Letteratura sportiva al Festivaletteratura di Mantova

Festivaletteratura di Mantova è per fortuna un’oasi dove tutti possono immergersi in periodi di stanca culturale (e in Italia questo periodo sembra durare da un po’, se si fa eccezione per qualche film ben fatto). Quest’anno il Festivaletteratura di Mantova propone due appuntamenti che riguardano la letteratura sportiva. “In bici sulla luna”, uno stravagante viaggio tra libri e pedali in compagnia di Andrea Valente, che da Pecora Nera si chiede “Hai voluto la bicicletta?, si è svolto ieri. L’11 settembre sarà poi la volta di “La mitica estate del Mundial”, presentazione del libro di Luigi Garlando “L’amore ai tempi di Pablito” (che devo assolutamente leggere), a cui parteciperanno Roberto Beccantini, inviato a quel Mondiale che ha cambiato il calcio italiano, e Dino Zoff. Beati voi che siete a due passi. Io mi sparerei un sacco di cose. Dove trovare un po’ di cose su questi incontri? Chi sa, spifferi.

Il Romanzo sportivo non esiste. Viva il romanzo sportivo. Intervista a Marco Ballestracci sull’"Ombra del Cannibale"

Dopo il grande successo di “A pedate” (Vincitore della 46° edizione del Premio Selezione Bancarella Sport) sei a tutti gli effetti un grande autore della letteratura sportiva contemporanea. Che ne pensi?

Non credo che “A Pedate” sia un grande successo, nel senso che la gente si accalchi per acquistarlo. Finora ha venduto 1000 copie e si comincia a ragionare sul discreto successo attorno alle 3000. Pertanto non posso concordare sul fatto che sia un grande successo, a meno che tu ti non ti riferisca al fatto che ha vinto la Selezione al Bancarella Sport di quest’anno. Se ti riferisci a questo è in effetti un gran risultato finire nella sestina dei vincitori del Selezione, però neppure questo mi autorizza a pensare di essere un grande autore della letteratura sportiva contemporanea. Sinceramente non penso nemmeno che ci sia una letteratura sportiva contemporanea. “Futbol” di Osvaldo Soriano è un gran libro a tutto tondo, senza porre alcuna limitazione di genere. Con “A Pedate”, come del resto “L’ombra del Cannibale” ho sperato che ai lettori piacesse indipendentemente dal fatto che fossero interessati allo sport. Sinceramente volevo in entrambi i casi scrivere libri che potessero essere definiti, in qualche modo, epici e lo sport rappresenta la migliore ispirazione per farlo.

Qual è l’ingrediente del successo di “A pedate”?

Credo che siano le storie raccontate. Sono storie dimenticate. Addirittura Italia – Germania dell’Azteca sta scivolando pian pianino nel dimenticatoio. Sono storie riportate alla vita. Trattate non come soggetti giornalistici, ma come vere e proprie storie da narrare. Ancora una volta Osvaldo Soriano è un grande maestro. L’epopea di Obdulio Varela nel primo racconto di “Futbol” è un esempio magistrale in questo senso. Narrare è fondamentale. Credo che la gente sia ancora disponibile a farsi affascinare da un raccontatore di storie. E un raccontatore deve scavare, senza essere particolarmente invadente. Fischiettando. Scavare laddove i giornalisti, per esempio, non scavano affatto. Non è il loro lavoro. A ognuno il suo. Come in ogni disciplina, d’altro canto. La cronaca nera riporta di un delitto, James Ellroy di quel delitto scrive un libro.

Da poco è uscito il tuo nuovo libro, L’ombra del cannibale (Instar Libri, 137 pag.), nel quale abbandoni il calcio e parli di ciclismo. È stata una tua scelta ponderata raccontare un altro sport o ti ha guidato semplicemente la passione?

