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ALL’ULTIMO RESPIRO. STORIE DI MIRACOLI IN ZONA CESARINI. INTERVISTA A SERGIO TACCONE

Ti crea più dolore subire un gol all’ultimo minuto o felicità vederne segnare uno dalla tua squadra?


Più gioia, non c’è dubbio. Ma sono le due facce della stessa medaglia: felicità e dolore. Una rete nel finale della tua squadra del cuore libera nella tua mente tante energie positive. Dopo un gol di Vinicio Verza, in un derby milanese del 1985, per la gioia lessi tutto il Don Chisciotte, ovviamente in una versione adattata per la scuola media. Non avevo ancora compiuto tredici anni.

Qual è per te il più “cesarinesco” dei gol in zona Cesarini. Devi sceglierne uno.


È un autogol: quello propiziato da Maurizio Ganz nel maggio 1999, a San Siro, in un Milan-Sampdoria conclusosi 3-2. Quando il sogno scudetto rossonero sembrava ormai svanito quella deviazione del difensore blucerchiato Castellini rimise in corsa il Milan che alla penultima giornata riuscì ad effettuare il sorpasso sulla Lazio e vincere il titolo.

Tu racconti spesso il calcio tra la fine degli anni ’70 e inizio ’80. Tre cose che aveva quel calcio che adesso non trovi.


L’emozione delle partite giocate in simultanea che aumentava l’adrenalina. Gli spazi per il racconto erano molto più ampi di oggi. Ci sono pezzi di partite degli anni ‘70 e ‘80 che sono delle vere e proprie perle di giornalismo e narrazione. Sono molto legato alle annate del Guerin Sportivo tra il 1978 e il 1987: numeri meravigliosi con veri fuoriclasse del giornalismo. Oggi la tv ha fagocitato quasi tutto anche se restano delle oasi per raccontare le “storie di cuoio” in un certo modo. Una di queste è la pagina sportiva del quotidiano Avvenire. La terza cosa che aveva il calcio degli anni ’70 – inizio ’80 è la presenza di grandi campioni e con un tasso tecnico generale più elevato. Ne cito tre su tutti: Rivera, Platini e Maradona, il più grande.

Tre cose di bello che invece ha il calcio di oggi ha rispetto a quello ’70-‘80


La possibilità di avere con estrema facilità informazioni, pur con i rischi del caso. Vedasi il fenomeno delle fake news e del sensazionalismo che oggi è molto più diffuso di ieri. Le opportunità sono più ampie, prendiamo quella che un tempo era la Coppa dei Campioni: oggi partecipano anche squadre che negli anni ‘70 e ‘80 avrebbero fatto la Coppa Uefa che era una signora competizione. La terza cosa bella rimanda al passato: la possibilità di avere a portata di clic un archivio sconfinato di immagini e video. Cose impensabili in passato.

Ami tanto anche il calcio di provincia. C’è un eroe del tuo territorio che pochi conoscono. Cosa lo ha contraddistinto?


Nei miei racconti del futbol di provincia, che dieci anni fa ho raggruppato in un libro, parlo spesso di Antonio Giuliano, siciliano della provincia di Siracusa come me. Uno che avrebbe potuto fare il grande salto. A metà degli anni ‘80 lo cercarono anche un paio di società di serie A. Ha preferito lasciare il calcio per avere più tempo libero. Aveva classe e grandi potenzialità. Soriano lo avrebbe inserito nel ristretto gruppo di calciatori che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci spazio. I poeti del gioco.

Su quale personaggio dello sport scriveresti un libro?

Su Rob Rensenbrink. Mi interessa il tema della “gloria sfiorata”, dei secondi che sono arrivati ad un passo dall’obiettivo senza afferrarlo e che rischiano di finire nell’oblio. Nel caso dell’olandese questa distanza misurò pochissimi centimetri. Quel palo nella zona Cesarini della finale mondiale ’78 marcò la differenza tra l’apoteosi e la delusione. 

Quali sono per te i tre libri di letteratura sportiva da leggere a tutti i costi?


