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“Maradona – 101 pillole di saggezza” di Angelo Mora

Dopo aver letto il suo libro “Maradona. 101 pillole di saggezza”, avevo sottolineato cn gli amici le scelte argute di Angelo Mora. L’intervista di seguito mi ha confermato che sa guardare al calcio in maniera davvero brillante. Eccola.

Qual è fra le frasi che hai inserito nel libro quella che ti piace di più e perché?
«Ho vissuto quarant’anni, ma è come se ne avessi settanta. Mi è successo di tutto. Di colpo mi sono trovato dalla baracca di Villa Fiorito alla cima del mondo. E lì mi sono dovuto arrangiare da solo» (pronunciata nel 2000). Bellissima e autoesplicativa. Segnalerei anche una frase attribuita da Jorge Valdano a Maradona nel libro ‘Il Sogno di Futbolandia’: «Se mi trovo a una festa in casa del Presidente della Repubblica, con lo smoking addosso, e mi lanciano un pallone sporco di fango, io lo stoppo di petto e lo restituisco come dio comanda». In realtà appartiene al suo primo scopritore, Francis Cornejo. Per questo motivo l’ho esclusa dal libro, ma ne sono innamorato: descrive perfettamente il miglior Maradona, quello del pallone come impareggiabile strumento di felicità – ovunque e comunque. 

Dopo averne scandagliato le parole, che giudizio daresti di Maradona nel corso del tempo? Ha mantenuto una sua coerenza in quello che ha detto in vari momenti della vita

“Maradona coerente” pare un ossimoro. Diego ha detto tutto e il suo contrario. Si è smentito di continuo, con parole e fatti, ha litigato con chiunque, anche con chi sembrava prodigarsi per il suo bene. È difficile estrapolare una logica costante nei suoi saliscendi emotivi. Senza dubbio, ha sempre posseduto un istinto insopprimibile: quello di rispondere a voce e a testa alta, a qualsiasi costo. Nessuno può dirgli che cosa fare o come stare al mondo, nemmeno il Papa. Le sue pose da rivoluzionario politico sono esagerate, se non gratuite. Tuttavia per chi proviene dal basso, la storia di Maradona rappresenta un bel dito medio rivolto a coloro che si credono naturalmente superiori poiché più ricchi, istruiti o “virtuosi”. Lui ama accostarsi a Che Guevara, ma io lo paragonerei a Johnny Rotten dei Sex Pistols: più nichilista che altruista. 

Mi sono segnato la frase: “La gente deve capire che Maradona non è una macchina della felicità”? Che valore dai a questa frase e cosa pensi volesse intendere Diego?

La pronunciò poco prima dei Mondiali del 1982, a nemmeno ventidue anni, circa le perplessità di mass media e tifosi argentini nei suoi confronti.  Si tratta di un tema ricorrente e decisivo della vicenda di Maradona. Da un lato c’è un calciatore di personalità che, fin da adolescente, è consapevole di un talento superiore, non teme la ribalta e ambisce alla carica di leader.  Dall’altro, c’è un ragazzo un po’ immaturo – e permaloso – che accetta a malapena le critiche sul piano tecnico, rifiutando poi il ruolo di salvatore della patria o benefattore del popolo quando le cose vanno male. Già due anni prima, Diego anelava a «tornare a giocare a pallone per un panino e una Coca-Cola, come ai tempi di Villa Fiorito», esprimendo una sorta di rigurgito verso il professionismo (che pure aveva appena affrancato lui e la sua famiglia dalla miseria). Nel 1998 dirà che «Napoli mi aveva dato tutto, ma qualcuno non capì che per me era diventato troppo». È la sua perenne contraddizione: dipendere dalle attenzioni del mondo esterno, indice di successo ed emancipazione, ma staccando la spina a piacimento. Essere venerato come un dio e perdonato come un comune mortale: un equilibrio improbabile (specie se, di mezzo, c’è uno stile di vita spregiudicato). 

Per chi è innamorato, Maradona è intoccabile, qualsiasi cosa faccia e dica. Per chi lo odia, Maradona è sempre fuori registro. Dove sta la verità?