I miei libri sono fortemente debitori alla mia infanzia. “A Pedate” è un ri-racconto di ciò che leggevo adolescente nelle pagine storiche del “Guerin Sportivo”. In quelle pagine lessi per la prima volta di Ernest Willimowsky, il centravanti fantasma della Polonia che segnò quattro gol negli ottavi di finale del mondiale 1938 al favoritissimo Brasile, per poi scomparire nel nulla calcistico quando i tedeschi invasero quel paese. Nel “Guerin Sportivo” vidi la foto in bianco e nero di Ceresoli che para il rigore di Brook in Inghilterra-Italia a Highbury nel 1934. Anche Merckx ha accompagnato la mia infanzia. Molte delle cose che racconto nell’“Ombra del Cannibale” le ho viste alla televisione da bambino. Televisione in bianco e nero, io e mio padre seduti sul divano rosso del tinello. Ricordi indimenticabili. Il Mondiale vinto da Monserè a Leicester nel 1970, con mio padre che sbraitava perché quel maledetto belga non tirava un metro, e il Mondiale perso da Bitossi a Gap nel 1972 che mi brucia ancora come trentasette anni fa. Quasi quasi mi rimetterei a piangere come feci quel 6 agosto del 1972.

Che atleta è stato Merckx per i suoi contemporanei e che atleta è oggi?

Per conoscere il valore di Merckx basta guardare il suo palmares. È stato il più grande ciclista della storia. In un’epoca in cui i corridori partecipavano a tutte le gare. Dalla Milano Sanremo al Giro di Lombardia. Non c’è alcun paragone col ciclismo di oggi. Armstrong e Contador si preparano per il Tour, perché il Tour è ciò che conta, il resto non vale la fatica. È il solito tran-tran. Forse solo la Roubaix conserva il fascino del ciclismo di una volta. Probabilmente perché i tratti di pavè, che sono abbastanza anacronistici, mantengono il legame con un passato lontano. Con un ciclismo fatto di uomini-bicicletta, una specie di centauri.

Per la sua insaziabile voglia di vincere rientra per te tra i primi cinque eroi sportivi di sempre?

È sicuramente un eroe. Ma non c’è una graduatoria. Dove metteresti il centravanti della Cecoslovacchia Nejedly che nel primo quarto di finale col Brasile del 1938 gioca tutto il secondo tempo col piede rotto e segna anche il rigore che consente ai cechi di pareggiare? Quella partita sarebbe stata perfetta per dedicargli un capitolo di “A Pedate”, ma dovevano essere undici capitoli e qualcosa doveva star fuori. Ci sono migliaia episodi d’eroismo nello sport. Antuofermo, con viso ridotto a una maschera di sangue, che pareggia contro Hagler nel mondiale dei medi, dove lo mettiamo? E Jarno Saarinen e Renzo Pasolini che muoiono insieme? Lauda che riprende a correre il mondiale d’automobilismo tutto bruciacchiato? E l’Obdulio Varela dell’Uruguay del 1950? Forse riesco a infilarti cento eroi se mi chiedi di cento eroi, ma cinque è troppo poco.

Quale altro sportivo è al suo livello?

Direi che uno sportivo al suo livello lo potremmo trovare in uno sport in cui l’imbattibilità è un valore assoluto. Nessuno sport meglio del pugilato può avvicinarsi a questo. Direi che il pugilato è il terzo sport principe in un’ipotetica trilogia, ma la noble art è un campo molto problematico nel quale avventurarsi. Necessita di doti di forza inusuali anche nella scrittura.ù

In cosa consiste l’ombra di Merckx che citi nel titolo?

Il titolo significa che per tutto il corso del libro Merckx è presente o direttamente, come attore principale, oppure, quando sembra sia discosto e non sia l’attore principale, ne è presente la sua ombra. E la sua ombra è talmente imponente che i fatti che vengono riportati sono influenzati dal fatto che lui è lì, anche se momentaneamente distaccato. L’ombra del Cannibale è fondamentale in episodi in cui sembra che lui non c’entri. La vittoria di Monserè o la sconfitta di Bitossi ad esempio. Le vittorie o le vicissitudini patite sono comunque dipese dal fatto che Merckx esisteva e la sua presenza influenzava la corsa anche se lui non era presente nel momento topico. Tutti temevano che la sua sagoma apparisse anche quando era ormai fuori corsa.

Perché Merckx ha meritato un romanzo ciclistico?

