90 anni di "El Grafico": la letteratura sportiva che sogniamo

Noi amanti della letteratura sportiva (che magari siamo pochi, ma ci vogliamo bene…oddio ci stimiamo) festeggiamo i 90 anni di “El Grafico”, una rivista che è leggenda e traccia da seguire. Per farlo, riprendo l’articolo di Jorge Barraza, trovato su Eurochampionsleague.net

Avevamo sfogliato il libro celebrativo degli 80 anni de El Gráfico. Era il 1999. Di certo, oggi pensiamo sia difficile migliorare un prodotto così bello.
Una simbiosi di piacere, di qualità letteraria, di meravigliosa precisione storica e fotografica. Un gioiello giornalistico che ripassava le prime otto decadi dello sport attraverso un periodico argentino che aveva raggiunto una dimensione universale. Ogni tanto ci ripensiamo.
Ci sembra ancora di vedere la foto di quel lettore boliviano, coi gomiti poggiati su due colonne di volumi del Gráfico. E che nella sua lettera diceva con orgoglio: “Possiedo la collezione completa”. O, nei giovedì pomeriggio alla libreria Córdova 9 Ottobre a Guayaquil, l’attesa di lettori ansiosi che guardano i loro orologi e pensano: “La rivista avrebbe dovuto essere già arrivata”.

Ramón Martínez, oggi assistante del Direttore sportivo del Real Madrid, ricorda: “Nel 1982 ero a Valladolid: avevamo acquistato l’uruguaiano Falena Da Silva grazie a El Gráfico. Avevamo ricevuto la rivista e c’era una nota che segnalava Da Silva come uno che vrebbe sfondato. La parola del Gráfico era sacra: l’abbiamo preso e dopo un anno era il capocannoniere, il Pichichi, della Liga spagnola”.

Per il 70° anniversario hanno ricevuto un telegramma stringato dal celebrato settimanale statunitense Sport Illustrated. Due righe: “Noi abbiamo la fortuna di avere la rivista più venduta al mondo, voi la più prestigiosa. Congratulazioni”.

Le storie, gli aneddoti, i ricordi sono uno più bello degli altri. Il 30 maggio El Gráfico ha celebrato il 90° anno di attività come un’istituzione del giornalismo sudamericano. E’ l’unica testata su carta stampata che non ha lettori: ha tifosi.
Questa bellissima tradizione è nata a Buenos Aires grazie a un giornalista e scrittore uruguaiano: Constancio C. Vigil, autore di fiabe per bambini (La formica errante). Vigil aveva regalato una massima ai suoi collaboratori: “Se un articolo non provoca un sorriso, non fa scendere una lacrima o non fa discutere, quell’articolo non serve a nulla”.

La redaizone si era sistemata in un elegante palazzo che aveva ospitato il Consolato tedesco a Buenos Aires. Da lì emanava un’ineguagliata radiosità. Dopo tanti anni, nel 1998 col cambio della proprietà, il trasferimento degli uffici da un’altra parte.
Dopo alcuni mesi eravamo ritornati, per pura curiosità, nell’amata redazione dove “El Gráfico” era stato scritto per decadi, un tempio del giornalismo nel quale decine di grandi giornalisti insegnavano classe, veri maestri dell’arte della comunicazione.

L’illuminazione era scarsa, le scrivanie vuote, la polvere ovunque, nemmeno un pezzo di carta in giro, né una macchina da scrivere o un computer, niente di quel delizioso ticchettio dei tasti, nessuno più che passa nei corridoi, i telefoni silenziosi… una sensazione di tristezza infinita, che sconfina nel dolore. Lì c’erano i folletti dell’eccellente Borocotó, di Félix Daniel Frascara (sua la frase “I giudici sono lì per sbagliare”), di Dante Panzeri, del monumentale Osvaldo Ardizzone, di Juvenal, di El Veco, di Cherquis Bialo, del nero Thiery; del magro Rafael che, quando il San Lorenzo retrocesse, parafrasando il tango “Sur”, titolò il suo pezzo “E il tuo nome si scioglie in addio…!”. Di tutti gli altri giornalisti che con una Remington nera o, successivamente, con le Olivetti verdi, ci avevano fatto ridere, piangere, commuovere milioni di persone nell’intero continente. Giornalisti che nel commentare calcio, boxe, ciclismo o canottaggio avevano creato uno stile particolare e indimenticabile di informare, di discutere, di orientare e di intrattenere.
“El Gráfico” è una parte importante della vita degli argentini. E di molti fratelli d’America che attraverso quelle pagine hanno “giocato” al Roland Garrós, “corso” il Gran Premio di Monza, “combattuto” affianco a Clay e Frazier al Madison Square Garden o sono entrati in campo presi per mano con Pele, Maradona, Di Stefano, Cruyff, Eusebio o Beckenbauer. Non c’è mai stata una stella che non sia comparsa sul “Grafico” né un torneo che non abbia concesso gli accrediti ai suoi giornalisti.