Se odi Maradona, odi il calcio. Se lo ami incondizionatamente, fino a negarne i difetti, fai un torto al buon senso perché Diego è un uomo e gli uomini sbagliano sovente e, a volte, in maniera deliberata. La verità sta nel modo in cui ci rapportiamo ai nostri eroi sportivi, forse. C’è una corrente di pensiero “istituzionale” che auspica di elevare gli atleti famosi a modelli di vita. Ma se ammettiamo che siano gli attori di una recita competitiva e stressante, il cui ricco meccanismo commerciale è alimentato da noi stessi, non possiamo realisticamente esigere degli esempi di moralità cristallina. E se cerchiamo davvero un’eccezione alla regola, tanto vale indicare un Alex Zanardi o una Bebe Vio. All’opposto troviamo il “maledettismo”: l’elogio della vita spericolata, che spesso partorisce cattiva letteratura e grossi abbagli (qualcuno pensa davvero che Robin Friday fosse brillante come George Best o che il Mágico González fosse abile come Maradona stesso?). Certo, senza la sua condotta sopra le righe, probabilmente il profilo di Diego non sarebbe così intrigante. Vederlo sbronzo e confuso sulle tribune dell’ultimo Mondiale, tuttavia, non è stato un bello spettacolo. Insomma, nel caso di Maradona non saprei tracciare con precisione il confine fra l’idolo calcistico e la persona vittima delle proprie debolezze. Di sicuro provo ammirazione sconfinata per il primo e umana compassione per il secondo.

P.S. ho omesso la retorica degli “uomini veri” e dei loro nebulosi “valori”, tipica del frasario del calcio moderno. A chiunque abbia superato l’adolescenza, anagraficamente e mentalmente, non può che far sorridere. 

Secondo te Maradona ha ancora qualcosa da dire per il calcio del futuro oppure ogni sua frase parlerà di un altro tempo, ormai passato?

Beh, laddove vengano prese sul serio le parole di Infantino, Platini, Tavecchio, Lotito, Agnelli, Fassone, De Laurentiis, Costacurta, Cristiana Capotondi e simili, gente che non sa nemmeno che forma abbia il pallone o l’ha scientemente rimosso, preferisco pendere dalle labbra di Maradona, anche quello più bolso e meno lucido.  Sì, mi piace pensare che Diego abbia ancora qualcosa da dare al calcio e vorrei che lo facesse da allenatore. La sua avventura in panchina non cessa di stuzzicarmi: solo la campagna di qualificazione ai Mondiali 2010 dell’Argentina meriterebbe un libro o un documentario a parte! A livello mediatico impazzano gli allenatori-filosofi che nobiliterebbero la disciplina con le proprie idee estetizzanti. Io mi accontenterei di un Maradona che vincesse la Coppa Libertadores alla guida dell’Argentinos Juniors, magari dopo una partitaccia strappacuore come la famosa Argentina-Perù del 2009. Al netto del gonfiore e delle rughe, il suo volto sarebbe identico a quello del 29 giugno 1986 a Città del Messico o del 17 maggio 1989 a Stoccarda. Sono davvero tanti, troppi anni che non lo vediamo più sorridere così. 

P.S.: Maradona che prende i Dorados de Sinaloa ultimi in classifica e, in tre mesi, li porta prima ai playoff e poi a sfiorare la vittoria del campionato, per me è l’impresa calcistica del 2018. Ma se vi appassionano di più i principi di gioco proattivi del Sassuolo di De Zerbi, il marketing dell’Inter in Cina o il fair play finanziario della UEFA… de gustibus.

“Ho scoperto Del Piero”. Intervista ad Alberto Facchinetti

Vittorio Scantamburlo aveva i suoi big data su agende e riusciva ad elaborarli grazie a parametri che non si basavano su un algoritmo riproducibile. Riusciva a capire chi era fatto per il calcio guardando e parlando con i ragazzi. Sembra una follia oggi.
Alcune domande ad Alberto Facchinetti, autore del libro “Ho scoperto Del Piero” (edizioni InContropiede).