Ora non ce lo ricordiamo più, ma per quelli della mia generazione era il prototipo dell’invincibile. Era un golem. Una presenza costante nella vita di tutti i giorni. La televisione non era continuamente presente. I programmi cominciavano a certe ore e nel tempo restante dominava lo schermo un monoscopio. Quando partivano le trasmissioni di pomeriggio c’era Merckx che vinceva.

Ma come lo definiresti un romanzo sportivo?

Per me non esiste il romanzo sportivo. Esiste il romanzo. Lo sport può essere un ingrediente di un romanzo. Credo che si voglia a tutti i costi definire un genere “romanzo sportivo” perché, in qualche modo, si vuole diminuire la portata dello sport. Alla fine lo sport è un passatempo. Molti credono che la vita sia l’oggetto principe dei romanzi. Di quello bisogna scrivere. Delle angustie della vita e con linguaggio non agevole. Io sono un appassionato di Guareschi, del suo modo di scrivere semplice e profondo. Credo pertanto che lo sport, con la sua semplicità, sia un argomento fondamentale su cui scrivere. Lo sport ha salvato vite, ha dato un’impronta alle esistenze delle persone. Ciò nonostante si diversifica tra romanzo e romanzo sportivo. Credo che “Il Libro della Gloria”, sulla prima tournèe degli All-Blacks in Europa nel 1905, sia un ottimo esempio di letteratura, e non di letteratura limitatamente sportiva, così come “Febbre a 90” di Nick Hornby sia un esempio di come lo sport accompagni la vita. Credo che questa incapacità di capire che lo sport come anche la musica possano essere ingredienti importanti per una letteratura, sia fortemente penalizzante per la letteratura ma soprattutto per dare la giusta importanza allo sport.

Sempre più si sta affermando questo genere di mezzo tra la biografia, il racconto romanzato e la cronaca sportiva. È una frontiera che ci può dare ancora ottimi libri, oppure sta iniziando ad essere percorsa da troppi autori?

La biografia e la cronaca mi interessano fin là. Mi servono per raccogliere materiale per scrivere quelli che tu chiami “racconti romanzati”. La cronaca va lasciata ai giornalisti e la biografia ai biografi. Entrambi i settori hanno bisogno di certezze. C’è sempre una tesi da dimostrare. Odiano le zone grigie. La letteratura va a nozze nelle zone grigie. C’è bisogno di immedesimarsi nei tempi per colmare le zone grigie. Se vuoi scrivere un romanzo sul Grande Torino e sei interessato a immaginarti i dialoghi prima dello schianto, oppure i dialoghi tra i calciatori prima della partita decisiva contro l’Inter, devi conoscere più o meno i caratteri degli uomini. Non saprai mai cosa si sono detti realmente, ma avrebbero potuto dire questo. Nell’Ombra del Cannibale i fatti sono veri, ma sul come ragionasse Merckx è frutto dell’idea che mi sono fatto nel corso del tempo di quell’uomo. “L’Ombra del Cannibale” è pervasa di un’idea di Merckx. Forse il Cannibale è già oltre il racconto romanzato, mentre credo che “A Pedate” sia proprio una serie di racconti romanzati. Per quanto riguarda i troppi autori, credo che il troppo non stroppi se i libri sono belli. Ho letto “Granata da Legare” di Gramellini e mi è piaciuto tantissimo, non altrettanto posso dire del libro, per esempio, di Darwin Pastorin sui portieri. I portieri sono gli autentici eroi degli eroi del calcio e vedere, per esempio, un mio idolo, William Vecchi, completamente avulso da quella che è stata probabilmente la più famosa tra le sue molte buonissime prestazioni, la notte di Salonicco, mi ha profondamente deluso. Milan –Leeds si prestava come non mai a essere romanzata, a elevare i protagonisti, vincitori o sconfitti, al rango di eroi greci. Con Chiarugi, una gigantesca ala sinistra, abbassato al rango di “giocatore leggero pronto a volare in area appena un difensore lo toccava”. Mi ha profondamente deluso. Quel libro è sotto la cronaca, a mio avviso, ma Einaudi l’ha pubblicato e nelle librerie trova abbondante spazio. Se, viceversa, questo è il tipo di scrittura che si vuole perseguire, allora sì gli autori sono decisamente troppi.