“Ribelli, sognatori e fuggitivi” di Osvaldo Soriano, “Splendori e miserie del gioco del calcio” di Eduardo Galeano e uno recentissimo: “1899 Milan le storie” del quartetto Cervi, Ansani, Sacco, Sanfilippo. Ma l’elenco dei libri imprescindibili è molto lungo e non comprende solo il calcio.

“CRISTIANO RONALDO” DI FABRIZIO GABRIELLI. RECENSIONE

Già con “Sforbiciate” del 2012 chi aveva letto Fabrizio Gabrielli lo aveva trovato di frontiera nel panorama della letteratura sportiva italiana. Oggi con il suo nuovo “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale”, pubblicato da 66thand2nd, è evidente la posa di un mattone fondativo per una nuova scrittura sportiva nel nostro Paese, che si richiama ad echi USA per l’approccio giornalistico e sudamericani per alcune atmosfere, ma che è diventata matura e perfettamente autonoma.
Il sottotitolo descrive subito di chi stiamo parlando. Mettere insieme gli aggettivi “intimo” e “globale” apre appunto al concetto di glocalità, che Cristiano Ronaldo rispecchia in quanto i suoi due perni logistici, Madeira e il pianeta, sono sempre presenti, anche nell’assenza poi fisica del mito, perché una mitologia contemporanea non ha bisogno di territorialità esibita, ma solo di punti di partenza e ripartenza continui, così come la carriera di CR7 ha dimostrato.


Gabrielli mescola antropologia, sociologia, psicologia, studi aziendali e letteratura per tirare fuori qualcosa che attraverso il soggetto narrativo CR7 è quasi impossibile, ovvero l’epica. La distanza da Messi, per fare l’esempio ancora esibente (andare su Pelé, Maradona e gli altri è fin troppo facile), è chiara. L’argentino ispira narrazioni mitopoietiche legate ai grandi temi letterari (prima di tutto il minus fisico con cui da sempre lotta per raggiungere il traguardo), mentre Cristiano Ronaldo ha dalla sua una perfezione raggelante da un punto di vista narrativo, che lo storytelling che lo accompagna cerca di ammorbidire grazie ai record e i numeri.
Gabrielli invece, scavando nel profondo più assoluto della sua storia e delle sue azioni (ed è qui che entra in scena la parte giornalistica, perfettamente incastrata nella narrazione), ne strappa faticosamente l’essenza epica, riuscendo quasi miracolosamente a prendere i record, ripulirli dalla sfida all’impossibile (che ha rotto le palle) e riconvertire tutto in una dimensione umana troppo umana della determinazione assoluta costruita passo dopo passo (con la biografia del personaggio che sa scorrere senza frenate), capace di avvicinarcelo e rendercelo più nostro.

Ma l’autore non si ferma a questo livello, lo dipinge anche per quello che chiaramente è, ovvero un brand cardine del capitalismo avanzato. Lo è per due motivi: il primo sono i numeri di cui sopra, che oggi muovono ogni scelta e desiderio. L’ossessione calcolatoria delle aziende contemporanee è evidente. Ogni giorno i numeri guidano un percorso, rassicurano investitori, creano immagine, avvicinano persone. Ci interessiamo e poi ci leghiamo ai brand per la loro rassicurante potenza numerica, spesso tralasciando aspetti intrinseci a quello che stiamo comprando. Cristiano Ronaldo ha un popolo di followers che si beano della potenza dei numeri, incontrovertibile e decisiva.
Ma c’è anche un altro aspetto, che Gabrielli chiama esperienza-Ronaldo. Guardarlo, dal vivo o in televisione, rientra in un’altra dimensione fondamentale dei brand contemporanei, ovvero il marketing esperienziale. Oggi solo se forzosamente costretti dalle evidenze compriamo oggetti utili, oggi la nostra scelta va sempre verso oggetti esperienziali (parlo anche dell’aspirapolvere, non soltanto di un viaggio), con i quali poi possiamo riflettere internamente ed esternamente un’immagine di noi stessi soprattutto sui social media. Comprare Cristiano Ronaldo oggi rientra in questa categoria e ci riesce perché non è solo un calciatore che realizza performance particolarmente positive (saremmo ancora nella sfera dell’utilità, come per l’aspirapolvere di qualità), ma perché si prende totalmente in carico la parabola dell’eroe e la possibilità di guidare il futuro, i due principi cardine del marketing esperienziale secondo un’ottica di sociologia dei consumi.

