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LA STORIA DEL CALCIO IN 50 RITRATTI. INTERVISTA A PAOLO CONDÒ

Coloro che raccontano la storia del calcio si dividono fra chi crede che la crescita evolutiva sia dovuta soprattutto alle idee, regolamentari e tattiche in primo luogo e altri invece che ne descrivono i momenti salienti, parlando soprattutto dei calciatori, del loro corpo e del loro talento. Tu da che parte stai?

Non scelgo una strada fra le due, per me entrambe hanno la stessa rilevanza. Quando ad esempio studi il calcio totale, lo consideri un momento di storia e poi lo vedi rispuntare a distanza di 20 anni, prima al Milan e poi al Barcellona, capisci l’importanza delle idee nella storia del calcio. Ma dall’altro punto di vista è indubbio che tipo di acceleratore sono anche le singole personalità. Ti faccio l’esempio della politica: quanto è stato importante per la storia il movimento politico cubano? Ma allo stesso tempo quanto sono state fondamentali per la sua diffusione le sue icone, Fidel Castro e Che Guevara?
Ogni rivoluzione quindi deve avere una faccia e nello sport un corpo, perché è il corpo che innesca e accompagna una rivoluzione. Una volta in Gazzetta cronometrammo quanto tempo aveva il regista offensivo di costruire l’azione nel corso del tempo. Rivera aveva 4 secondi, prima di essere attaccato da un avversario. Maradona ne aveva 1 e già lo attaccavano quasi sempre in due. Oggi Frenkie de Jong ha detto in un’intervista che lui ha già tutto chiaro in testa prima che il pallone gli arrivi, perché sa già che l’intera squadra avversaria si muove in relazione a quello che sta per fare. I corpi devono per forza cambiare insieme alle idee.

I calciatori che hai scelto per il tuo libro sono lì anche perché hanno innescato momenti fondamentali per la storia del calcio. Qual è, fra gli altri, il tuo momento decisivo?

Per me l’Olanda dell’inizio degli anni ’70. Modeo ne ha perfettamente ha raccontato l’albero genealogico nel suo “Il Barca”. È un momento fondamentale perché fa la rivoluzione copernicana del calcio e costringe tutti, italiani compresi, ad evolvere nelle idee e nella preparazione atletica. Poi certo che c’erano i campioni, questo è ovvio. Non ho mai visto una squadra, tranne forse il Leicester di Ranieri, vincere senza campioni. Sono poi loro che mettono in pratica le idee attraverso i loro incredibili corpi.

Guardi un calciatore per la prima volta. Cosa cerchi prima, la straordinarietà fisica o l’eccezionalità cerebrale?

Qualche cosa che lo distingue e che me lo faccia restare in testa. La vita è fatta di 24 ore e sportivamente parlando devo fare delle rinunce. Seguo Serie A, Champions League, gran parte dei campionati esteri, ma per esempio non so nulla della Serie B. Per questo motivo, appena una squadra sale in A ho uno sguardo vergine su quasi tutti i calciatori che ne fanno parte e in quel caso faccio le mie valutazioni. L’ultimo che mi ha detto qualcosa di nuovo e speciale è ad esempio Falco del Lecce, visto alla prima di campionato contro l’Inter. In primo luogo infatti io guardo l’abilità tecnica, che resta sempre il primo motivo per cui il calcio è anche uno spettacolo. Poi approfondisci, per capire se ha anche altro.

Forster Wallace scrive: “Gli atleti sanno fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose.” Chi ti ha fatto sognare più di altri?

Le scoperte, come la prima volta che ho visto Messi ad esempio, momento bellissimo. Era in una partita di Liga, forse contro il Getafe, l’anno che si concluse con la vittoria della Champions League del Barcellona nel 2006. Un altro calciatore visto per 15 minuti e che mi ha fatto subito sognare è stato Iniesta. Non ti nego che ho avuto anche momenti di cecità clamorosi. Mi portarono a vedere Batistuta quando giocava nel Boca e io dissi che onestamente non avevo visto niente di particolare. Bati invece era molto diverso da tutti gli altri. Come tutti i giornalisti mi piace il concetto di esclusività e l’idea di esserci arrivato prima degli altri.