Il ciclismo oggi può dare ancora emozioni in strada e in tv oppure è destinato ad essere lo sport dell’in-credibile?

Purtroppo non credo possa più dare delle emozioni. È troppo contraddittorio. Il doping ha minato tutto il fascino di questo sport. La figura di Pantani è stata deleteria per il ciclismo. Ha dato così tante speranze agli amanti della bicicletta per poi, dopo Madonna di Campiglio, gettare tutti nello sconforto. Nella disperazione, nel senso di assenza di speranza. Indipendentemente dalla mia opinione è quello che io oggi sento nella gente che, nei luoghi d’incontro, parla di ciclismo. Una completa inattendibilità dei risultati sportivi conseguiti sulla strada. Non ci crede più nessuno. L’unico mio grande cruccio è che questa questione del doping, la gente del ciclismo la giustifica con “beh! Succede anche negli altri sport…”, oppure “succedeva anche negli anni di Coppi e Bartali…”, il che getta inopinatamente fango sugli altri sport, ma soprattutto annulla e avvilisce il valore delle grande imprese che fanno fatto sognare generazioni di persone. L’epopea di Bartali nella Nice-Briancon del 15 luglio del 1948 è annullata da un piccolo, spero, branco di idioti che giochicchia con l’eritroproietina di decima generazione. Le gesta di Coppi del 1949 e del 1952 e del mio stesso Cannibale, e con lui Luis Ocana, Felice Gimondi e chi volete voi sono messe a repentaglio da chi non sa come giustificarsi sulla questione che il ciclismo di oggi sia del tutto inattendibile. A me non importa del fatto che i ciclisti si droghino e tanto più, vista l’impossibilità di sanare questa piaga, riesco a capire l’opinione di coloro che affermano “drogatevi pure, ma fateci sognare”. Ciò che non sopporto è che si getti fango sulle storie eroiche dei ciclisti del passato. Togliere il godimento a quelli che, seduti su un paracarro, aspettavano Bartali.

Per i prossimi libri quali altri sportivi ti piacerebbe scoprire?

Non so se continuerò a scrivere di sport dopo Il Cannibale. Non mi va di permanere su un tema. Come ti dicevo sia il calcio di “A Pedate” che “L’Ombra del Cannibale” sono soprattutto omaggi alla mia infanzia, più che libri sullo sport. Comunque già rispondendo alle tue domande mi verrebbe voglia di ricimentarmi su un campo ispirato allo sport. Per esempio, per non farmi accusare da te di essere un impenitente passatista, potrebbe essere interessante parlare in qualche modo di Roberto Baggio. Il Roberto Baggio del 1994. Trascinò pressoché da solo l’Italia alla finale del mondiale e poi sbagliò il rigore, non decisivo, perché altri avevano già compromesso la finale italiana, ma definitivo di quell’esperienza. Ci sarebbe molto da lavorare su questo tema così vicino. Perché sembra solamente la vicenda di un uomo che sbaglia un rigore, ma se riesci a metterla giù bene potrebbe essere un’epopea come quella di Napoleone. Temuto da tutti e finito a Sant’Elena, ben sorvegliato, perché gli inglesi temono anche solo la sua ombra. Una roba tipo “L’Ombra del Cannibale”.

90 anni di "El Grafico": la letteratura sportiva che sogniamo

Noi amanti della letteratura sportiva (che magari siamo pochi, ma ci vogliamo bene…oddio ci stimiamo) festeggiamo i 90 anni di “El Grafico”, una rivista che è leggenda e traccia da seguire. Per farlo, riprendo l’articolo di Jorge Barraza, trovato su Eurochampionsleague.net

Avevamo sfogliato il libro celebrativo degli 80 anni de El Gráfico. Era il 1999. Di certo, oggi pensiamo sia difficile migliorare un prodotto così bello.
Una simbiosi di piacere, di qualità letteraria, di meravigliosa precisione storica e fotografica. Un gioiello giornalistico che ripassava le prime otto decadi dello sport attraverso un periodico argentino che aveva raggiunto una dimensione universale. Ogni tanto ci ripensiamo.
Ci sembra ancora di vedere la foto di quel lettore boliviano, coi gomiti poggiati su due colonne di volumi del Gráfico. E che nella sua lettera diceva con orgoglio: “Possiedo la collezione completa”. O, nei giovedì pomeriggio alla libreria Córdova 9 Ottobre a Guayaquil, l’attesa di lettori ansiosi che guardano i loro orologi e pensano: “La rivista avrebbe dovuto essere già arrivata”.

