Archivi tag: libri calcio

“A un passo dal paradiso” di Fabrizio Tanzilli e le ultime novità di letteratura sportiva

UN-PASSO-DAL-PARADISO_Tanzilli_Letteratura_SportivaAppena ti arriva a casa o lo vedi sullo scaffale, la prima cosa che fai è toccarlo, perché quel carminio della copertina di “A un passo dal paradiso” di Fabrizio Tanzilli (Castelvecchi Editore) è una calamita. Se lo avvicini poi, gli occhi bassi di Savicevic che riflette tristemente forse su una vittoria della Stella Rossa (quello è il bello) ti catturano definitivamente.
Cos’è il paradiso del titolo? Dovrebbe essere la vittoria sportiva, sempre sfiorata e mai veramente voluta fino in fondo, perché i calciatori slavi hanno sempre sbagliato paradiso. Da racconti privati di calciatori e tifosi slavi, spesso la vittoria è nell’umiliazione one-to-one e non nel raggiungimento del traguardo di squadra. Per vincere ci vuole molta costanza e troppa poco fantasia.
Tanzilli nel suo rosso gioiellino racconta le storie dei tanti calciatori slavi, tutti arrivati ad un passo dal paradiso, anzi no, tutti con in testa un paradiso diverso dall’altro. E lo fa con una ottima competenza giornalistica e uno sviluppo narrativo molto piacevole, corredando il racconto di un calcio sempre un passo più in là (non vuol dire avanti, spesso a destra o a sinistra rispetto al mainstream) con fotografie da lacrimuccia. Il dibattito che resterà sempre aperto sull’ultima generazione di calciatori slavi sarà: “Cosa avrebbero fatto tutti insieme?”. Per me avrebbero ancora una volta sfiorato il paradiso, anche solo per il gusto di fare inversione a U davanti al cancello aperto.

Una domanda “stupidina” ma mi scappa subito. Il libro ha una copertina fantastica. Com’è venuta fuori?
È una foto del famoso Stella Rossa-Milan sospeso per nebbia. Nell’immagine c’è Savicevic che abbandona il campo tra il perplesso e il rammaricato, segno evidente dello scoramento che sta provando. Non dimentichiamo che gli slavi erano in vantaggio 1 a 0 e stavano per superare il Milan che da lì in avanti vinse tutto. Diciamo che quella gara, e quindi la foto, raccontano molto del destino calcistico slavo, sempre a un passo da un risultato straordinario.

Mi dai tre aggettivi per definire lo spirito sportivo slavo?
Anarchico, fantasioso, umorale.

Molto dello sport slavo si è mosso sulla capacità o meno degli atleti di fare gruppo. Quando erano coesi hanno fatto cose meravigliose, quando erano monadi impazzite hanno fatto disastri. Come ti spieghi questo diverso adattamento al fare sport e vivere insieme?
Lo sport slavo ha vissuto di momenti e d’ispirazione. Anche in una stessa partita le squadre balcaniche sono state in grado di compiere meraviglie e disastri. Purtroppo per loro l’aspetto caratteriale ha sempre avuto una forte influenza. È probabile che lo sport abbia risentito di ciò che stava accadendo intorno, anche se le varie Nazionali slave, nonostante fossero formate chiaramente da blocchi differenti, hanno fatto bene o male per altri motivi. Prendiamo la finale degli Europei del 1968 contro l’Italia: nella prima gara la Jugoslavia ha dominato, sfiorando più volte il sorpasso sugli Azzurri e meritando senz’altro di vincere. Nella ripetizione, in pratica, non è scesa in campo, lasciando strada libera alla vittoria italiana. Questo è un esempio molto significativo di come la testa e il talento slavo si siano sempre poggiati su equilibri sottili.

La domanda delle domande devo comunque fartela. Questi qui, tutti insieme, cosa avrebbero fatto?
Senza troppi giri di parole, avrebbero vinto l’Europeo del ’92 e avuto ottime possibilità al Mondiale di USA ’94.

Ogni popolo ha la sua definizione di talento. Cos’è il talento per gli slavi secondo te?
Gli slavi hanno un talento innato, che nel loro caso si traduce in fantasia, spontaneità d’esecuzione e grande tecnica. Credo che per loro il talento sia una questione di dna.