Su quale fra i 50 che hai scelto per il tuo libro scriveresti un saggio? Su chi invece scriveresti un romanzo?

Il romanzo sui tre del Real Madrid, Di Stefano, Puskas e Gento. Nel libro racconto di Di Stefano e Gento il giorno in cui al Bernabeu si ricordava Puskas morto da poco. I due si diedero la mano, anche se l’argentino non poteva alzarsi perché era già malandato. In quel momento ho visto e capito cosa significa la gloria. Quello che resta alla fine di tutto è sempre la gloria e loro ce l’avevano addosso. Un saggio invece lo scriverei su Marco van Basten, una sorta di James Dean del calcio, di cui abbiamo goduto per troppo poco tempo.  

Fra 20 anni fai un altro top 50. Quale calciatore giovane pensi ci finisca dentro?

Oggi ti dico Joao Felix, che fa delle cose diverse dagli altri. Mi piacciono anche Jadon Sancho, Havertz, Sané, che a me piace tantissimo, Donnarumma è un portiere che potrebbe avere una grande carriera. In futuro però credo che non si possano non inserire Jorge Mendes e Raiola, se vuoi considerare davvero tutti gli elementi del calcio contemporaneo. La grande rinuncia che ho fatto per questo libro invece è stata Jurgen Klopp, uno che ha aggiunto qualche cosa di nuovo tatticamente, il gegenpressing in primo luogo, e anche per atteggiamento. Il suo spirito allegro, in mezzo ad allenatori che sembrano tutti intenti a scoprire la fissione nucleare. Sono convinto che questo atteggiamento segnerà il futuro. Perché chi vince viene sempre seguito.

L’ultima domanda è sulla Nazionale e il calcio italiano in generale. La prima cosa che manca sono i soldi, i calciatori o le idee?

Manca il coraggio di far giocare i giovani italiani. Mancini, che è un grande, convoca Zaniolo, che ancora non ha esordito in Serie A. Quello è un urlo, un sorta di SVEGLIAA!  urlato agli allenatori italiani. In Italia i talenti ci sono. Guarda Castrovilli ad esempio. A me l’idea dei numeri fissi per far giocare gli italiani giovani mi è sempre piaciuta. Magari è inattuabile, ma è un regola che non cambierebbe la bellezza dei campionati e servirebbe solo a costruire in tutti i paesi del mondo tanti nuovi giovani campioni.

LA PARTITA. INTERVISTA A PIERO TRELLINI

Piero, hai azzeccato prima di tutto il titolo. Nonostante sia solo “una” partita durante quel cammino mondiale, quella è “La” partita per una generazione, oltre che per un gruppo di calciatori. Cosa c’è per te dentro quel titolo?

C’è l’unica partita possibile. Ma è una visione assolutamente personale. Di chi segue la realtà, la storia e, in questo caso, il calcio con approcci assolutamente soggettivi e quindi discutibili. È un’assolutezza relativa. Ma il merito di quella scelta va spartito. Perché quel titolo per me racconta un’altra storia di circolarità. Quando finii il libro scrissi una lettera a Giovanni Francesio, l’attuale responsabile della narrativa di Mondadori, che diceva pressappoco: “Se mai La partita avrà un editore, probabilmente tu saresti l’unico possibile”. Poi accaddero altri fatti e non la spedii. In seguito quel titolo è cambiato più volte. Finché poi il libro è finito proprio nelle mani di Francesio, persona meravigliosa, che, senza sapere la storia, ha proposto il titolo “La partita”. Il destino non esiste ma è bello vedere il caso cosa riesce a combinare. A volte è in grado di muoversi perfettamente, come su una partitura. Quel titolo e quell’editor c’erano già prima ancora di esistere.

“La partita” è un’opera a strati e linee incrociate. Hai scelto questa struttura per un motivo di accumulo documentale da sviluppare o tutto era nato già secondo questa idea strutturale?