Ramón Martínez, oggi assistante del Direttore sportivo del Real Madrid, ricorda: “Nel 1982 ero a Valladolid: avevamo acquistato l’uruguaiano Falena Da Silva grazie a El Gráfico. Avevamo ricevuto la rivista e c’era una nota che segnalava Da Silva come uno che vrebbe sfondato. La parola del Gráfico era sacra: l’abbiamo preso e dopo un anno era il capocannoniere, il Pichichi, della Liga spagnola”.

Per il 70° anniversario hanno ricevuto un telegramma stringato dal celebrato settimanale statunitense Sport Illustrated. Due righe: “Noi abbiamo la fortuna di avere la rivista più venduta al mondo, voi la più prestigiosa. Congratulazioni”.

Le storie, gli aneddoti, i ricordi sono uno più bello degli altri. Il 30 maggio El Gráfico ha celebrato il 90° anno di attività come un’istituzione del giornalismo sudamericano. E’ l’unica testata su carta stampata che non ha lettori: ha tifosi.
Questa bellissima tradizione è nata a Buenos Aires grazie a un giornalista e scrittore uruguaiano: Constancio C. Vigil, autore di fiabe per bambini (La formica errante). Vigil aveva regalato una massima ai suoi collaboratori: “Se un articolo non provoca un sorriso, non fa scendere una lacrima o non fa discutere, quell’articolo non serve a nulla”.

La redaizone si era sistemata in un elegante palazzo che aveva ospitato il Consolato tedesco a Buenos Aires. Da lì emanava un’ineguagliata radiosità. Dopo tanti anni, nel 1998 col cambio della proprietà, il trasferimento degli uffici da un’altra parte.
Dopo alcuni mesi eravamo ritornati, per pura curiosità, nell’amata redazione dove “El Gráfico” era stato scritto per decadi, un tempio del giornalismo nel quale decine di grandi giornalisti insegnavano classe, veri maestri dell’arte della comunicazione.

L’illuminazione era scarsa, le scrivanie vuote, la polvere ovunque, nemmeno un pezzo di carta in giro, né una macchina da scrivere o un computer, niente di quel delizioso ticchettio dei tasti, nessuno più che passa nei corridoi, i telefoni silenziosi… una sensazione di tristezza infinita, che sconfina nel dolore. Lì c’erano i folletti dell’eccellente Borocotó, di Félix Daniel Frascara (sua la frase “I giudici sono lì per sbagliare”), di Dante Panzeri, del monumentale Osvaldo Ardizzone, di Juvenal, di El Veco, di Cherquis Bialo, del nero Thiery; del magro Rafael che, quando il San Lorenzo retrocesse, parafrasando il tango “Sur”, titolò il suo pezzo “E il tuo nome si scioglie in addio…!”. Di tutti gli altri giornalisti che con una Remington nera o, successivamente, con le Olivetti verdi, ci avevano fatto ridere, piangere, commuovere milioni di persone nell’intero continente. Giornalisti che nel commentare calcio, boxe, ciclismo o canottaggio avevano creato uno stile particolare e indimenticabile di informare, di discutere, di orientare e di intrattenere.
“El Gráfico” è una parte importante della vita degli argentini. E di molti fratelli d’America che attraverso quelle pagine hanno “giocato” al Roland Garrós, “corso” il Gran Premio di Monza, “combattuto” affianco a Clay e Frazier al Madison Square Garden o sono entrati in campo presi per mano con Pele, Maradona, Di Stefano, Cruyff, Eusebio o Beckenbauer. Non c’è mai stata una stella che non sia comparsa sul “Grafico” né un torneo che non abbia concesso gli accrediti ai suoi giornalisti.