Cristiano Ronaldo è il presente, ma con lunghi fasci di luce che vanno verso il futuro anche per la sua connaturata sfida al piacere, più che per la vittoria. I discorsi sul “dover piacere” ingolfano i giornali e gli scaffali delle librerie e Cristiano Ronaldo, lo spiega perfettamente Gabrielli, ne è un avamposto in quanto colora tutta la sua esistenza di continui e nuovi desideri, di fronte ai quali tifare contro è anche meschino. E per raggiungerli non sceglie strade difficilmente decifrabili, ma semplicemente la voglia di farcela, ad ogni costo, contro ogni pregiudizio (e vincere con una squadra di un campionato ormai minore, come quello italiano, ne è un segnale), per compattare intorno a lui un popolo di seguaci che aspirano al piacere definitivo del loro mito.
Mi fermo qui, potrei scrivere per altre tre ore perché Fabrizio Gabrielli riesce in ogni pagina ad aggiungere un elemento, a colorare un pensiero, a mettere il seme di una discussione. L’ultima volta che avevo letto una cosa del genere in Italia era stata il “Barça” di Modeo. Da questi due esempi (a cui aggiungerei almeno Iervolino) è possibile pensare, riprendendo l’incipit, ad una nuova (io direi anche “vera”, guarda un po’) scrittura sportiva italiana, che sa cosa prendere dalla letterarietà breriana e dal cronachismo metaforizzante di Arpino, ma che è fin dall’approccio aperta a stimoli diversi, così da diventare una “cosa” chiara e viva.

LA STORIA DEL CALCIO IN 50 RITRATTI. INTERVISTA A PAOLO CONDÒ

Coloro che raccontano la storia del calcio si dividono fra chi crede che la crescita evolutiva sia dovuta soprattutto alle idee, regolamentari e tattiche in primo luogo e altri invece che ne descrivono i momenti salienti, parlando soprattutto dei calciatori, del loro corpo e del loro talento. Tu da che parte stai?

Non scelgo una strada fra le due, per me entrambe hanno la stessa rilevanza. Quando ad esempio studi il calcio totale, lo consideri un momento di storia e poi lo vedi rispuntare a distanza di 20 anni, prima al Milan e poi al Barcellona, capisci l’importanza delle idee nella storia del calcio. Ma dall’altro punto di vista è indubbio che tipo di acceleratore sono anche le singole personalità. Ti faccio l’esempio della politica: quanto è stato importante per la storia il movimento politico cubano? Ma allo stesso tempo quanto sono state fondamentali per la sua diffusione le sue icone, Fidel Castro e Che Guevara?
Ogni rivoluzione quindi deve avere una faccia e nello sport un corpo, perché è il corpo che innesca e accompagna una rivoluzione. Una volta in Gazzetta cronometrammo quanto tempo aveva il regista offensivo di costruire l’azione nel corso del tempo. Rivera aveva 4 secondi, prima di essere attaccato da un avversario. Maradona ne aveva 1 e già lo attaccavano quasi sempre in due. Oggi Frenkie de Jong ha detto in un’intervista che lui ha già tutto chiaro in testa prima che il pallone gli arrivi, perché sa già che l’intera squadra avversaria si muove in relazione a quello che sta per fare. I corpi devono per forza cambiare insieme alle idee.

I calciatori che hai scelto per il tuo libro sono lì anche perché hanno innescato momenti fondamentali per la storia del calcio. Qual è, fra gli altri, il tuo momento decisivo?