Avevo notato che quei novanta minuti conducevano sempre a punti fermi, senza particolari variazioni sul tema. Sapevo che la partita del Sarrià era già una storia perfetta e io non avevo alcuna intenzione di stravolgerla, semplicemente volevo raccontarla a modo mio. Tra gli elementi della partita ce ne erano molti che ai miei occhi apparivano affascinanti. A volte erano semplici istanti, apparentemente insignificanti ma mi sembrava fossero stati fin dal principio trascurati. E ho sentito il bisogno di dilatarli. Ciò che più mi premeva, però, era ricostruire le vicende nascoste dietro ciascun aspetto, anche inanimato, per ricercarne non tanto le cause quanto le origini. Per poterci riuscire lucidamente ho fissato due parametri: lo spazio e il tempo. Il primo mi ha aiutato a capire quali fossero gli elementi (il prato, un pallone, due squadre, un arbitro, dei tecnici; intorno a loro cartelloni pubblicitari, fotografi, cameraman, giornalisti, personalità, etc. ), il secondo da dove questi provenissero. Ho quindi accumulato materiali che ho poi organizzato per livelli (umano, politico, sportivo, giornalistico, tecnico, filosofico, scientifico, sociologico, etc.), in seguito ho creato mappe e ho iniziato a incrociare i dati. Naturalmente ho battuto molte strade e montato più volte le singole storie. Finché, per compensare la complessità data dal numero delle storie, ho rinunciato a una versione caleidoscopica in favore di una impostazione più rettilinea, ordinata secondo una logica temporalmente lineare all’interno della quale i singoli filoni narrativi sono tra loro alternati.

Sottintendi spesso che quella partita e l’universo che gli gira intorno cambiano il calcio e lo sport in generale. Perché pensi che quell’evento scateni effetti così potenti? E qual è l’effetto che ancora oggi perdura con forza?

Italia-Brasile non fu il giorno in cui il calcio è morto, come disse Zico in seguito, ma quello in cui scomparve una certa ingenuità Non fu solo un cambiamento tattico, ma anche una trasformazione nei valori. La partita è anche ciò che esiste attorno ad essa: la politica, gli affari, il marketing, gli sponsor. Nel giro di poco tutte le stelle di quella partita (Zico, Socrates, Cerezo, Junior) e di quel Mundial, (Maradona, Rumenigge, Boniek e Platini) si precipitarono a giocare in Italia trasformando il nostro campionato nel più bello del mondo. Ma così cambiò tutto. Il calcio perse, se non la sua innocenza, che forse non aveva mai avuto, la sua spontaneità. E si trasformò in spettacolo, business, maniera in nome delle tre esse: stelle, schemi e sponsor. Le partite vennero dilatate, i numeri di maglia esplosi, i muscoli dei giocatori gonfiati e i cori preconfezionati.

Il libro è anche un’antologia di grandi personaggi e le loro storie. C’è qualcuno che è rimasto fuori dal grande discorso su Italia-Brasile ’82?

I personaggi sono già frutto di scelte arbitrarie. Se, ad esempio, tra i giornalisti italiani parlo prevalentemente di Brera, Soldati, Arpino, Del Buono, Cancogni, Sconcerti, Pastorin e Cucci scelgo di non parlare di altri. Pertanto molti, in nome di questa arbitrarietà, sono rimasti fuori. Io ho provato ad essere esaustivo nella scelta dei mondi da rappresentare: il calcio, il business, il potere, la stampa, la politica, etc. creando poi dei sottoinsiemi. Ma nel vaglio degli elementi primari, uomini e cose, ho dovuto fare una selezione. Il risultato di questa poi è stato saggiamente falciato dalle varie sessioni di editing, pertanto alcuni filoni, molte vicende e numerosi personaggi sono scomparsi dalla storia finale. Ma può essere che un giorno torneranno in vita.

A fine libro scrivi che tutto nasce anche da una mania, nata per l’emozione che ti ha dato quel match. Questa mania ti ha fatto accumulare informazioni e cose che la riguardavano. Dopo questo libro, la mania si è almeno in parte placata oppure c’è sempre qualcos’altro da sapere e far conoscere?

