autore è francese, il personaggio della biografia è ceco (Koprivinice, luogo di nascita, è una città della Moravia-Slesia) e ha corso per il mondo. A salvarci la coerenza resta il fatto che dopo la spartizione nazista in Protettorato di Boemia e Moravia e Repubblica di Slovacchia, il PCUS ha deciso di dare vita alla Terza repubblica e di ricreare l’ormai vecchia Cecoslovacchia (scriverla tutta attaccata fa ancora un certo effetto, almeno al mio medio sinistro).
Echenoz scrive di Zatopek, per il quale correre vuol dire non fare niente di male a nessuno, per cui è giusto farlo, almeno per non annoiarsi troppo. La decisione di Zatopek di iniziare a correre avviene proprio per questo inutile e quanto mai sensato motivo: fare qualcosa di buono non è poi così male. E Zatopek corre, corre fino a sfinirsi e appena sente che il fisico inizia a cedere insiste, così le gare saranno molto meno terribili dei pomeriggi freddi di Koprivinicee Zlìn. La biografia corre veloce appresso alle faccende di Emil e si sofferma con maggiore attenzione solo quando ai Campionati Interalleati di Berlino del 1946 uno Zatopek sfibrato da un viaggio in treno e messo male in arnese per le poche risorse dello sport cecoslovacco, si presenta, viene deriso, sopportato e poi osannato dai soldati di mezzo mondo che in quel posto avevano deciso di stanziarsi a vita. Si arriva poi alle Olimpiadi di Londra, dove vince oro e argento, e a quelle di Helsinki dove l’apoteosi si compie: 3 ori olimpici dai 5000 alla Maratona. Mai nessuno più come lui e se mai ci sarà, passerà per dopato, pazzo, mito, e non potrà più uscire di casa per la furia dei giornalisti occupati ad occupare il suolo davanti casa. Anche Emil è stato incastrato dal regime, che vuole dapprima usarlo il più possibile come portabandiera, poi si rende conto che una fuga per la libertà del suo figlio più grande sarebbe uno smacco tremendo e decide di trattenerlo e controllarlo a dovere. Solo dopo la morte del tiranno di guerra Klement Gottwald, qualche spiraglio iniziò ad intravedersi. Zatopek poteva fare i meeting e i cross country, ma iniziò anche a perdere qualche colpo. La fine di tutto (o l’inizio di una vita più che normale) si ebbe dopo il Manifesto delle 2000 parole, firmato dal nostro che voleva semplicemente invecchiare senza gente sotto la sua finestra. La primavera di Praga tramonta, al potere va la vecchia zia Gustáv Husák, e Zatopek va prima a spalare , poi a non far nulla (dovrebbe fare lo spazzino ma i colleghi esigono che non lavori) e dopo molto tempo diventa archivista del Ministero dello sport.
Rileggendo quello che ho scritto fin adesso mi sono accorto di non aver parlato affatto del libro, ma solo della vita del grande campione cecoslovacco. Beh, questo credo che sia un pregio. Raccontare delle vicende senza girarci troppo attorno.

66THAND2ND nuova voce per la letteratura sportiva

Pescando in giro news sulla letteratura e la cultura sportiva, mi sono imbattutto in un articolo di Affaritaliani.it che parla della nascita di una nuova casa editrice: 66THAND2ND, incrocio tra la Sessatanteseiiesima Strada e la Seconda Avenue a New York, perché la casa editrice vuole essere “un luogo di passaggio, ma anche un indirizzo dove saranno accolti tutti coloro che vorranno abitare questo nuovo progetto editoriale”.
A colpirci favorevolmente è la collana “Attese”, che “accoglie romanzi che hanno lo sport come detonatore della storia, lo sport nella sua dimensione più ideale”. Il primo libro di questa collana sarà “Litania di un arbitro” che racconta la filosofia di Uwe Fertig, un importante arbitro di calcio che, dopo la sentenza del processo in cui è coinvolto, si lancia in un passionale e focoso monologo d’invettiva contro il mondo degli arbitri, della medicina, dei tifosi, con incursioni nei suoi ricordi di un’infanzia trascorsa a Berlino Est. E se la prende anche con il pelato arbitro italiano che è famoso perché somiglia al tizio dell’Urlo di Munch.
La letteratura sportiva ha una nuova voce. La marea monta.

Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino. Il miglior romanzo calcistico della letteratura sportiva italiana?

Finalmente l’ho fatto! Era ora, lo so, me lo diceva perfino mia madre che era colpa mia, solo colpa mia. E io là a dare la colpa alla miopia editoriale, al tempo, perfino al vecchio stile italiano che ormai sta tramontando. Finalmente ci sono riuscito, ho letto “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino. Ringrazio pubblicamente la Graphot che ha ripubblicato dopo anni il romanzo di Arpino sotto la sigla Spoon River nella collana Storia & storie. Tutti quelli che aprono il libro di Arpino, lo fanno con una precondizione chiara: sto per leggere il miglior romanzo della letteratura sportiva italiana? Anch’io l’ho fatto e qui vi espongo i punti del perché sì, perché no.

Il titolo è da applausi, sintetica armonia di sensazioni. Eccezionale.

Il testo è arpiniano nel profondo, ragnatela di sviluppi verbali che corrono e percorrono sentieri che si aprono al lettore.

Il ritmo è talmente musicale che si può essere trascinati dal sound scordando che ci sono i sensi.
I personaggi principali del romanzo vivono nel batti e ribatti di dialoghi irreali e di morbida fantasia lessicale. Ma pur dicendo parole impossibili, i vari Giacinto, Bibì, Vecio si mostrano in profondità, tirando fuori un animo che è confermato dalla storia e dalle altrui testimonianze. Saper scrivere degli uomini in quel modo è unico e per fortuna su carta.

Paesaggi e persone palpitano di concreto, oggi pochi scrivono dell’acqua senza parlare di molecole. Per loro è tutto lì lo spirito positivista, mentre Arpino ce ne dice quattro scrivendo di realtà con l’immaginazione.

Non capisco perché tutto è centrato sui 4 amici al bar. Guardare anche agli altri, scoprendoli, avrebbe dato di più al testo e alla storia. Golden, Bomber, Spina, lo Zio restano macchie di sfondo, burattini di una storia di uomini, figure che non ci rispondono a nessuna nostra domanda sul perché è successo.

L’autore extradiegetico affoga le emozioni dell’autore intradiegetico e Arp diventa un grillo parlante ex post che spesso non scopre le carte, ma fa il fenomeno a botta fredda.

Un non so sono le prospettive della storia. L’autore che sa già tutto, conosce anche le rotte successive di ognuno.

A questo punto la domanda è: scrivere solo di quel presente passato oppure di un presente già futuro? Se l’autore vive avanti, credo che sarebbe stato giusto pensare ai diversi uomini in ballo in prospettiva, magari scavando un po’ in più nelle psicologie del dopo.

Risultato finale: un romanzo da leggere anche senza conoscere i fatti. Lo stile merita applausi e il ritmo regge qualsiasi confronto. Un grande romanzo ma non è l’apoteosi non superabile. Ne aspettiamo altri, tanti altri.