Per me l’Olanda dell’inizio degli anni ’70. Modeo ne ha perfettamente ha raccontato l’albero genealogico nel suo “Il Barca”. È un momento fondamentale perché fa la rivoluzione copernicana del calcio e costringe tutti, italiani compresi, ad evolvere nelle idee e nella preparazione atletica. Poi certo che c’erano i campioni, questo è ovvio. Non ho mai visto una squadra, tranne forse il Leicester di Ranieri, vincere senza campioni. Sono poi loro che mettono in pratica le idee attraverso i loro incredibili corpi.

Guardi un calciatore per la prima volta. Cosa cerchi prima, la straordinarietà fisica o l’eccezionalità cerebrale?

Qualche cosa che lo distingue e che me lo faccia restare in testa. La vita è fatta di 24 ore e sportivamente parlando devo fare delle rinunce. Seguo Serie A, Champions League, gran parte dei campionati esteri, ma per esempio non so nulla della Serie B. Per questo motivo, appena una squadra sale in A ho uno sguardo vergine su quasi tutti i calciatori che ne fanno parte e in quel caso faccio le mie valutazioni. L’ultimo che mi ha detto qualcosa di nuovo e speciale è ad esempio Falco del Lecce, visto alla prima di campionato contro l’Inter. In primo luogo infatti io guardo l’abilità tecnica, che resta sempre il primo motivo per cui il calcio è anche uno spettacolo. Poi approfondisci, per capire se ha anche altro.

Forster Wallace scrive: “Gli atleti sanno fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose.” Chi ti ha fatto sognare più di altri?

Le scoperte, come la prima volta che ho visto Messi ad esempio, momento bellissimo. Era in una partita di Liga, forse contro il Getafe, l’anno che si concluse con la vittoria della Champions League del Barcellona nel 2006. Un altro calciatore visto per 15 minuti e che mi ha fatto subito sognare è stato Iniesta. Non ti nego che ho avuto anche momenti di cecità clamorosi. Mi portarono a vedere Batistuta quando giocava nel Boca e io dissi che onestamente non avevo visto niente di particolare. Bati invece era molto diverso da tutti gli altri. Come tutti i giornalisti mi piace il concetto di esclusività e l’idea di esserci arrivato prima degli altri.

Su quale fra i 50 che hai scelto per il tuo libro scriveresti un saggio? Su chi invece scriveresti un romanzo?

Il romanzo sui tre del Real Madrid, Di Stefano, Puskas e Gento. Nel libro racconto di Di Stefano e Gento il giorno in cui al Bernabeu si ricordava Puskas morto da poco. I due si diedero la mano, anche se l’argentino non poteva alzarsi perché era già malandato. In quel momento ho visto e capito cosa significa la gloria. Quello che resta alla fine di tutto è sempre la gloria e loro ce l’avevano addosso. Un saggio invece lo scriverei su Marco van Basten, una sorta di James Dean del calcio, di cui abbiamo goduto per troppo poco tempo.  

Fra 20 anni fai un altro top 50. Quale calciatore giovane pensi ci finisca dentro?

Oggi ti dico Joao Felix, che fa delle cose diverse dagli altri. Mi piacciono anche Jadon Sancho, Havertz, Sané, che a me piace tantissimo, Donnarumma è un portiere che potrebbe avere una grande carriera. In futuro però credo che non si possano non inserire Jorge Mendes e Raiola, se vuoi considerare davvero tutti gli elementi del calcio contemporaneo. La grande rinuncia che ho fatto per questo libro invece è stata Jurgen Klopp, uno che ha aggiunto qualche cosa di nuovo tatticamente, il gegenpressing in primo luogo, e anche per atteggiamento. Il suo spirito allegro, in mezzo ad allenatori che sembrano tutti intenti a scoprire la fissione nucleare. Sono convinto che questo atteggiamento segnerà il futuro. Perché chi vince viene sempre seguito.

L’ultima domanda è sulla Nazionale e il calcio italiano in generale. La prima cosa che manca sono i soldi, i calciatori o le idee?