Dal tuo libro viene fuori che Scantamburlo è un uomo “di mestiere”, uno che sa come si fa a riconoscere un calciatore. Ma come si fa? Lo hai capito parlando con lui?
Vittorio Scantamburlo sapeva riconoscere il talento di un giovane calciatore, questo mi sembra abbastanza chiaro: ne ha portati oltre 70 tra i professionisti (Del Piero è soltanto il nome più famoso). Capire come facesse invece è più complicato, perché credo avesse una dote innata, quello che lui definisce un “occhio buono”. Un ocio bon, per dirla in padovano. Però aveva anche sviluppato un suo metodo di ricerca semplice ma efficace.

Quali erano secondo te i ferri del mestiere di Scantamburlo?
Un’utilitaria con il pieno di benzina, un’agenda e una penna. Ha girato il Triveneto per vedere partite, anche tre in un giorno. Un tempo di qua, un tempo di là e poi di corsa in un altro campo ancora. Lista di tutti i giocatori in campo trascritta a penna sull’agenda, e segnalazione per i giocatori che lo avevano impressionato. Una ics, due ics… o tre i ics per Del Piero. Poi se era il caso tornava a visionare il ragazzo che aveva catturato il suo interesse. Il materiale raccolto veniva dunque archiviato con ordine. Non buttava via nulla.

Come un critico d’arte un osservatore deve riconoscere bravura e bellezza. Ma a differenza di un critico d’arte deve riconoscerne utilità e perfettibilità. Riconosci nel lavoro di Scantamburlo una dichiarazione del genere?
Utilità, forse no. Credo che per Scantamburlo il talento (sia quello di un attaccante che quello di un difensore) fosse solo… il talento e che questo escludesse il concetto di utile. O mettiamola così: se uno ha talento deve per forza essere utile, nel suo modo di intendere il calcio.
Ho ritrovato invece il concetto di perfettibilità. Spesso mi ha parlato di un giocatore valutato in prospettiva: “Aveva questo difetto ma sarebbe stato migliorato da un buon allenatore…” oppure “aveva un fisico (per esempio un baricentro troppo basso) che in prospettiva non avrebbe dato margine di crescita”.

Quanto è stato appassionante parlare con una persona che ha un universo di storie legate al calcio?
Molto. A parte il fatto che ha incrociato la sua carriera con quella di fenomeni giovanili come Del Piero e Robi Baggio, è stato molto bello parlare per ore con lui perché ogni parola di Vittorio era quella di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita al calcio.

Vittorio Scantamburlo purtroppo è morto lo scorso anno. Quale traccia ha lasciato secondo te?
Non conosco così bene l’ambiente degli osservatori e di chi fa scouting. Nel Triveneto sicuramente alcuni hanno preso ispirazione da lui. Ma non era un uomo che aveva l’ambizione di fare il maestro, quindi non ha lasciato eredi in senso stretto. Il suo metodo semplice ed efficace, la sua passione forte e autentica devono però essere prese come esempio da chi oggi vuole fare questo lavoro utilizzando (giustamente) tablet, pc e software sofisticati.

Duellanti di Paolo Condò (con intervista)

duellanti_paolo_condoPrima di leggerlo mi ero lanciato in una profezia critica per quel che riguarda “Duellanti” di Paolo Condò (Baldini & Castoldi). Avevo scritto che Condò aveva avuto la grande e pericolosa idea di fare epica contemporanea intorno a due personaggi adatti ma allo stesso tempo complicati da descrivere per farli rientrare nella logica narrativa dell’epica.
Dopo averlo letto, ribadisco che Condò parte dall’epica e soprattutto mi ha risolto il problema: è riuscito a tenere la barra dritta nel suo impianto narrativo e a non esagerare nello sviluppo dei fatti di cronaca né nella descrizione dei personaggi. In questo senso “Duellanti” diventa un libro eccezionale perché se Modeo ci ha aperto le porte di una letteratura sportiva che innesta discipline e insight diversi ma riconducibili ad un percorso filosofico riguardante Mourinho (L’Alieno Mourinho) e Guardiola (Il Barça), Condò parte dalla riva opposta, quello del giornalista-testimone, ma giunge sulla stessa isola, mostrandoci e descrivendoci le due filosofie attraverso l’esame dei fatti e l’operato dei due contendenti. Sono metodi analitici e narrativi differenti ma completano un discorso sui due personaggi che hanno segnato il calcio degli anni 2000 e rimarranno per molto tempo ancora come punti di riferimento per chi viene dopo.
Leggere i tre libri citati è un punto di partenza necessario non solo per scrivere di calcio da qui in poi, ma anche per riflettere sul tema nelle sue diverse sfaccettature. Vorrei scrivere altro ma è molto meglio far parlare Paolo Condò che mi ha gentilmente concesso un’intervista riguardante il libro.