Se per mania intendiamo idea ossessiva, la partita non è l’unica che ho avuto nella testa in questi anni. A livello di eventi eclatanti, come molti della mia generazione sono naturalmente rimasto impressionato dalla vicenda di Moro, dal crollo del muro di Berlino o dall’11 settembre. Ma anche, in generale, dalle guerre persiane, dalle persecuzioni di Salem, dal tardo Medioevo, da Reagan e Gobiaciov, da Woodstock, da Pollock, da Masaccio, da Kafka, da Fitzgerald, da “2001” di Kubrick o “Vertigo” di Hitchcock e da molti altri. Poi ci sono tante storie infinitamente piccole. Mi interessano soprattutto i momenti di svolta, in particolar modo quelli impercettibili, spesso casuali. L’ossessività per me è un approccio. Ti porta a non essere sazio, a chiederti “i perché dei perché”. A scoprire cose forse inutili come il numero di matricola dell’orologio Seiko di Klein o la marca che lega il percorso della palla dal piede di Cerezo a quello di Rossi nel gol del 2-1. È un approccio estremo, totalizzante, teso all’onniscienza ma sempre umanamente arbitrario. Pertanto difettoso. Scrivere però aiuta a placarla. L’area ridotta di un libro impone un limite di spazio, nel contenuto, e di tempo, nella scadenza, che obbliga a chiudere l’impresa. Ad abbandonarla. Resta sempre qualcosa nella testa e quindi, rispondendo, c’è sempre altro da voler raccontare, ma, fortunatamente, se si entra nell’assemblaggio di una ossessione successiva, il gesto spasmodico, per quanto continui a esistere, in parte si rasserena.

Su quale personaggio di Italia-Brasile 1982 faresti uno spin-off book?

Probabilmente non su un calciatore.

Il passatismo è per i poveri di spirito. Ma per te ci potrà mai essere in futuro di nuovo “La partita” per un’altra generazione, oppure il calcio ormai non ha più quella forza sociale che aveva nel 1982?

Ognuno vive i miti della propria epoca con le proporzioni indotte da questa. Sicuramente continueranno a esistere bambini capaci di restare segnati da una partita. Ma con le modalità imposte dal contesto nel quale vivranno quell’esperienza. È difficile, ad esempio, che oggi si possa parlare di spontaneità. Perché questa è agonizzante. Vedere una stella del calcio o un primo ministro che parlano con la mano davanti alla bocca è già significativo. Lo stesso vale per le reazioni plateali e innaturali delle simulazioni o le esultanze studiate a tavolino. Al fischio finale di Italia-Brasile c’è una scena semplice e bellissima. Undici giocatori alzano contemporaneamente le braccia al cielo. Le stesse sollevate da Rossi, Socrates e Falcao durante la partita. Perché questo farebbe un bambino. Mentre la coreografia di una esultanza o la platealità per una gomitata che non c’è stata fanno parte del repertorio di un attore. E se reciti non sei autentico. Ma questo è il mondo oggi. Per questo parlo di parametri. Perché se da un lato la prima vittima è proprio il giocatore, costretto a perdere la sua istintiva spontaneità in nome di linee sommerse dettate dal marketing, dall’altro ci sono gli spettatori, testimoni ordinari di vite artefatte su tutti i fronti, dai social ai reality. La finzione, l’apparenza, la malizia sono nuovi valori, nel senso che sono ormai universalmente accettati. E quindi emulabili. Lo dico senza giudizio alcuno. I nuovi protocolli imposti da chi è in scena uccidono la possibilità di assistere a una rappresentazione sentita, passionale, emozionante e autentica. La spontaneità perduta, invece, non mascherava, anzi, metteva in luce una verità. Italia -Brasile è stato uno spettacolo autentico e in quanto tale è potuto diventare, al di là dell’impresa, una esperienza totalizzante, portatrice di valori, esempi e modelli, con grandi storie di solidarietà e riconoscenza, nessuna simulazione, un gioco pulito, neanche una palla spazzata via e avversari che passavano il pallone in caso di rimessa. Oggi inevitabilmente il fair play si è ridotto a categoria finanziaria, i calciatori hanno un modo di giocare più furbo, hanno imparato a cadere, a simulare, a ostentare dolore e a contestare la volontà dell’arbitro. Una totale assenza di sportività che non può non creare disamore in chi ha visto quello che esisteva prima. Perché anche l’emozione ha le sue regole. Quando, ventiquattro anni dopo il Mundial, Grosso segnò quel gol incredibile contro la Germania fu forse l’unico momento veramente emozionante del mondiale 2006. E fu bello anche perché scuotendo la testa urlò “Non è vero, non ci credo”, una frase che rispecchiava la spontaneità di un giocatore che fino a qualche anno prima giocava in serie C1. Questo dovrebbe essere il bello del calcio. La possibilità della favola. Poi però quando la squadra vinse il mondiale ci accorgemmo che, nell’insieme, quei giocatori erano molto diversi dai campioni del 1982, perché l’Italia e il mondo erano ormai cambiati. Gli azzurri di Bearzot, celebrazioni al Quirinale a parte, festeggiarono intimamente tenendosi dentro una gioia che, come fece capire Zoff, si sarebbe sporcata nell’ostentazione. Al Circo Massimo, invece, i giocatori di Lippi ostentarono i loro corpi come gladiatori e allora fu definitivamente chiaro per tutti che, semplicemente, era passata una generazione. Per questo tutti quelli che hanno vissuto il Mundial diranno sempre: “Nel 1982 fu un’altra cosa”. Fu davvero un’altra cosa. Ma il mondo cambia ed è naturale che sia così. Nel bene e nel male. Ci sarà “La partita” per un’altra generazione. Abiterà in un altro mondo e sarà portatrice di altri valori.