Manca il coraggio di far giocare i giovani italiani. Mancini, che è un grande, convoca Zaniolo, che ancora non ha esordito in Serie A. Quello è un urlo, un sorta di SVEGLIAA!  urlato agli allenatori italiani. In Italia i talenti ci sono. Guarda Castrovilli ad esempio. A me l’idea dei numeri fissi per far giocare gli italiani giovani mi è sempre piaciuta. Magari è inattuabile, ma è un regola che non cambierebbe la bellezza dei campionati e servirebbe solo a costruire in tutti i paesi del mondo tanti nuovi giovani campioni.

LA PARTITA. INTERVISTA A PIERO TRELLINI

Piero, hai azzeccato prima di tutto il titolo. Nonostante sia solo “una” partita durante quel cammino mondiale, quella è “La” partita per una generazione, oltre che per un gruppo di calciatori. Cosa c’è per te dentro quel titolo?

C’è l’unica partita possibile. Ma è una visione assolutamente personale. Di chi segue la realtà, la storia e, in questo caso, il calcio con approcci assolutamente soggettivi e quindi discutibili. È un’assolutezza relativa. Ma il merito di quella scelta va spartito. Perché quel titolo per me racconta un’altra storia di circolarità. Quando finii il libro scrissi una lettera a Giovanni Francesio, l’attuale responsabile della narrativa di Mondadori, che diceva pressappoco: “Se mai La partita avrà un editore, probabilmente tu saresti l’unico possibile”. Poi accaddero altri fatti e non la spedii. In seguito quel titolo è cambiato più volte. Finché poi il libro è finito proprio nelle mani di Francesio, persona meravigliosa, che, senza sapere la storia, ha proposto il titolo “La partita”. Il destino non esiste ma è bello vedere il caso cosa riesce a combinare. A volte è in grado di muoversi perfettamente, come su una partitura. Quel titolo e quell’editor c’erano già prima ancora di esistere.

“La partita” è un’opera a strati e linee incrociate. Hai scelto questa struttura per un motivo di accumulo documentale da sviluppare o tutto era nato già secondo questa idea strutturale?

Avevo notato che quei novanta minuti conducevano sempre a punti fermi, senza particolari variazioni sul tema. Sapevo che la partita del Sarrià era già una storia perfetta e io non avevo alcuna intenzione di stravolgerla, semplicemente volevo raccontarla a modo mio. Tra gli elementi della partita ce ne erano molti che ai miei occhi apparivano affascinanti. A volte erano semplici istanti, apparentemente insignificanti ma mi sembrava fossero stati fin dal principio trascurati. E ho sentito il bisogno di dilatarli. Ciò che più mi premeva, però, era ricostruire le vicende nascoste dietro ciascun aspetto, anche inanimato, per ricercarne non tanto le cause quanto le origini. Per poterci riuscire lucidamente ho fissato due parametri: lo spazio e il tempo. Il primo mi ha aiutato a capire quali fossero gli elementi (il prato, un pallone, due squadre, un arbitro, dei tecnici; intorno a loro cartelloni pubblicitari, fotografi, cameraman, giornalisti, personalità, etc. ), il secondo da dove questi provenissero. Ho quindi accumulato materiali che ho poi organizzato per livelli (umano, politico, sportivo, giornalistico, tecnico, filosofico, scientifico, sociologico, etc.), in seguito ho creato mappe e ho iniziato a incrociare i dati. Naturalmente ho battuto molte strade e montato più volte le singole storie. Finché, per compensare la complessità data dal numero delle storie, ho rinunciato a una versione caleidoscopica in favore di una impostazione più rettilinea, ordinata secondo una logica temporalmente lineare all’interno della quale i singoli filoni narrativi sono tra loro alternati.

Sottintendi spesso che quella partita e l’universo che gli gira intorno cambiano il calcio e lo sport in generale. Perché pensi che quell’evento scateni effetti così potenti? E qual è l’effetto che ancora oggi perdura con forza?