INTERVISTA A PAOLO CONDÒ

Prima di leggere “Duellanti” pensavo che in base al tema quello che volevi fare era pura e semplice epica secondo logiche narrative classiche. Una scelta difficilissima ma, se equilibrata bene, straordinaria, perché applicata al contemporaneo e ad un mondo sempre mal epicizzato. Ho avuto una buona sensazione oppure sei partito da altri riferimenti narrativi?
Non mi sono posto particolari obiettivi né tantomeno riferimenti. Ho veramente scritto come mi veniva, che è sempre stato il mio modo di lavorare: un certo ordine mi nasce “in progress” molto più che se preparassi una scaletta. Un libro lo devo citare però, perché per me è fonte di ispirazione da anni, ed è “The fight” di Norman Mailer. Lui lo scrisse da giornalista al seguito del grande match Alì-Foreman, io ho scritto il mio, forte dell’esperienza diretta, in loco, di quei 18 giorni. Adoro quel libro, ci sono anche due citazioni dirette, nascoste come Easter Eggs per chi fosse appassionato come me.
Naturalmente non scrivo bene come Mailer, ma considero “Duellanti” un parente (lontano) di quel capolavoro per un motivo molto semplice e tristemente nostalgico: quando i grandi giornali avevano i soldi per finanziare l’uso degli inviati – e magari li sapevano scegliere – potevano uscire dei racconti di questa profondità. E bellezza, spero.

Ripescando sempre dall’epoca classica, il vero duello Guardiola-Mourinho sembra nascere dalla hybris mourinhana. È lui per te che fa accadere gli eventi narrati o sono davvero due i protagonisti principali?
L’ansia di superiorità – la definirei così – che pervade Mourinho è certamente il motore della storia. Guardiola è un protagonista restìo. Quando ho chiamato Estiarte per accordarmi sull’invio di una copia mi ha detto “quelle partite andrebbero dimenticate, non perpetuate”, a dimostrazione di quanto lo scontro causò sofferenza nel campo di Pep.
Ripescando nel baule dei ricordi liceali, Guardiola è un Ettore, guerriero suo malgrado. Ma Mourinho non è Achille, non solo: la sua astuzia è degna di Ulisse.

Se Mourinho è un generale, come definiresti Guardiola, un professore o un asceta?
Guardiola è un monaco guerriero, sono molto soddisfatto della definizione già trovata per il libro. Potresti vederlo ore in un monastero del Tibet, piegato su se stesso a mormorare “ommmm”, e ti sembrerebbe normale: un minuto dopo – sempre nello stesso scenario – lo immagino su un ponte di corda a tener testa con la sua spada ad avversari che per forza di cose devono affrontarlo uno alla volta.

Tu che ne fai pienamente parte, chi è fra i due quello che governa meglio l’entorno?
Guardiola perché la sua filosofia produce ammirazione. Mourinho la suscita soltanto in chi è portato ad apprezzare i labirinti mentali (io fra questi, infatti). Nel tempo viene a noia e infatti dopo due stagioni generalmente la sua leadership viene messa in discussione. Succede anche a Guardiola – sono due figure terribilmente esigenti – ma la sua fascinazione dura un terzo anno. Almeno fino a qui.