“Maradona – 101 pillole di saggezza” di Angelo Mora

Dopo aver letto il suo libro “Maradona. 101 pillole di saggezza”, avevo sottolineato cn gli amici le scelte argute di Angelo Mora. L’intervista di seguito mi ha confermato che sa guardare al calcio in maniera davvero brillante. Eccola.

Qual è fra le frasi che hai inserito nel libro quella che ti piace di più e perché?
«Ho vissuto quarant’anni, ma è come se ne avessi settanta. Mi è successo di tutto. Di colpo mi sono trovato dalla baracca di Villa Fiorito alla cima del mondo. E lì mi sono dovuto arrangiare da solo» (pronunciata nel 2000). Bellissima e autoesplicativa. Segnalerei anche una frase attribuita da Jorge Valdano a Maradona nel libro ‘Il Sogno di Futbolandia’: «Se mi trovo a una festa in casa del Presidente della Repubblica, con lo smoking addosso, e mi lanciano un pallone sporco di fango, io lo stoppo di petto e lo restituisco come dio comanda». In realtà appartiene al suo primo scopritore, Francis Cornejo. Per questo motivo l’ho esclusa dal libro, ma ne sono innamorato: descrive perfettamente il miglior Maradona, quello del pallone come impareggiabile strumento di felicità – ovunque e comunque. 

Dopo averne scandagliato le parole, che giudizio daresti di Maradona nel corso del tempo? Ha mantenuto una sua coerenza in quello che ha detto in vari momenti della vita

“Maradona coerente” pare un ossimoro. Diego ha detto tutto e il suo contrario. Si è smentito di continuo, con parole e fatti, ha litigato con chiunque, anche con chi sembrava prodigarsi per il suo bene. È difficile estrapolare una logica costante nei suoi saliscendi emotivi. Senza dubbio, ha sempre posseduto un istinto insopprimibile: quello di rispondere a voce e a testa alta, a qualsiasi costo. Nessuno può dirgli che cosa fare o come stare al mondo, nemmeno il Papa. Le sue pose da rivoluzionario politico sono esagerate, se non gratuite. Tuttavia per chi proviene dal basso, la storia di Maradona rappresenta un bel dito medio rivolto a coloro che si credono naturalmente superiori poiché più ricchi, istruiti o “virtuosi”. Lui ama accostarsi a Che Guevara, ma io lo paragonerei a Johnny Rotten dei Sex Pistols: più nichilista che altruista. 

Mi sono segnato la frase: “La gente deve capire che Maradona non è una macchina della felicità”? Che valore dai a questa frase e cosa pensi volesse intendere Diego?

