66THAND2ND nuova voce per la letteratura sportiva

Pescando in giro news sulla letteratura e la cultura sportiva, mi sono imbattutto in un articolo di Affaritaliani.it che parla della nascita di una nuova casa editrice: 66THAND2ND, incrocio tra la Sessatanteseiiesima Strada e la Seconda Avenue a New York, perché la casa editrice vuole essere “un luogo di passaggio, ma anche un indirizzo dove saranno accolti tutti coloro che vorranno abitare questo nuovo progetto editoriale”.
A colpirci favorevolmente è la collana “Attese”, che “accoglie romanzi che hanno lo sport come detonatore della storia, lo sport nella sua dimensione più ideale”. Il primo libro di questa collana sarà “Litania di un arbitro” che racconta la filosofia di Uwe Fertig, un importante arbitro di calcio che, dopo la sentenza del processo in cui è coinvolto, si lancia in un passionale e focoso monologo d’invettiva contro il mondo degli arbitri, della medicina, dei tifosi, con incursioni nei suoi ricordi di un’infanzia trascorsa a Berlino Est. E se la prende anche con il pelato arbitro italiano che è famoso perché somiglia al tizio dell’Urlo di Munch.
La letteratura sportiva ha una nuova voce. La marea monta.

Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino. Il miglior romanzo calcistico della letteratura sportiva italiana?

Finalmente l’ho fatto! Era ora, lo so, me lo diceva perfino mia madre che era colpa mia, solo colpa mia. E io là a dare la colpa alla miopia editoriale, al tempo, perfino al vecchio stile italiano che ormai sta tramontando. Finalmente ci sono riuscito, ho letto “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino. Ringrazio pubblicamente la Graphot che ha ripubblicato dopo anni il romanzo di Arpino sotto la sigla Spoon River nella collana Storia & storie. Tutti quelli che aprono il libro di Arpino, lo fanno con una precondizione chiara: sto per leggere il miglior romanzo della letteratura sportiva italiana? Anch’io l’ho fatto e qui vi espongo i punti del perché sì, perché no.

Il titolo è da applausi, sintetica armonia di sensazioni. Eccezionale.

Il testo è arpiniano nel profondo, ragnatela di sviluppi verbali che corrono e percorrono sentieri che si aprono al lettore.

Il ritmo è talmente musicale che si può essere trascinati dal sound scordando che ci sono i sensi.
I personaggi principali del romanzo vivono nel batti e ribatti di dialoghi irreali e di morbida fantasia lessicale. Ma pur dicendo parole impossibili, i vari Giacinto, Bibì, Vecio si mostrano in profondità, tirando fuori un animo che è confermato dalla storia e dalle altrui testimonianze. Saper scrivere degli uomini in quel modo è unico e per fortuna su carta.

Paesaggi e persone palpitano di concreto, oggi pochi scrivono dell’acqua senza parlare di molecole. Per loro è tutto lì lo spirito positivista, mentre Arpino ce ne dice quattro scrivendo di realtà con l’immaginazione.

Non capisco perché tutto è centrato sui 4 amici al bar. Guardare anche agli altri, scoprendoli, avrebbe dato di più al testo e alla storia. Golden, Bomber, Spina, lo Zio restano macchie di sfondo, burattini di una storia di uomini, figure che non ci rispondono a nessuna nostra domanda sul perché è successo.

L’autore extradiegetico affoga le emozioni dell’autore intradiegetico e Arp diventa un grillo parlante ex post che spesso non scopre le carte, ma fa il fenomeno a botta fredda.

Un non so sono le prospettive della storia. L’autore che sa già tutto, conosce anche le rotte successive di ognuno.

A questo punto la domanda è: scrivere solo di quel presente passato oppure di un presente già futuro? Se l’autore vive avanti, credo che sarebbe stato giusto pensare ai diversi uomini in ballo in prospettiva, magari scavando un po’ in più nelle psicologie del dopo.

Risultato finale: un romanzo da leggere anche senza conoscere i fatti. Lo stile merita applausi e il ritmo regge qualsiasi confronto. Un grande romanzo ma non è l’apoteosi non superabile. Ne aspettiamo altri, tanti altri.