Guardiola che analizza i Big Data con il sottofondo della musica classica e Mourinho che trova nuove vie psicologiche per l’esaltazione della personalità del singolo e di squadra. Di questi due modelli nel futuro ne resterà soltanto uno?
No, io li vedo come magistrali archetipi di due filosofie di vita che si combatteranno per l’eternità (o almeno fino a che ci sarà democrazia): visione contro pragmatismo. È fantastico essere spettatori di questo show. Ancora più fantastico – nel senso di stimolante – poterlo raccontare.

Pensandoci bene, il contrasto fra Rivoluzione continua di Guardiola e il Superomismo del più performante di Mourinho hanno anche valenze socio-politiche da approfondire?
Mi lego alla risposta precedente. Guardiola è Kennedy, è Mandela, è chiunque abbia il volare alto nel proprio destino, nel proprio DNA per usare un’immagine molto abusata. Ma trovo necessario, non solo giusto, che ci sia sempre qualcuno che ti riporti sulla terra, anche per sfrondare le visioni fin troppo ridondanti, e far sì che siano le idee davvero rivoluzionarie a volare. Se torniamo al liceo – periodo che mi è molto caro, come si sarà capito – Guardiola è il compagno di classe che infiammava le assemblee con il suo idealismo, mentre Mourinho è quello che bigiava perché aveva già messo su una sua piccola attività che l’avrebbe portato lontano.

Quali sono nelle carriere dei due tecnici ad oggi i calciatori che meglio hanno concretizzato le loro due filosofie?
La prima risposta per Guardiola sarebbe Xavi, ma sarebbe sbagliata perché più di lui è Iniesta a rappresentare il guardiolismo: ordine e rigore sì, ma per liberare una vertiginosa fantasia. Per quanto riguarda Mourinho, credo che Ibra sia il suo avatar in campo: pratico, veloce, letale e soprattutto molto cattivo (nel senso agonistico del termine).

Un elemento di campo per cui resteranno anche fra 100 anni?
Per Guardiola la perfetta fusione tra il possesso palla e il suo recupero nel giro di tre secondi quando viene persa (è il concetto delle coperture preventive). Per Mourinho nulla di campo, la sua differenza – che verrà ricordata nel tempo, non so se 100 anni – è tutta fuori.

Tu che eri lì e li ascoltavi: per i tifosi era davvero così importante questa sfida di valori e filosofia o per loro è sempre rimasta una partita sportiva?
La grande maggioranza dei tifosi vuole vincere, se ne fotte altamente del modo in cui arriva la vittoria. Questa è una realtà incontrovertibile, e dopo aver commesso a lungo questo sbaglio ho smesso di credere alla rilevanza delle piccole minoranze che storcono il naso di fronte a tre punti guadagnati in contropiede. Ovviamente ciò non toglie che il compito del giornalista sia di descrivere le partite prescindendo (in parte) dal risultato: se vinci dopo aver fatto schifo, va detto. Ma sarà sempre uno schifo molto intellettuale – e qui confesso un certo snobismo – i tifosi vogliono andare in ufficio il giorno dopo e prendere in giro il vicino di scrivania.

Dopo il Barcellona Guardiola ha costruito ma non ha vinto al Bayern (la Champions, ovvio obiettivo). Al Manchester City vincere è il suo quasi unico obiettivo?
Per Guardiola la vittoria continua ad essere una conseguenza, ma “l’incidente” al Bayern – ovvero il fatto di non aver vinto nemmeno una Champions – gli pesa parecchio. Anche per questo ha accelerato così nella costruzione del City. Sinceramente non me l’aspettavo così guardiolano in così poco tempo. E poi deve cancellare un tarlo che in pochi gli ricordano, ma che lui avverte come una scimmia sulla spalla: deve vincere una Champions senza Messi.