La pronunciò poco prima dei Mondiali del 1982, a nemmeno ventidue anni, circa le perplessità di mass media e tifosi argentini nei suoi confronti.  Si tratta di un tema ricorrente e decisivo della vicenda di Maradona. Da un lato c’è un calciatore di personalità che, fin da adolescente, è consapevole di un talento superiore, non teme la ribalta e ambisce alla carica di leader.  Dall’altro, c’è un ragazzo un po’ immaturo – e permaloso – che accetta a malapena le critiche sul piano tecnico, rifiutando poi il ruolo di salvatore della patria o benefattore del popolo quando le cose vanno male. Già due anni prima, Diego anelava a «tornare a giocare a pallone per un panino e una Coca-Cola, come ai tempi di Villa Fiorito», esprimendo una sorta di rigurgito verso il professionismo (che pure aveva appena affrancato lui e la sua famiglia dalla miseria). Nel 1998 dirà che «Napoli mi aveva dato tutto, ma qualcuno non capì che per me era diventato troppo». È la sua perenne contraddizione: dipendere dalle attenzioni del mondo esterno, indice di successo ed emancipazione, ma staccando la spina a piacimento. Essere venerato come un dio e perdonato come un comune mortale: un equilibrio improbabile (specie se, di mezzo, c’è uno stile di vita spregiudicato). 

Per chi è innamorato, Maradona è intoccabile, qualsiasi cosa faccia e dica. Per chi lo odia, Maradona è sempre fuori registro. Dove sta la verità?

Se odi Maradona, odi il calcio. Se lo ami incondizionatamente, fino a negarne i difetti, fai un torto al buon senso perché Diego è un uomo e gli uomini sbagliano sovente e, a volte, in maniera deliberata. La verità sta nel modo in cui ci rapportiamo ai nostri eroi sportivi, forse. C’è una corrente di pensiero “istituzionale” che auspica di elevare gli atleti famosi a modelli di vita. Ma se ammettiamo che siano gli attori di una recita competitiva e stressante, il cui ricco meccanismo commerciale è alimentato da noi stessi, non possiamo realisticamente esigere degli esempi di moralità cristallina. E se cerchiamo davvero un’eccezione alla regola, tanto vale indicare un Alex Zanardi o una Bebe Vio. All’opposto troviamo il “maledettismo”: l’elogio della vita spericolata, che spesso partorisce cattiva letteratura e grossi abbagli (qualcuno pensa davvero che Robin Friday fosse brillante come George Best o che il Mágico González fosse abile come Maradona stesso?). Certo, senza la sua condotta sopra le righe, probabilmente il profilo di Diego non sarebbe così intrigante. Vederlo sbronzo e confuso sulle tribune dell’ultimo Mondiale, tuttavia, non è stato un bello spettacolo. Insomma, nel caso di Maradona non saprei tracciare con precisione il confine fra l’idolo calcistico e la persona vittima delle proprie debolezze. Di sicuro provo ammirazione sconfinata per il primo e umana compassione per il secondo.

P.S. ho omesso la retorica degli “uomini veri” e dei loro nebulosi “valori”, tipica del frasario del calcio moderno. A chiunque abbia superato l’adolescenza, anagraficamente e mentalmente, non può che far sorridere. 

Secondo te Maradona ha ancora qualcosa da dire per il calcio del futuro oppure ogni sua frase parlerà di un altro tempo, ormai passato?

Beh, laddove vengano prese sul serio le parole di Infantino, Platini, Tavecchio, Lotito, Agnelli, Fassone, De Laurentiis, Costacurta, Cristiana Capotondi e simili, gente che non sa nemmeno che forma abbia il pallone o l’ha scientemente rimosso, preferisco pendere dalle labbra di Maradona, anche quello più bolso e meno lucido.  Sì, mi piace pensare che Diego abbia ancora qualcosa da dare al calcio e vorrei che lo facesse da allenatore. La sua avventura in panchina non cessa di stuzzicarmi: solo la campagna di qualificazione ai Mondiali 2010 dell’Argentina meriterebbe un libro o un documentario a parte! A livello mediatico impazzano gli allenatori-filosofi che nobiliterebbero la disciplina con le proprie idee estetizzanti. Io mi accontenterei di un Maradona che vincesse la Coppa Libertadores alla guida dell’Argentinos Juniors, magari dopo una partitaccia strappacuore come la famosa Argentina-Perù del 2009. Al netto del gonfiore e delle rughe, il suo volto sarebbe identico a quello del 29 giugno 1986 a Città del Messico o del 17 maggio 1989 a Stoccarda. Sono davvero tanti, troppi anni che non lo vediamo più sorridere così. 