Le foto del “Grafico”! I gioielli ineguagliati del suo archivio! La “copertina” de “El Grafico”, era una celebrità tutta giornalistica. Apparire era un certificato di consacrazione per tutti gli sportivi. Nel 1940 vendeva 250.000 copie a settimana. Nelle campagne e nelle città, i ragazzi e gli adulti facevano sforzi per poterlo comprare. Era la “Bibbia dello sport”. Nel 1986, dopo il Mondiale di calcio vinto dall’Argentina, vendette 795.000 copie con l’immagine in copertina di Maradona che solleva la coppa. E’ il numero più alto di copie mai vendute da periodico in lingua spagnola. Non solo nello sport, ma in ogni categoria. Le rotative lavorarono ininterrottamente per 24 ore per stampare le copie. Finì la carta altrimenti avrebbero superato il milione.

La redazione vuota… la triste penombra, la nostalgia, il silenzio… e nel silenzio, la voce nasale di Ardizzone, le urla della domenica, un gol del Boca che si festeggia perché se vince il Boca si vendono più riviste, le classi calcistiche di Juvenal e il fanatismo di ciascuno. Perché tutti i giornalisti soffrono per una squadra. Cherquis e Proietto per il San Lorenzo, Juvenal per il River, Rafael per l’Atlanta, Arcucci per il Racing…

I numeri non descrivono più quello splendore. Ma il passaggio del tempo non è in grado di diminuire la sua leggenda, il prestigio conquistato in quasi un secolo e l’impatto che il suo nome provoca.

Viaggio intorno al calcio portoghese. Intervista ad Andrea Bacci sul suo libro "Gli occhi tristi della Pantera nera"

Dopo aver letto il libro di Andrea Bacci, “Gli occhi tristi della pantera nera”, ero intenzionato a recensire il libro e la sua coinvolgente storia. Ma parlarne mi sembrava limitante perché troppe cose nascondeva il libro che l’autore poteva tirare fuori. Per questo motivo ho contatto Andrea Bacci e l’ho intervistato su calcio, Portogallo, letteratura sportiva e altro.

Nonostante i vari Rui Costa, Figo e Cristiano Ronaldo, Eusebio è ancora oggi il vero monumento principe del calcio portoghese. Perché?

Probabilmente perché è stato il primo vero campione che ha calcato i campi di quel paese, il primo che ha trascinato la nazionale lusitana a quel clamoroso successo nel Mondiale inglese. Ma più probabilmente perché la sua è una specie di favola che è diventata realtà, la dimostrazione che anche i sogni, in un’epoca dura come quella portoghese sotto la dittatura, potevano in qualche modo realizzarsi.

Quali furono le ragioni vincenti del calcio portoghese degli anni ’60?

Credo che la ricetta coincida con quella dell’Olanda degli anni Settanta, oppure della Francia nel ’98 e nel 2000: il trovarsi, tutti insieme e nello stesso periodo. Calciatori che venendo pure da territori ed esperienze diverse riuscirono a creare un piccolo miracolo di amalgama e di clamorosi successi. Eusebio, nel nostro caso, rappresentò il classico puntale in cima all’albero di Natale, ma credo che anche senza di lui la squadra portoghese avesse potuto farsi valere: segno evidente è la vittoria della prima Coppa dei Campioni del Benfica, quella vinta senza la pantera nera.

Un viaggio in Portogallo è anche un viaggio in uno stato d’animo. Ti sembra giusta questa espressione?

Ogni paese del mondo ha le sue particolarità umane e civili. Così come il nostro, anche quello portoghese ha il suo. Noi abbiamo pizza e spaghetti, e un po’ di menefreghismo; loro hanno il fado insieme a nostalgia e orgoglio che diventa modo di vivere. Guarda Mourinho…

Il calcio portoghese riflette in parte l’anima portoghese?

Domanda difficile e difficile risposta. Gianni Brera diceva che da noi il catenaccio rappresentava la nostra indole di gente abituata a essere succube degli eventi e mai protagonista; forse nel calcio portoghese è evidente quella eterna condanna a essere incompiuto che magari sarà una delle loro peculiarità sociali.

