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È finito il nostro Carnevale. intervista a fabio stassi

“È finito il nostro Carnevale” è il racconto di un secolo, variamente definito, e che nel tuo caso potrebbe essere quello della rincorsa delle speranze. Perché hai scelto proprio la Coppa del Mondo per accompagnare il lettore in questo tempo?


La Diosa, la muerzinha alada, mi sembrava il simbolo perfetto di tutte le utopie e le speranze libertarie che abbiamo perduto. Aveva una forza sia nella mia memoria, da bambino ne ero affascinato, sia nella memoria collettiva. E la sua scomparsa, l’innesco romanzesco per un racconto pieno di possibilità. Attraverso il suo inseguimento da parte dell’uomo che la voleva rubare per amore potevo raccontare la parte centrale del Novecento in maniera rocambolesca e avventurosa.


Il titolo sembra essere il limite finale di tante cose. Per te, qual è la fine più malinconica di tutte quelle che il lettore percepisce leggendo le storie e la Storia che ci sono nel libro?


Il titolo è il primo verso di una canzone a cui sono molto legato, la Marcha da quarta feira de cinzas di Vinicius de Moraes. Anche quella è una canzone malinconica, scritta la sera di un mercoledì delle ceneri in cui in Brasile fu instaurata la dittatura. Ci sono molti adeusinhi, come dicono i portoghesi, tanti piccoli addii in questa storia: sono addii privati, ai propri amori, al proprio talento, come per Garrincha, alla giovinezza, ma soprattutto a quella spinta idealista a cambiare il mondo.


Nel tuo ultimo “Con in bocca il sapore del mondo” hai tratteggiato vite e pensieri di poeti. Pensi che alcuni calciatori e atleti potrebbero essere descritti con la stessa profondità, senza scadere nel solito figurinismo?


Sì, credo che la vita di alcuni atleti somigli a quella dei poeti. In fondo, anche loro hanno a che fare con l’effimero, con il talento, con la poesia. Alcuni hanno avuto delle storie indimenticabili, che bisognerebbe trattare con grande pudore e delicatezza, ma che sono racconto, fiato, teatro.


Ti piace leggere opere di letteratura sportiva? Se sì, ci dai qualche titolo che per te deve essere letto?


Ho sempre amato gli scrittori di lingua spagnola e portoghese: Soriano, Galeano, ma anche Javier Marias. Tra i libri sul calcio non “sudamericani” consiglierei sempre “Il maledetto United” di David Peace.


Se volessi tornare a trattare un tema sportivo (tuo anche il bellissimo “La rivincita di Capablanca”), cosa ti piacerebbe raccontare?


Il baseball, ti direi, perché mi piace la sua geometria, e conoscevo una bella storia di Joe Di Maggio e Marilyn che passarono da Nettuno. Ma è troppo lontano da noi. Forse mi piacerebbe raccontare l’atletica, in particolare la disciplina del salto in lungo, che è anche un modo di affrontare la vita.

Manchester City-Liverpool: cosa leggere, ascoltare, vedere

Manchester City-Liverpool è già la sfida dell’anno, solo un Brasile-Argentina in finale di Copa America potrebbe eguagliare quello che ci stanno dando le due sfidanti per la Premier League 2018-2019.
Per onorarle, in questa stagione tutto sommato abbastanza moscia, al netto dell’Ajax in Champions League, ecco un po’ di cose da leggere-vedere-ascoltare per approfondire.


Sul Liverpool FC c’è fin troppo. In italiano è imperdibile “Red or Dead”, in cui lo scrittore David Peace entra nella testa dell’uomo che ha creato un altro Liverpool (anche questo Liverpool in un certo senso), Bill Shankly.
Sempre da leggere, da consigliare anche “Men in White Suits” di Simon Hughes, che parla del Liverpool degli anni ’90, una squadra folle in campo, ma anche fuori. Il Daily Mail per loro usò per la prima volta il termine Spice Boys. Il titolo e la foto della copertina li descrivono benissimo.

Abiti bianchi di Armani, passeggiata sul prato di Wembley prima di della finale di FA Cup 1996 persa contro il Manchester United. Sembrava più un cocktail party.
Sulla città invece io vedrei “Lettera a Breznev”, oltre che per la storia, soprattutto per lo stile, pensando anche al fatto che il regista Chris Barnard, al debutto, lo ha girato con del materiale prestato. La città del 1984 doveva essere una città fuori di testa, ma con un’anima.