Anche nel calcio, come nella storia secondo la definizione di Churchill, il calcio slavo ha prodotto grandi pagine di storia, sia nello sviluppo tecnico dei calciatori che in alcune prospettive tattiche innovative. Oggi gli stati divisi della ex Jugoslavia hanno perso questa energia d’innovazione oppure no?
In passato, il calcio slavo è stato uno dei grandi promotori del celebre 4-2-4, peraltro giocato davvero in punta di fioretto. Oggi, per ovvi motivi, è tutto molto più complesso, anche perché la disgregazione ha coinciso con una notevole dispersione del talento. Andando a prendere le formazioni più blasonate, Croazia e Serbia, e ultimamente anche la Bosnia però, possiamo riconoscere una modernità d’approccio non indifferente, se non tattico, quanto meno di valorizzazione del proprio potenziale.
Tre solo tre giocatori slavi che hanno detto qualcosa di nuovo nel calcio mondiale: Dejan Savicevic, il vero brasiliano d’Europa. Draga Stojkovic, il più completo di quella fantastica generazione. Bora Milutinovic, non tanto per il passato da calciatore, quanto per le sue gesta in panchina.
Le squadre slave si sono spesso liquefatte alla fine dei percorsi, quando bisognava solo vincere. Che spiegazione ti sei dato?
Gli è mancata troppo spesso la forza mentale, quella capacità di giocare anche per venti minuti in maniera diversa. Purtroppo nel loro talento c’è sempre stata una forte spinta anarchica, che dalla metà campo in su faceva sognare, ma poco si sposava con la concretezza. D’altronde è un fattore che caratterizza la regione Balcanica in generale: una terra dal potenziale enorme, ma mai in pace con se stessa.

Cosa devono prendere e cosa abbandonare dalla loro storia calcistica le squadre dell’ex Jugoslavia oggi?
Tutto e niente. Devono guardare al passato riconoscendovi una storia importante, che merita più visibilità di quella che ha avuto. E prendere le molteplici occasioni che hanno gettato al vento come monito.

Di quale altro popolo calcistico ti piacerebbe scrivere in futuro?
I russi!

SUL COMODINO (o in gabinetto) – Letteratura sportiva da leggere

Da paura deve essere “Sei chiodi storti. Santiago, 1976, la Davis italiana” di Dario Cresto-Dina (66th and 2nd Edizioni) sulla storia di quella Coppa Davis, della nostra Coppa Davis di cui abbiamo solo 26 minuti e 42 secondi di pellicola cilena quasi incapibile.
Approccio differente per la lettura di “91° minuto. Storie, manie e nostalgie nella costruzione dell’immaginario calcistico” di Giacomo Giubilini (Minimum Fax Edizioni) su come il calcio ci guida o ci insegue. Leggendolo capiremo.
Ultimo suggerimento: “Più che un calciatore. L’incredibile storia di Laszlo Kubala” di Lorenzo De Alexandris (Ultra Edizioni). Il nome del tipo nel titolo dice già tanto.

Sforbiciate di Fabrizio Gabrielli

Ho tenuto in salamoia il libro di Fabrizio Gabrielli, “Sforbiciate” per troppo tempo. Non conoscevo Gabrielli, la quarta di copertina non mi diceva quello che avrei trovato dentro, il titolo mi faceva pensare ad un libricino per palati impastati.
Coglione!, questo mi sono esclamato dopo le prime tre righe.
Perché privarsi di questi piaceri per leggere stronzate? Questa anche la prima domanda rivoltami.

Sforbiciate Fabrizio Gabrielli

Il libro di Gabrielli sforbicia la storia del calcio ma, attenzione, mai in orizzontale, bensì seguendo e cercando la terza dimensione. In questo modo, su una superficie troppo volte piatta, fuoriesce, direi sgorga, cultura enciclopedica e istinto narrativo di prim’ordine.
Ecco perché “Sforbiciate” e io che pensavo alle semi-chilene raccontate con tanto di tabellino della partita.
Difficile parlarne per riassumere. Un viaggio tra protagonisti altri della storia calcio, sulle cui sponde rimbalzano traiettorie che comprendono tutto: amore, dolore, passioni. Storie di umanità varia partendo da vari uomini, dal vario sentire e vivere, senza direzione, svariando.
Se devo descrivere in una sola parola il libro, userei proprio il concetto di assenza di direzione, che non conduce verso sorella confusione, ma sulle spalle del bel raccontare.
Forse è un miracolo, ma non so che dire. Potrei parlare di sforbiciate andate a segno.

Il Napoli di Maradona di Bellinazzo-Garanzini

Cosa è stato il Napoli di Maradona? Prima di tutto oggi è diventato un brand auto-referenziato. Mi/vi spiego. Esistono prodotti fisici e dell’immaginario collettivo: una sedia Kartell, la storia del Titanic e una squadra di calcio, il Napoli.

Ad un certo punto nella percorso valoriale di questi oggetti, un plus-valore di senso cambia la consapevolezza che abbiamo del prodotto, ampliandola e di sicuro trasformandola.