Potremmo dire che Eusebio è stato il primo campione planetario africano o per te prima degli anni ’60 c’era già stato qualcuno del suo livello (Fontaine ad esempio)?

Fontaine è stato un buon giocatore, sicuramente. Ma non ha certamente segnato una squadra di calcio e una nazione sportiva come è riuscito a fare Eusebio. Per fortuna che oggi, attraverso internet, si riesce a godere della bellezza del gioco di questo straordinario campione: dovessi un giorno incontrare i tre ragazzi americani che hanno fondato Youtube, li abbraccerei come i fratelli maschi che non ho mai avuto!

La generazione dei fenomeni giovanili non è riuscita a vincere nulla, neanche l’Europeo di casa. Perché il calcio portoghese sbaglia sempre le occasioni giuste?

Perché quando ha grandi centrocampisti manca di un portiere e di una punta, quando ha gli attaccanti gli mancano i difensori, quando ha i difensori mancano i fantasisti. Sono degli incompiuti che devono avere forse più umiltà quando giocano insieme, ma sono certo che prima o poi raccoglieranno tutto quello che hanno seminato in questi ultimi quindici anni, e in maniera clamorosa.

Quali sono per te le prospettive del calcio lusitano?

Ottime, direi. Cristiano Ronaldo può essere decisivo per almeno altri sette-otto anni, se non si lascia travolgere dalle donne e dalla bella vita. Se trovano una punta che metta dentro tutto il lavoro del centrocampo fanno bingo, che sia Mourinho ad allenarli o meno.

Il tuo libro è una sorta di racconto di memorie con al centro il grande campione del Benfica. Perché hai pensato di non risolvere il progetto libro con la semplice biografia sportiva?

Perché mi sembrava che il personaggio e la sua storia meritassero un tipo di approccio un po’ diverso e fantasioso, quasi da fumetto. Io non sono un romanziere ma solo un modestissimo saggista dilettante, mi sono cimentato in un campo non mio con umiltà e rispetto, ma credo che sia venuto fuori un buon prodotto, certamente particolare e non da grande pubblico, ma sicuramente non scontato o noioso.

Cosa dà di più al libro questo tipo di approccio narrativo?

La possibilità di attrarre lettori che getterebbero via il libro dopo tre pagine se fosse il classico saggio di un calciatore che ha giocato tot partite e segnato tot gol. La possibilità anche di divertirsi scrivendo e di entrare maggiormente nel discorso anche un po’ in maniera autobiografica.

Cosa pensi della letteratura sportiva italiana?

Che meriterebbe molta più attenzione da parte dei lettori, ora che anche le grandi case editrici, e penso alla Rizzoli o alla Mondadori, hanno deciso di pubblicare storie sportive in maniera continuativa e non casuale. Ci sono tantissimi ragazzi, oltre al sottoscritto, e penso ai Caremani, ai Calzaretta, ai Castellani, ai Bolognini, ai Morelli, e mi scuso con gli altri che adesso mi sfuggono, che meriterebbero anche loro più attenzione dagli editor delle grandi case editrici, così come già succede per i Garlando, gli Audisio e i Perrone. Non che pubblicare per Limina o Bradipolibri sia sconveniente, tutt’altro: però i librai mettono sempre in evidenza i libri di certe case editrici e mancano un po’ di coraggio nel proporne altri. Inoltre sono certo che oltre alla storia del solito calciatore o del solito allenatore di calcio sia bello poter proporre anche storie di sport diversi, magari storie dimenticate: penso ai miei libri sul lottatore Maenza, sul ciclista Panizza e sul pugile Jacopucci.

Da autore molto prolifico quale sei, quali sono i prossimi argomenti che stai pensando di approfondire per un tuo prossimo libro?

Ne ho uno nel cassetto, bellissimo, che per ora ho proposto solo a Limina: trentacinque episodi di successi sportivi, da Eugenio Monti a Lewis Hamilton, raggiunti all’ultimo momento superando difficoltà che parevano insormontabili e risultati ormai già scritti, intitolato “E’ finita si dice alla fine. Storie di vittorie impossibili”. Chi fosse interessato si faccia avanti: costo poco e trovarmi è molto facile…