Sul Manchester City, imperdibile un dvd sulle partite degli anni ’70, quando il City era la squadra di Francis Lee e Mike Summerbee. Quella grande squadra era stata creata da Joe Mercer e Malcolm Allison, maverick di quei tempi, che andava in panchina così.


E poi come fai a non vedere Jimmy Grimble.
L’ultima cosa. Ascoltare un po’ di queste: https://www.fanchants.com/football-team/liverpool/

“Ho scoperto Del Piero”. Intervista ad Alberto Facchinetti

Vittorio Scantamburlo aveva i suoi big data su agende e riusciva ad elaborarli grazie a parametri che non si basavano su un algoritmo riproducibile. Riusciva a capire chi era fatto per il calcio guardando e parlando con i ragazzi. Sembra una follia oggi.
Alcune domande ad Alberto Facchinetti, autore del libro “Ho scoperto Del Piero” (edizioni InContropiede).

Dal tuo libro viene fuori che Scantamburlo è un uomo “di mestiere”, uno che sa come si fa a riconoscere un calciatore. Ma come si fa? Lo hai capito parlando con lui?
Vittorio Scantamburlo sapeva riconoscere il talento di un giovane calciatore, questo mi sembra abbastanza chiaro: ne ha portati oltre 70 tra i professionisti (Del Piero è soltanto il nome più famoso). Capire come facesse invece è più complicato, perché credo avesse una dote innata, quello che lui definisce un “occhio buono”. Un ocio bon, per dirla in padovano. Però aveva anche sviluppato un suo metodo di ricerca semplice ma efficace.

Quali erano secondo te i ferri del mestiere di Scantamburlo?
Un’utilitaria con il pieno di benzina, un’agenda e una penna. Ha girato il Triveneto per vedere partite, anche tre in un giorno. Un tempo di qua, un tempo di là e poi di corsa in un altro campo ancora. Lista di tutti i giocatori in campo trascritta a penna sull’agenda, e segnalazione per i giocatori che lo avevano impressionato. Una ics, due ics… o tre i ics per Del Piero. Poi se era il caso tornava a visionare il ragazzo che aveva catturato il suo interesse. Il materiale raccolto veniva dunque archiviato con ordine. Non buttava via nulla.

Come un critico d’arte un osservatore deve riconoscere bravura e bellezza. Ma a differenza di un critico d’arte deve riconoscerne utilità e perfettibilità. Riconosci nel lavoro di Scantamburlo una dichiarazione del genere?
Utilità, forse no. Credo che per Scantamburlo il talento (sia quello di un attaccante che quello di un difensore) fosse solo… il talento e che questo escludesse il concetto di utile. O mettiamola così: se uno ha talento deve per forza essere utile, nel suo modo di intendere il calcio.
Ho ritrovato invece il concetto di perfettibilità. Spesso mi ha parlato di un giocatore valutato in prospettiva: “Aveva questo difetto ma sarebbe stato migliorato da un buon allenatore…” oppure “aveva un fisico (per esempio un baricentro troppo basso) che in prospettiva non avrebbe dato margine di crescita”.

Quanto è stato appassionante parlare con una persona che ha un universo di storie legate al calcio?
Molto. A parte il fatto che ha incrociato la sua carriera con quella di fenomeni giovanili come Del Piero e Robi Baggio, è stato molto bello parlare per ore con lui perché ogni parola di Vittorio era quella di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita al calcio.

Vittorio Scantamburlo purtroppo è morto lo scorso anno. Quale traccia ha lasciato secondo te?
Non conosco così bene l’ambiente degli osservatori e di chi fa scouting. Nel Triveneto sicuramente alcuni hanno preso ispirazione da lui. Ma non era un uomo che aveva l’ambizione di fare il maestro, quindi non ha lasciato eredi in senso stretto. Il suo metodo semplice ed efficace, la sua passione forte e autentica devono però essere prese come esempio da chi oggi vuole fare questo lavoro utilizzando (giustamente) tablet, pc e software sofisticati.

“Basket R-Evolution” di Flavio Tranquillo e le ultime novità di letteratura sportiva.