"Ancora una volta soffro per il Torino". Intervista a Gianpaolo Ormezzano

Il suo ultimo libro, “Coppi & Bartali (San Paolo Edizioni)” parla delle due figure che nello sport hanno simboleggiato meglio il nostro Paese nel dopoguerra. Oggi chi può essere il simbolo dello sport italiano contemporaneo?

Sicuramente una donna, A piacere fra Idem, Pellegrini, Vezzali. Conosco la Idem e personalmente non ho dubbi: però è di nascita tedesca.

Lei ha spesso riflettuto sul linguaggio giornalistico e “da bar sport” usato per parlare di sport e di calcio in particolare. Che tipo di linguaggio usiamo oggi?

Lo stesso che usiamo per scrivere di tutto il resto: parole troppo libere, frasi spesso criptiche, poca competenza, tanta sentenza, molto interesse, niente amore.

Le tv analizzano lo sport fin nei minimi dettagli. Cosa serve per farsi leggere scrivendo di sport?

Non lo so. Certo che è dura. Se si è Hemingway, va bene anche la cronaca stretta, perché è speciale. Ma il fatto è che ormai nessuno riesce a farsi leggere: d’altronde bastano i titoli, al massimo i sommari. Esistono giornalisti sportivi italiani dei quali si possa indovinare il nome leggendo le prime righe di un suo articolo? Io dico Giani Mura, Emanuela Audisio e mi fermo lì.

Che fase del rapporto “amoroso” sta passando in questo momento con la sua squadra?

La solita fase tremenda, dolente, da tifosi del Toro. Situazione comunque che auguro a tutti perché è molto più produttiva dell’imbecillità di sentirsi qualcuno perché la tua squadra è forte e ricca, anzi è ricca e forte.

I club italiani raccattano un po’ di giovani in giro per il mondo e vecchi giocatori ormai bolliti. È l’inizio della fine o possiamo ripartire dai calciatori italiani?

Dobbiamo ripartire dai calciatori italiani. Ma chi comincia? Francamente, vedo solo un calcio che si avvita sempre più sui suoi difetti, tanto sa di essere immortale, oltre che sapere di possedere la forza di sapersi immorale.

Se il 12 luglio 2010 (magari… vorrebbe dire altra finale mondiale) Marcello Lippi lascia la panchina della Nazionale, chi sarà per lei il nuovo Commissario tecnico?

Non me ne frega niente, anche perché non sono un esperto. E me ne vanto.

Un salto nel futuro. Come immagina il calcio tra 40 anni?

Come oggi, però “migliorato” nell’essere sempre più immorale e intoccabile.

Cosa pensa di questo ciclismo in-credibile?

Che ha il doping perché ha l’antidoping. Gli sport che non hanno il doping sono quelli che non hanno un vero antidoping. Come il calcio. Fra poco il ciclismo sarà l’unica disciplina pulita in mezzo allo sterco del resto dello sport, tutto ipocrita (possibile eccezione l’atletica leggera, che sta facendo un antidoping quasi serio). Fra pochissimo il doping del sangue e quello degli ormoni saranno ridicolizzati dal doping delle cellule staminali, da quello dei trapianti e da quello della genetica. Il doping di oggi apparirà come una cosina gentile, quasi innocua.

Tra instant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?

È migliorata in quantità, sta migliorando in qualità. Considerando che noi italiani non abbiamo vera coscienza sportiva, è già miracolosa.

Lei è una delle migliori penne del nostro giornalismo. Quali sono stati suoi riferimenti giornalistici e letterari?

Le migliori penne sono, dicono, le Mont Blanc. Io sono soltanto uno che ama lo sport, gli è riconoscente di tante cose e conosce la lingua italiana per dire di ciò in maniera comprensibile. Ho letto e leggo tantissimo, giornali e libri. Ma non sono assolutamente uno scrittore vero. Sono uno che scrive.

Tre nomi: il miglior calciatore, il miglior ciclista e il migliore atleta a 360° di sempre?

Per l’Italia è troppo facile: Valentino Mazzola, Fausto Coppi e Livio Berruti. Nel mondo non saprei, magari ci sono favolosi campioni di cricket.