Perché dopo quei 18 giorni entrambe le parabole sono iniziate comunque a scendere?
Perché il calcio internazionale è un mondo nel quale tu vai a dormire da numero uno sapendo che altri dieci restano svegli per studiare cosa ti ha portato in vetta e trovare la mossa per disarcionarti. È molto logorante. Cinque anni fa Pep e Mou erano certamente i migliori: da lì sono emersi o riemersi Ancelotti (che curiosamente li ha sostituiti entrambi, a riprova del suo cosmopolitismo), Simeone, Klopp, Conte, Allegri, Luis Enrique, Tuchel…

“Strikers” di Alessandro Colombini e le ultime novità di letteratura sportiva

strikers-viaggio-in-irlanda-del-nord-tra-george-best-e-bobby-sandsIl libro “Strikers – Viaggio in Irlanda del Nord tra George Best e Bobby Sands” (Urbone Edizioni) mi è piaciuto proprio quando era un foglio di appunti di viaggio. La bravura di Alessandro Colombini nel libro esce fuori quando si lascia andare all’annotazione post-viaggio e si sente libero di essere schierato, senza dovere per forza fare il giornalista-scrittore super partes che soprattutto in contesti internazionali ormai va per la maggiore.
Dice la sua e la dice chiara perché le esperienze che ha fatto sul campo (in tutti i sensi) lo hanno portato ad avere una’idea, la sua idea, ed è giusto proporla al lettore, senza nasconderla per troppa prudenza.
E insieme a dire, Colombini scrive la sua, sviluppando i suoi appunti di viaggio senza sovrastrutturare una dimensione narrativa tradizionale, senza sovrascrivere le sensazioni del momento con tutto uno studio post-viaggio che avrebbe potuto inquinarlo e far disperdere la forza del libro che è nei ricordi del suo viaggio, che, ripeto ancora una volta, è il suo viaggio, diverso da quello che gli altri potranno un giorno fare.
La parte dei murales è poi fantastica, immagini che devono entrare subito nella cultura artistica mondiale.

INTERVISTA AD ALESSANDRO COLOMBINI (leggetela con attenzione perché è Colombini è forte)

Una cosa che mi sono sempre chiesto è quanto le persone in Irlanda e Irlanda del Nord in particolare amino il calcio e lo seguano. Da testimone diretto, tu come rispondi?
Il calcio in Irlanda e Irlanda del Nord è da considerarsi il terzo sport (praticato), ma a livello di seguito di appassionati ha percentuali sicuramente più alte mettendole in rapporto con gli atleti effettivi. La particolarità del calcio in realtà però è quella di fare da “collante” tra le due comunità che da sempre dividono l’isola (in particolare l’Ulster), ovvero quella cattolica e quella protestante. Gli sport più popolari (che però metto tutti insieme sul gradino più alto in quanto facenti parte della GAA) sono l’hurling, calcio gaelico, pallamano gaelica e il rounders, ovvero gli sport tradizionali gaelici. In linea di massima questi sport vengono considerati “da cattolici” (basti pensare che una regola del football gaelico prevedeva che i poliziotti non potessero giocare in quanto più del 90% del corpo di polizia in Irlanda del Nord era protestante), mentre il rugby, al secondo posto, è “da protestanti” (io mi schiero sempre contro la divisione per religioni ma adesso lo faccio per comodità). Il calcio invece, da sempre e come sempre, è ritenuto forse l’unico sport alla portata di entrambe le comunità.

Il tuo essere schierato nel libro traspare in maniera evidente. Lo usi come punto di partenza per sviluppare tutto. È stata un scelta “narrativa” o è una necessità di cui non potevi fare a meno?
Purtroppo mi sono accorto di non riuscire a scrivere due righe senza schierarmi, ahimè è una necessità. Ho aperto anche un blog, Minuto Settantotto, per poter sbraitare in santa pace senza rovinare la reputazione a nessun poverino che mi ospitava nel suo di blog.