Le foto del “Grafico”! I gioielli ineguagliati del suo archivio! La “copertina” de “El Grafico”, era una celebrità tutta giornalistica. Apparire era un certificato di consacrazione per tutti gli sportivi. Nel 1940 vendeva 250.000 copie a settimana. Nelle campagne e nelle città, i ragazzi e gli adulti facevano sforzi per poterlo comprare. Era la “Bibbia dello sport”. Nel 1986, dopo il Mondiale di calcio vinto dall’Argentina, vendette 795.000 copie con l’immagine in copertina di Maradona che solleva la coppa. E’ il numero più alto di copie mai vendute da periodico in lingua spagnola. Non solo nello sport, ma in ogni categoria. Le rotative lavorarono ininterrottamente per 24 ore per stampare le copie. Finì la carta altrimenti avrebbero superato il milione.

La redazione vuota… la triste penombra, la nostalgia, il silenzio… e nel silenzio, la voce nasale di Ardizzone, le urla della domenica, un gol del Boca che si festeggia perché se vince il Boca si vendono più riviste, le classi calcistiche di Juvenal e il fanatismo di ciascuno. Perché tutti i giornalisti soffrono per una squadra. Cherquis e Proietto per il San Lorenzo, Juvenal per il River, Rafael per l’Atlanta, Arcucci per il Racing…

I numeri non descrivono più quello splendore. Ma il passaggio del tempo non è in grado di diminuire la sua leggenda, il prestigio conquistato in quasi un secolo e l’impatto che il suo nome provoca.

Viaggio intorno al calcio portoghese. Intervista ad Andrea Bacci sul suo libro "Gli occhi tristi della Pantera nera"

Dopo aver letto il libro di Andrea Bacci, “Gli occhi tristi della pantera nera”, ero intenzionato a recensire il libro e la sua coinvolgente storia. Ma parlarne mi sembrava limitante perché troppe cose nascondeva il libro che l’autore poteva tirare fuori. Per questo motivo ho contatto Andrea Bacci e l’ho intervistato su calcio, Portogallo, letteratura sportiva e altro.

Nonostante i vari Rui Costa, Figo e Cristiano Ronaldo, Eusebio è ancora oggi il vero monumento principe del calcio portoghese. Perché?

Probabilmente perché è stato il primo vero campione che ha calcato i campi di quel paese, il primo che ha trascinato la nazionale lusitana a quel clamoroso successo nel Mondiale inglese. Ma più probabilmente perché la sua è una specie di favola che è diventata realtà, la dimostrazione che anche i sogni, in un’epoca dura come quella portoghese sotto la dittatura, potevano in qualche modo realizzarsi.

Quali furono le ragioni vincenti del calcio portoghese degli anni ’60?

Credo che la ricetta coincida con quella dell’Olanda degli anni Settanta, oppure della Francia nel ’98 e nel 2000: il trovarsi, tutti insieme e nello stesso periodo. Calciatori che venendo pure da territori ed esperienze diverse riuscirono a creare un piccolo miracolo di amalgama e di clamorosi successi. Eusebio, nel nostro caso, rappresentò il classico puntale in cima all’albero di Natale, ma credo che anche senza di lui la squadra portoghese avesse potuto farsi valere: segno evidente è la vittoria della prima Coppa dei Campioni del Benfica, quella vinta senza la pantera nera.

Un viaggio in Portogallo è anche un viaggio in uno stato d’animo. Ti sembra giusta questa espressione?

Ogni paese del mondo ha le sue particolarità umane e civili. Così come il nostro, anche quello portoghese ha il suo. Noi abbiamo pizza e spaghetti, e un po’ di menefreghismo; loro hanno il fado insieme a nostalgia e orgoglio che diventa modo di vivere. Guarda Mourinho…

Il calcio portoghese riflette in parte l’anima portoghese?

Domanda difficile e difficile risposta. Gianni Brera diceva che da noi il catenaccio rappresentava la nostra indole di gente abituata a essere succube degli eventi e mai protagonista; forse nel calcio portoghese è evidente quella eterna condanna a essere incompiuto che magari sarà una delle loro peculiarità sociali.

Potremmo dire che Eusebio è stato il primo campione planetario africano o per te prima degli anni ’60 c’era già stato qualcuno del suo livello (Fontaine ad esempio)?

Fontaine è stato un buon giocatore, sicuramente. Ma non ha certamente segnato una squadra di calcio e una nazione sportiva come è riuscito a fare Eusebio. Per fortuna che oggi, attraverso internet, si riesce a godere della bellezza del gioco di questo straordinario campione: dovessi un giorno incontrare i tre ragazzi americani che hanno fondato Youtube, li abbraccerei come i fratelli maschi che non ho mai avuto!