Starck disegna una sedia Kartell che diventa in breve tempo una sedia d’arte e non più un prodotto di plastica dura mediamente costoso.
James Cameron gira un film sulla tragedia del Titanic e per tutti il viaggio di quella nave ha iniziato a voler dire molto altro.
Ad un certo punto in una squadra di calcio di medio-basso cabotaggio per la storia del calcio internazionale gioca il miglior giocatore al mondo (di sempre?) e ne cambia le prospettive, oltre che la storia.

Da quel momento il Napoli di Maradona diventa un prodotto ben specifico del nostro immaginario, auto-referenziato appunto, cioè senza il bisogna di pregressi o discorsi sul futuro della sqaudra, legato a doppia mandata alla vita e alla storia della persona che ne ha cambiato completamente il senso.

Un po’ di semantica da bar per dire che il titolo del libro di Garanzini e Bellinazzo è centrato non soltanto per quel che riguarda il tema e lo sviluppo, giornalisticamente perfetto grazie all’incrocio mai banale di cronaca, aneddotistica e lavoro di fino sui protagonisti, ma anche per il titolo (quanto sono importanti lo sa solo ISBN, non è vero anche altri), perfetto marchio a questo punto insuperabile (perché in pieno focus semantico) per qualsiasi altro libro sul tema.

A proposito. Ma tra venti anni scriveremo il Barcellona di Messi?

"Pablito Mon Amour" di Davide Golin

L’amore per i miti d’infanzia è come le aziende (e il marketing ce lo spiega benissimo). La fase di start up è quella più affascinante, si scopre il mondo del nostro uomo (o donna, per quelli che sono già un passo più avanti) e si pesca a piene mani nei nostri desideri primordiali, che si sintetizzano in: “Vorrei diventare come lui”. La fase di ascesa poi tocca l’acme quando, da ragazzini, abbiamo esperienza in qualche modo del nostro mito; lo incontriamo per strada, guardiamo una sua performance e pensiamo che la stia realizzando per noi, litighiamo con qualche compagno di banco perché lui tiene per l’avversario diretto. Questa è la fase del matrimonio con il proprio mito, sincero e indimenticabile per il resto della vita. Arriva poi una fase di stabile maturità nei rapporti con il nostro, ne seguiamo le gesta ma ci rendiamo conto che è troppo anche degli altri per non allontanarsi un po’, e con i 14 anni inizia la fase di declino; lui ormai non gioca più come prima o non fa più gli stessi dischi del suo primo periodo, noi abbiamo conosciuto altri mondi e siamo partiti per altri lidi, iniziamo a pensare di conoscere troppo bene le cose del mondo per essere ancora pazzi di qualcuno.
Il processo completo spesso ce lo raccontiamo, con nostalgico imbarazzo.
Davide Golin, nel suo Pablito Mon amour edito da NoReply Edizioni racconta questa piccola-grande storia che ci accomuna, noi mortali che sogniamo l’immortalità della fama.
Essendo così diffuse, di storie come queste sono piene gli scaffali, ma Golin, grazie alla sua leggerezza vissuta e non immaginata, riesce a dire qualcosa di nuovo. Non so se volutamente, ma lo stille, i richiami al mondo giovanile del periodo e soprattutto il ritmo narrativo della storia personale che si confonde con quella pubblica, richiama tantissimo un libro che del genere potremmo dire ormai (a loro insaputa, magari) è un riferimento, “Juve, Inter, Milan? Meglio il Foggia”, del collettivo Lobanovski, da poco riedito con grande arguzia da Bradipolibri.
Come il libro del collettivo foggiano, i rimbalzi della storia tra Golin e Paolo Rossi parlano di molte cose: un luogo che viene scoperto, insieme ad una nazione, una realtà che viene vissuta, senza le remore da videogioco di cui oggi i ragazzini sono pieni, una storia d’amore vera e propria, perché pensare e palpitare per qualcuno/qualcosa è amore, per fortuna.
Una cosa che Golin sa fare perfettamente è usare i sentimenti. Non si abbandona all’ode dei tempi passati, quando i giovani “incanalavano il loro furore verso il meglio”, ma parla della sua storia con gli occhi di oggi, di quello che è diventato e siamo diventati, senza dirci in continuazione: “Eh prima… era tutta un’altra cosa”.
Quello che lui ha vissuto con Paolo Rossi lo sta vivendo qualcuno oggi per Pato e Cavani, e la faccia da neonato di Pablito rispetto a quelle robotizzate degli altri due non sottintende per forza un sentimento più vero e puro.
Da leggere e ricordare i passi della storia personale trafitti da stralci di interviste e articoli, un bel modo per mischiare saggio e romanzo, senza far disperdere il filo narrativo.