Mi dai tre chicche sul Derry squadra o su tre calciatori dei Candystripes?
Chicca n.1) Arrivato a Derry mi metto a parlare con amici del posto a proposito dell’11 titolare che sarebbe sceso in campo la sera stessa contro il Limerick. “Spero a fine partita di poter stringere la mano a McBride (leggendario capitano e icona dell’intera città)” “Lo vuoi conoscere? Lui fa il barista prima del match, se ci muoviamo magari becchiamo ancora il suo turno”. Questa è gente che, potenzialmente, gioca la Champions.
Chicca n.2) Dopo la stessa partita contro il Limerick riusciamo a trovare la strada verso gli spogliatoi dove quei i calciatori stavano ancora facendo la doccia. Mi avvicino a Patrick McEleney, all’epoca mio idolo di FM e adesso titolare nel Dundalk in Champions (orgogliosissimo, l’ho scoperto io cazzo!) con in mano la schermata stampata delle sue statistiche di FM: “Patrick, sono un italiano che è venuto fin qui per voi. Tra le altre cose a FM mi fai impazzire, me la autografi?” “Amico, tu sei un pazzo” (PS: prova a cercare su Google “alessandro colombini football manager”, rimarrai stupito)
Chicca n.3) Da qualche anno i tifosi del Derry vanno in trasferta con la bandiera dello Stato del Vaticano per far incazzare i protestanti

La parte del libro in cui mostri e parli dei murales del Bogside è molto bella. Quali sono state le tue emozioni nel vederli la prima volta e quali ricordi con maggiore passione?
L’immagine che non mi toglierò mai dalla mente è quella di un muro, tenuto su nonostante la casa del quale era parte sia stata abbattuta, con ancora i proiettili del Primo Reggimento dei Paracadutisti inglesi sparati durante il Bloody Sunday. Sono rimasto diversi minuti in silenzio a fissarli.

Mi dai anche altre chicche sui Belfast Celtic?
Purtroppo il mondo sembra essersi dimenticato del grandioso Belfast Celtic, consegnando a noi solo l’immagine della tragedia della partita contro il Lindfield che sancì la fine della magnifica avventura. Una cosa che mi ha molto affascinato però è che c’è stato un tentativo di ricostruzione di quella squadra con il Donegal Celtic FC, ma i vecchi tifosi del magico Belfast Celtic hanno preferito non sposare il progetto e rimanere senza una squadra. Come a dire “loro e solamente loro”.

Per definire socio-politicamente l’Irlanda del Nord di oggi, che parole useresti?
L’Irlanda del Nord di oggi è un vaso pieno zeppo d’acqua che aspetta soltanto la goccia che lo farà traboccare. Crisi che si fa sentire prepotentemente, alto tasso di disoccupazione, poche opportunità di lavoro, nessun investimento e così via. Anche il fattore-brexit è un punto interrogativo: con l’uscita dall’Unione Europea torneranno i soldati inglesi al confine con la Repubblica, e non è ben visto in una città di confine, e con una reputazione che tutti conosciamo, come Derry. Tutto dipenderà dal fatto se ci sarà questa già timidamente annunciata uscita dell’Irlanda del Nord a sua volta dalla Gran Bretagna.

SUL COMODINO (o in gabinetto) – Letteratura sportiva da leggere

Il ibro di Carlo Pizzigoni è atteso e sicuramente sarà un gioiello. Ogni pagina di “Locos por el futbol” (Sperling & Kupfer) dovrà essere letta con attenzione chirurgica (nel senso che a fine pagina saremo stanchi per le informazioni incamerate). “La mia rivoluzione” di Cruyff (Bompiani) è un libro da leggere ma soprattutto (merito della casa editrice, anche quello è fare un libro) da postare sui social perché ha una copertina da paura. Il libro dei ragazzi de L’Ultimo Uomo sulla serie A, “Campionato italiano di calcio. Serie A 2016-2017. La guida ufficiosa” (Baldini & Castoldi) è sicuramente da avere tra le mani a lungo (anche qui copertina ottima). Io ho letto quello precedente sugli Europei e c’erano un sacco di intuzioni e riflessioni interessanti (sarebbe bello se i ragazzi de “L’Ultimo Uomo” aprissero una sorta di thread aperta sul libro anche perché il libro dovrebbe coprire un periodo temporale molto ampio e in questo modo potrebbero, partendo dalle cose scritte nel libro, rianalizzare ongoing le situazioni tattiche). Ultima segnalazione “La squadra spezzata. La Grande Ungheria di Puskas e la rivoluzione del 1956” di Luigi Bolognini (66th and 2nd). Io l’ho letto nell’edizione Limina ed è stato uno dei libri per cui scrivo di queste cose oggi. Chi non lo ha letto, lo faccia adesso.