P.S.: Maradona che prende i Dorados de Sinaloa ultimi in classifica e, in tre mesi, li porta prima ai playoff e poi a sfiorare la vittoria del campionato, per me è l’impresa calcistica del 2018. Ma se vi appassionano di più i principi di gioco proattivi del Sassuolo di De Zerbi, il marketing dell’Inter in Cina o il fair play finanziario della UEFA… de gustibus.

“Ho scoperto Del Piero”. Intervista ad Alberto Facchinetti

Vittorio Scantamburlo aveva i suoi big data su agende e riusciva ad elaborarli grazie a parametri che non si basavano su un algoritmo riproducibile. Riusciva a capire chi era fatto per il calcio guardando e parlando con i ragazzi. Sembra una follia oggi.
Alcune domande ad Alberto Facchinetti, autore del libro “Ho scoperto Del Piero” (edizioni InContropiede).

Dal tuo libro viene fuori che Scantamburlo è un uomo “di mestiere”, uno che sa come si fa a riconoscere un calciatore. Ma come si fa? Lo hai capito parlando con lui?
Vittorio Scantamburlo sapeva riconoscere il talento di un giovane calciatore, questo mi sembra abbastanza chiaro: ne ha portati oltre 70 tra i professionisti (Del Piero è soltanto il nome più famoso). Capire come facesse invece è più complicato, perché credo avesse una dote innata, quello che lui definisce un “occhio buono”. Un ocio bon, per dirla in padovano. Però aveva anche sviluppato un suo metodo di ricerca semplice ma efficace.

Quali erano secondo te i ferri del mestiere di Scantamburlo?
Un’utilitaria con il pieno di benzina, un’agenda e una penna. Ha girato il Triveneto per vedere partite, anche tre in un giorno. Un tempo di qua, un tempo di là e poi di corsa in un altro campo ancora. Lista di tutti i giocatori in campo trascritta a penna sull’agenda, e segnalazione per i giocatori che lo avevano impressionato. Una ics, due ics… o tre i ics per Del Piero. Poi se era il caso tornava a visionare il ragazzo che aveva catturato il suo interesse. Il materiale raccolto veniva dunque archiviato con ordine. Non buttava via nulla.

Come un critico d’arte un osservatore deve riconoscere bravura e bellezza. Ma a differenza di un critico d’arte deve riconoscerne utilità e perfettibilità. Riconosci nel lavoro di Scantamburlo una dichiarazione del genere?
Utilità, forse no. Credo che per Scantamburlo il talento (sia quello di un attaccante che quello di un difensore) fosse solo… il talento e che questo escludesse il concetto di utile. O mettiamola così: se uno ha talento deve per forza essere utile, nel suo modo di intendere il calcio.
Ho ritrovato invece il concetto di perfettibilità. Spesso mi ha parlato di un giocatore valutato in prospettiva: “Aveva questo difetto ma sarebbe stato migliorato da un buon allenatore…” oppure “aveva un fisico (per esempio un baricentro troppo basso) che in prospettiva non avrebbe dato margine di crescita”.

Quanto è stato appassionante parlare con una persona che ha un universo di storie legate al calcio?
Molto. A parte il fatto che ha incrociato la sua carriera con quella di fenomeni giovanili come Del Piero e Robi Baggio, è stato molto bello parlare per ore con lui perché ogni parola di Vittorio era quella di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita al calcio.

Vittorio Scantamburlo purtroppo è morto lo scorso anno. Quale traccia ha lasciato secondo te?
Non conosco così bene l’ambiente degli osservatori e di chi fa scouting. Nel Triveneto sicuramente alcuni hanno preso ispirazione da lui. Ma non era un uomo che aveva l’ambizione di fare il maestro, quindi non ha lasciato eredi in senso stretto. Il suo metodo semplice ed efficace, la sua passione forte e autentica devono però essere prese come esempio da chi oggi vuole fare questo lavoro utilizzando (giustamente) tablet, pc e software sofisticati.