Italia-Brasile non fu il giorno in cui il calcio è morto, come disse Zico in seguito, ma quello in cui scomparve una certa ingenuità Non fu solo un cambiamento tattico, ma anche una trasformazione nei valori. La partita è anche ciò che esiste attorno ad essa: la politica, gli affari, il marketing, gli sponsor. Nel giro di poco tutte le stelle di quella partita (Zico, Socrates, Cerezo, Junior) e di quel Mundial, (Maradona, Rumenigge, Boniek e Platini) si precipitarono a giocare in Italia trasformando il nostro campionato nel più bello del mondo. Ma così cambiò tutto. Il calcio perse, se non la sua innocenza, che forse non aveva mai avuto, la sua spontaneità. E si trasformò in spettacolo, business, maniera in nome delle tre esse: stelle, schemi e sponsor. Le partite vennero dilatate, i numeri di maglia esplosi, i muscoli dei giocatori gonfiati e i cori preconfezionati.

Il libro è anche un’antologia di grandi personaggi e le loro storie. C’è qualcuno che è rimasto fuori dal grande discorso su Italia-Brasile ’82?

I personaggi sono già frutto di scelte arbitrarie. Se, ad esempio, tra i giornalisti italiani parlo prevalentemente di Brera, Soldati, Arpino, Del Buono, Cancogni, Sconcerti, Pastorin e Cucci scelgo di non parlare di altri. Pertanto molti, in nome di questa arbitrarietà, sono rimasti fuori. Io ho provato ad essere esaustivo nella scelta dei mondi da rappresentare: il calcio, il business, il potere, la stampa, la politica, etc. creando poi dei sottoinsiemi. Ma nel vaglio degli elementi primari, uomini e cose, ho dovuto fare una selezione. Il risultato di questa poi è stato saggiamente falciato dalle varie sessioni di editing, pertanto alcuni filoni, molte vicende e numerosi personaggi sono scomparsi dalla storia finale. Ma può essere che un giorno torneranno in vita.

A fine libro scrivi che tutto nasce anche da una mania, nata per l’emozione che ti ha dato quel match. Questa mania ti ha fatto accumulare informazioni e cose che la riguardavano. Dopo questo libro, la mania si è almeno in parte placata oppure c’è sempre qualcos’altro da sapere e far conoscere?

Se per mania intendiamo idea ossessiva, la partita non è l’unica che ho avuto nella testa in questi anni. A livello di eventi eclatanti, come molti della mia generazione sono naturalmente rimasto impressionato dalla vicenda di Moro, dal crollo del muro di Berlino o dall’11 settembre. Ma anche, in generale, dalle guerre persiane, dalle persecuzioni di Salem, dal tardo Medioevo, da Reagan e Gobiaciov, da Woodstock, da Pollock, da Masaccio, da Kafka, da Fitzgerald, da “2001” di Kubrick o “Vertigo” di Hitchcock e da molti altri. Poi ci sono tante storie infinitamente piccole. Mi interessano soprattutto i momenti di svolta, in particolar modo quelli impercettibili, spesso casuali. L’ossessività per me è un approccio. Ti porta a non essere sazio, a chiederti “i perché dei perché”. A scoprire cose forse inutili come il numero di matricola dell’orologio Seiko di Klein o la marca che lega il percorso della palla dal piede di Cerezo a quello di Rossi nel gol del 2-1. È un approccio estremo, totalizzante, teso all’onniscienza ma sempre umanamente arbitrario. Pertanto difettoso. Scrivere però aiuta a placarla. L’area ridotta di un libro impone un limite di spazio, nel contenuto, e di tempo, nella scadenza, che obbliga a chiudere l’impresa. Ad abbandonarla. Resta sempre qualcosa nella testa e quindi, rispondendo, c’è sempre altro da voler raccontare, ma, fortunatamente, se si entra nell’assemblaggio di una ossessione successiva, il gesto spasmodico, per quanto continui a esistere, in parte si rasserena.

Su quale personaggio di Italia-Brasile 1982 faresti uno spin-off book?

Probabilmente non su un calciatore.

