Archivi tag: libri di sport

“CRISTIANO RONALDO” DI FABRIZIO GABRIELLI. RECENSIONE

Già con “Sforbiciate” del 2012 chi aveva letto Fabrizio Gabrielli lo aveva trovato di frontiera nel panorama della letteratura sportiva italiana. Oggi con il suo nuovo “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale”, pubblicato da 66thand2nd, è evidente la posa di un mattone fondativo per una nuova scrittura sportiva nel nostro Paese, che si richiama ad echi USA per l’approccio giornalistico e sudamericani per alcune atmosfere, ma che è diventata matura e perfettamente autonoma.
Il sottotitolo descrive subito di chi stiamo parlando. Mettere insieme gli aggettivi “intimo” e “globale” apre appunto al concetto di glocalità, che Cristiano Ronaldo rispecchia in quanto i suoi due perni logistici, Madeira e il pianeta, sono sempre presenti, anche nell’assenza poi fisica del mito, perché una mitologia contemporanea non ha bisogno di territorialità esibita, ma solo di punti di partenza e ripartenza continui, così come la carriera di CR7 ha dimostrato.


Gabrielli mescola antropologia, sociologia, psicologia, studi aziendali e letteratura per tirare fuori qualcosa che attraverso il soggetto narrativo CR7 è quasi impossibile, ovvero l’epica. La distanza da Messi, per fare l’esempio ancora esibente (andare su Pelé, Maradona e gli altri è fin troppo facile), è chiara. L’argentino ispira narrazioni mitopoietiche legate ai grandi temi letterari (prima di tutto il minus fisico con cui da sempre lotta per raggiungere il traguardo), mentre Cristiano Ronaldo ha dalla sua una perfezione raggelante da un punto di vista narrativo, che lo storytelling che lo accompagna cerca di ammorbidire grazie ai record e i numeri.
Gabrielli invece, scavando nel profondo più assoluto della sua storia e delle sue azioni (ed è qui che entra in scena la parte giornalistica, perfettamente incastrata nella narrazione), ne strappa faticosamente l’essenza epica, riuscendo quasi miracolosamente a prendere i record, ripulirli dalla sfida all’impossibile (che ha rotto le palle) e riconvertire tutto in una dimensione umana troppo umana della determinazione assoluta costruita passo dopo passo (con la biografia del personaggio che sa scorrere senza frenate), capace di avvicinarcelo e rendercelo più nostro.

Ma l’autore non si ferma a questo livello, lo dipinge anche per quello che chiaramente è, ovvero un brand cardine del capitalismo avanzato. Lo è per due motivi: il primo sono i numeri di cui sopra, che oggi muovono ogni scelta e desiderio. L’ossessione calcolatoria delle aziende contemporanee è evidente. Ogni giorno i numeri guidano un percorso, rassicurano investitori, creano immagine, avvicinano persone. Ci interessiamo e poi ci leghiamo ai brand per la loro rassicurante potenza numerica, spesso tralasciando aspetti intrinseci a quello che stiamo comprando. Cristiano Ronaldo ha un popolo di followers che si beano della potenza dei numeri, incontrovertibile e decisiva.
Ma c’è anche un altro aspetto, che Gabrielli chiama esperienza-Ronaldo. Guardarlo, dal vivo o in televisione, rientra in un’altra dimensione fondamentale dei brand contemporanei, ovvero il marketing esperienziale. Oggi solo se forzosamente costretti dalle evidenze compriamo oggetti utili, oggi la nostra scelta va sempre verso oggetti esperienziali (parlo anche dell’aspirapolvere, non soltanto di un viaggio), con i quali poi possiamo riflettere internamente ed esternamente un’immagine di noi stessi soprattutto sui social media. Comprare Cristiano Ronaldo oggi rientra in questa categoria e ci riesce perché non è solo un calciatore che realizza performance particolarmente positive (saremmo ancora nella sfera dell’utilità, come per l’aspirapolvere di qualità), ma perché si prende totalmente in carico la parabola dell’eroe e la possibilità di guidare il futuro, i due principi cardine del marketing esperienziale secondo un’ottica di sociologia dei consumi.

Cristiano Ronaldo è il presente, ma con lunghi fasci di luce che vanno verso il futuro anche per la sua connaturata sfida al piacere, più che per la vittoria. I discorsi sul “dover piacere” ingolfano i giornali e gli scaffali delle librerie e Cristiano Ronaldo, lo spiega perfettamente Gabrielli, ne è un avamposto in quanto colora tutta la sua esistenza di continui e nuovi desideri, di fronte ai quali tifare contro è anche meschino. E per raggiungerli non sceglie strade difficilmente decifrabili, ma semplicemente la voglia di farcela, ad ogni costo, contro ogni pregiudizio (e vincere con una squadra di un campionato ormai minore, come quello italiano, ne è un segnale), per compattare intorno a lui un popolo di seguaci che aspirano al piacere definitivo del loro mito.
Mi fermo qui, potrei scrivere per altre tre ore perché Fabrizio Gabrielli riesce in ogni pagina ad aggiungere un elemento, a colorare un pensiero, a mettere il seme di una discussione. L’ultima volta che avevo letto una cosa del genere in Italia era stata il “Barça” di Modeo. Da questi due esempi (a cui aggiungerei almeno Iervolino) è possibile pensare, riprendendo l’incipit, ad una nuova (io direi anche “vera”, guarda un po’) scrittura sportiva italiana, che sa cosa prendere dalla letterarietà breriana e dal cronachismo metaforizzante di Arpino, ma che è fin dall’approccio aperta a stimoli diversi, così da diventare una “cosa” chiara e viva.