La generazione dei fenomeni giovanili non è riuscita a vincere nulla, neanche l’Europeo di casa. Perché il calcio portoghese sbaglia sempre le occasioni giuste?

Perché quando ha grandi centrocampisti manca di un portiere e di una punta, quando ha gli attaccanti gli mancano i difensori, quando ha i difensori mancano i fantasisti. Sono degli incompiuti che devono avere forse più umiltà quando giocano insieme, ma sono certo che prima o poi raccoglieranno tutto quello che hanno seminato in questi ultimi quindici anni, e in maniera clamorosa.

Quali sono per te le prospettive del calcio lusitano?

Ottime, direi. Cristiano Ronaldo può essere decisivo per almeno altri sette-otto anni, se non si lascia travolgere dalle donne e dalla bella vita. Se trovano una punta che metta dentro tutto il lavoro del centrocampo fanno bingo, che sia Mourinho ad allenarli o meno.

Il tuo libro è una sorta di racconto di memorie con al centro il grande campione del Benfica. Perché hai pensato di non risolvere il progetto libro con la semplice biografia sportiva?

Perché mi sembrava che il personaggio e la sua storia meritassero un tipo di approccio un po’ diverso e fantasioso, quasi da fumetto. Io non sono un romanziere ma solo un modestissimo saggista dilettante, mi sono cimentato in un campo non mio con umiltà e rispetto, ma credo che sia venuto fuori un buon prodotto, certamente particolare e non da grande pubblico, ma sicuramente non scontato o noioso.

Cosa dà di più al libro questo tipo di approccio narrativo?

La possibilità di attrarre lettori che getterebbero via il libro dopo tre pagine se fosse il classico saggio di un calciatore che ha giocato tot partite e segnato tot gol. La possibilità anche di divertirsi scrivendo e di entrare maggiormente nel discorso anche un po’ in maniera autobiografica.

Cosa pensi della letteratura sportiva italiana?

Che meriterebbe molta più attenzione da parte dei lettori, ora che anche le grandi case editrici, e penso alla Rizzoli o alla Mondadori, hanno deciso di pubblicare storie sportive in maniera continuativa e non casuale. Ci sono tantissimi ragazzi, oltre al sottoscritto, e penso ai Caremani, ai Calzaretta, ai Castellani, ai Bolognini, ai Morelli, e mi scuso con gli altri che adesso mi sfuggono, che meriterebbero anche loro più attenzione dagli editor delle grandi case editrici, così come già succede per i Garlando, gli Audisio e i Perrone. Non che pubblicare per Limina o Bradipolibri sia sconveniente, tutt’altro: però i librai mettono sempre in evidenza i libri di certe case editrici e mancano un po’ di coraggio nel proporne altri. Inoltre sono certo che oltre alla storia del solito calciatore o del solito allenatore di calcio sia bello poter proporre anche storie di sport diversi, magari storie dimenticate: penso ai miei libri sul lottatore Maenza, sul ciclista Panizza e sul pugile Jacopucci.

Da autore molto prolifico quale sei, quali sono i prossimi argomenti che stai pensando di approfondire per un tuo prossimo libro?

Ne ho uno nel cassetto, bellissimo, che per ora ho proposto solo a Limina: trentacinque episodi di successi sportivi, da Eugenio Monti a Lewis Hamilton, raggiunti all’ultimo momento superando difficoltà che parevano insormontabili e risultati ormai già scritti, intitolato “E’ finita si dice alla fine. Storie di vittorie impossibili”. Chi fosse interessato si faccia avanti: costo poco e trovarmi è molto facile…

Intervista a Raffaele Palladino

Per Palladino è l’anno decisivo: campione o bun giocatore. Una breve intervista per capire come prepararsi a superare il bivio.

Il Genoa è stata la squadra più attiva sul mercato fino ad oggi. Ma la squadra attuale è più o meno forte di quella dello scorso anno?

Sta nascendo una buona squadra, il presidente Preziosi sta effettuando degli ottimi acquisti, sono andati via due grandi giocatori Milito e Motta, però cercheremo di fare un grande campionato e una grande Coppa Uefa.

Quello che è successo a te sta succedendo a Giovinco. Alla Juve una seconda punta di fantasia non può crescere e affermarsi?

Alla Juve è un po’ difficile perchè ci sono giocatori importanti. Giovinco è un grande calciatore e sicuramente avrà molto spazio.

Perchè i giovani calciatori napoletani o del Sud in generale non riescono a trovare spazio nei settori giovanili delle squadre delle propirie regioni diappartenenza?

Perchè i vivai non vengono curati al meglio come invece li curano al Nord. A me è capitato di

andare via da Napoli a 15 anni, bisogna puntare sui bambini e crescerli fino a farli diventare calciatori.

Ti piace leggere di sport? Cosa pensi della letteratura sportiva?

Leggo di sport e non solo, cerco di evadere dal mondo del calcio.