Il passatismo è per i poveri di spirito. Ma per te ci potrà mai essere in futuro di nuovo “La partita” per un’altra generazione, oppure il calcio ormai non ha più quella forza sociale che aveva nel 1982?

Ognuno vive i miti della propria epoca con le proporzioni indotte da questa. Sicuramente continueranno a esistere bambini capaci di restare segnati da una partita. Ma con le modalità imposte dal contesto nel quale vivranno quell’esperienza. È difficile, ad esempio, che oggi si possa parlare di spontaneità. Perché questa è agonizzante. Vedere una stella del calcio o un primo ministro che parlano con la mano davanti alla bocca è già significativo. Lo stesso vale per le reazioni plateali e innaturali delle simulazioni o le esultanze studiate a tavolino. Al fischio finale di Italia-Brasile c’è una scena semplice e bellissima. Undici giocatori alzano contemporaneamente le braccia al cielo. Le stesse sollevate da Rossi, Socrates e Falcao durante la partita. Perché questo farebbe un bambino. Mentre la coreografia di una esultanza o la platealità per una gomitata che non c’è stata fanno parte del repertorio di un attore. E se reciti non sei autentico. Ma questo è il mondo oggi. Per questo parlo di parametri. Perché se da un lato la prima vittima è proprio il giocatore, costretto a perdere la sua istintiva spontaneità in nome di linee sommerse dettate dal marketing, dall’altro ci sono gli spettatori, testimoni ordinari di vite artefatte su tutti i fronti, dai social ai reality. La finzione, l’apparenza, la malizia sono nuovi valori, nel senso che sono ormai universalmente accettati. E quindi emulabili. Lo dico senza giudizio alcuno. I nuovi protocolli imposti da chi è in scena uccidono la possibilità di assistere a una rappresentazione sentita, passionale, emozionante e autentica. La spontaneità perduta, invece, non mascherava, anzi, metteva in luce una verità. Italia -Brasile è stato uno spettacolo autentico e in quanto tale è potuto diventare, al di là dell’impresa, una esperienza totalizzante, portatrice di valori, esempi e modelli, con grandi storie di solidarietà e riconoscenza, nessuna simulazione, un gioco pulito, neanche una palla spazzata via e avversari che passavano il pallone in caso di rimessa. Oggi inevitabilmente il fair play si è ridotto a categoria finanziaria, i calciatori hanno un modo di giocare più furbo, hanno imparato a cadere, a simulare, a ostentare dolore e a contestare la volontà dell’arbitro. Una totale assenza di sportività che non può non creare disamore in chi ha visto quello che esisteva prima. Perché anche l’emozione ha le sue regole. Quando, ventiquattro anni dopo il Mundial, Grosso segnò quel gol incredibile contro la Germania fu forse l’unico momento veramente emozionante del mondiale 2006. E fu bello anche perché scuotendo la testa urlò “Non è vero, non ci credo”, una frase che rispecchiava la spontaneità di un giocatore che fino a qualche anno prima giocava in serie C1. Questo dovrebbe essere il bello del calcio. La possibilità della favola. Poi però quando la squadra vinse il mondiale ci accorgemmo che, nell’insieme, quei giocatori erano molto diversi dai campioni del 1982, perché l’Italia e il mondo erano ormai cambiati. Gli azzurri di Bearzot, celebrazioni al Quirinale a parte, festeggiarono intimamente tenendosi dentro una gioia che, come fece capire Zoff, si sarebbe sporcata nell’ostentazione. Al Circo Massimo, invece, i giocatori di Lippi ostentarono i loro corpi come gladiatori e allora fu definitivamente chiaro per tutti che, semplicemente, era passata una generazione. Per questo tutti quelli che hanno vissuto il Mundial diranno sempre: “Nel 1982 fu un’altra cosa”. Fu davvero un’altra cosa. Ma il mondo cambia ed è naturale che sia così. Nel bene e nel male. Ci sarà “La partita” per un’altra generazione. Abiterà in un altro mondo e sarà portatrice di altri valori.