BasketballBasket R-Evolution di Flavio Tranquillo (Baldini & Castoldi) è il classico libro che non ti aspetti da uno che fa telecronache sportive. O meglio, se hai seguito Tranquillo nella sua r-evolution telecronachistica (insieme al compare Federico Buffa) te lo puoi anche aspettare. Anzi, dico ancora meglio e rinnego l’incipit mai così inutile: questo è il libro che Flavio Tranquillo doveva scrivere. Un libro che viene dal suo approfondire e collegare, analizzare e soprattutto creare visioni d’insieme intorno ad uno sport mai così ampio da quando lui lo descrive.
Prende cinque personaggi del basket USA e li identifica come quelli che hanno acceso la miccia per le evoluzioni/rivoluzioni del titolo. Bob Douglas mostra a tutti come lo spettacolo atletico è business succulento (e per fare un vero show atletico ci vogliono i ragazzi di colore). Kenny Sailors decide di tirare la palla saltando, una cosa così semplice che nessuno c’aveva pensato prima. Jack Molinas è invece l’uomo che ha messo a rischio l’intero sistema, ad un attimo dal crollo. E anche grazie a lui, reggendosi a stento, è diventato più forte e credibile. Earl Strom ha dimostrato che le componenti in un gioco sono tante e tutte da considerare (e per tutte quelle che ci sono che il biglietto vale un tot). Pete Newell, la parte più semplice da comprendere, perché è chi ha evoluto le idee del gioco stesso.
Dopo la lettura di Basket R-Evolution pensi al gioco da prospettive totalmente nuove, molte, prima di esso, nascoste. Questo amplifica l’esperienza di visione e di ascolto delle telecronache tranquilliane rendendole ancora più eventi televisivi fuori dal flusso del semplice campionato che si sta disputando. C’è un magma così bollente e in movimento sotto una canestro di Steph Curry che potresti far fatica a gustarlo con la serenità della prima volta. Ma così non è tutto più bello?

 


Basket R-Evolution è la storia di come uno sport riesce ridefinirsi ogni volta intorno a personalità con idee che guardano oltre. Come e perché sono stati scelti i personaggi che fanno parte del libro?

Il primo, Bob Douglas, perché ne avevo sempre sentito parlare senza però mai approfondire. Avendo toccato con mano quanto ci fosse da approfondire ho poi pensato di cercare altri innovatori.

R-Evolution è un bellissimo concetto che tiene dentro tanti sensi diversi. Uno di questi è che l’evoluzione può essere miglioramento. Per te è sempre così o ci sono cose del passato che, perse definitivamente, ci fanno meno “evoluti”?
Il passato insegna sempre tantissimo, a patto però che venga usato per evolvere. Ci sono sicuramente delle cose del passato che scartiamo a priori in quanto tali, il che di per sé è involuzione. Credo però che nel tempo si recuperi tutto, che non esista la “perdita definitiva”, ma solo qualche fisiologica battuta d’arresto nel processo di evoluzione.

Per te il microcosmo basket, come tutti gli altri, si evolve davvero con piccole idee masticate anche da altri o con grandi e innovative visioni d’insieme?
Piccole e casuali intuizioni, la cui portata viene compresa nel tempo da molti altri.

Il basket è un lavoro che si fa con le mani e il corpo. Oggi la corporeità “migliorata” è per te lo slancio necessario per uno scatto evolutivo vero?
Il corpo migliora, ma rifiuto categoricamente l’idea di disgiungerlo a tavolino dalla tecnica. Le due cose sono fuse e vanno avanti, anche se spesso (come si diceva) facendo un po’ come i gamberi.

Nel libro hai parlato di gente che nel suo settore di competenza ha visto quello che non c’era. Oggi nel basket è ancora possibile? Se sì, dove l’evoluzione può e deve iniziare prima e meglio?
Possibilissimo. Le nuove tecnologie ci danno stimoli da questo punto di vista, si tratta di fonderli con quelle “visioni casuali” che prima o poi qualcuno avrà

Cosa leggi della letteratura sportiva contemporanea?
Biografie come “Open”, inchieste e saggi (l’ultimo “Duellanti” di Paolo Condò)

Su quale personaggio che non sia legato al basket scriveresti?
Un magistrato

 

 

SUL COMODINO (o in gabinetto) – Letteratura sportiva da leggere

Come alcuni hanno già visto c’è da leggere obbligatoriamente “I Duellanti” di Paolo Condò (Baldini & Castoldi).
Per chi non avesse ancora avuto occasione e piacere di leggere, è uscita da poco un’altra ristampa dell’“Arcimatto” di Gianni Brera (Book Time), forse il meglio del Brera che voleva dire la sua e contare dalle colonne del Guerin Sportivo.