LA TUA PARTITA CON IL SUPER SANTOS

Il compagno arancione di una vita. Questo è per tutti (tranne per i cicloamatori folli, gli amici che andavano in bici anche al piano di sotto) il Super Santos. Nel ’62 Stefano Seno, che vorrei tanto parente di Andrea Seno, lo immagina e lo fa creare. Diventa subito lo zenit dei desideri di tutti i bambini.
Questa piccola premessa perché il Super Santos per me e per tanti altri è stato tutto quello che dai 5 ai 16 anni si fa oggi con videogiochi, youtuber, siti porno soft, netflix e chatting, oltre ad un effetto placebo che tutto il Prozac che si prescrive ora non riuscirà mai a compensare.
La partita (se vogliamo citare il bellissimo libro di Pietro Trellini) con il Super Santos che mi riguarda ed è parte della mia vita e storia è quella giocata su uno spiazzo nei pressi del Monte Terminio, in provincia di Avellino, a circa mille metri di altezza.
Ero in scampagnata montana con gli amici, quattro contro quattro. Per pali avevamo due zaini, un albero e la mazza che era servita per farci strada nei sentieri. La salita ci aveva fatto respirare dell’aria fantastica, avevo i polmoni in festa come solo Cognetti sa descrivere. Nel bagagliaio ovviamente c’era l’oro arancione dei nostri pomeriggi e prima dell’attacco a capicolli e provoloni dovemmo obbligatoriamente giocare. Fu una partita totale, l’altura ci stancava e ispirava, l’irrorazione dei muscoli era assoluta e piena. Quando cadevi ti sporcavi, una delle cose più belle del calcio. Oggi mi è stato riferito da chi è negli spogliatoi tutti i giorni che i calciatori si incazzano più per una macchia sulla maglia che per un gol sbagliato.
Aria rarefatta, fango misto a letame come terreno di gioco, amici sudati e subito asciutti da un refolo che porterà a bronchiti costanti e il Super Santos. Ad un passo dal cielo.

“Maradona – 101 pillole di saggezza” di Angelo Mora

Dopo aver letto il suo libro “Maradona. 101 pillole di saggezza”, avevo sottolineato cn gli amici le scelte argute di Angelo Mora. L’intervista di seguito mi ha confermato che sa guardare al calcio in maniera davvero brillante. Eccola.

Qual è fra le frasi che hai inserito nel libro quella che ti piace di più e perché?
«Ho vissuto quarant’anni, ma è come se ne avessi settanta. Mi è successo di tutto. Di colpo mi sono trovato dalla baracca di Villa Fiorito alla cima del mondo. E lì mi sono dovuto arrangiare da solo» (pronunciata nel 2000). Bellissima e autoesplicativa. Segnalerei anche una frase attribuita da Jorge Valdano a Maradona nel libro ‘Il Sogno di Futbolandia’: «Se mi trovo a una festa in casa del Presidente della Repubblica, con lo smoking addosso, e mi lanciano un pallone sporco di fango, io lo stoppo di petto e lo restituisco come dio comanda». In realtà appartiene al suo primo scopritore, Francis Cornejo. Per questo motivo l’ho esclusa dal libro, ma ne sono innamorato: descrive perfettamente il miglior Maradona, quello del pallone come impareggiabile strumento di felicità – ovunque e comunque. 

Dopo averne scandagliato le parole, che giudizio daresti di Maradona nel corso del tempo? Ha mantenuto una sua coerenza in quello che ha detto in vari momenti della vita

“Maradona coerente” pare un ossimoro. Diego ha detto tutto e il suo contrario. Si è smentito di continuo, con parole e fatti, ha litigato con chiunque, anche con chi sembrava prodigarsi per il suo bene. È difficile estrapolare una logica costante nei suoi saliscendi emotivi. Senza dubbio, ha sempre posseduto un istinto insopprimibile: quello di rispondere a voce e a testa alta, a qualsiasi costo. Nessuno può dirgli che cosa fare o come stare al mondo, nemmeno il Papa. Le sue pose da rivoluzionario politico sono esagerate, se non gratuite. Tuttavia per chi proviene dal basso, la storia di Maradona rappresenta un bel dito medio rivolto a coloro che si credono naturalmente superiori poiché più ricchi, istruiti o “virtuosi”. Lui ama accostarsi a Che Guevara, ma io lo paragonerei a Johnny Rotten dei Sex Pistols: più nichilista che altruista. 

Mi sono segnato la frase: “La gente deve capire che Maradona non è una macchina della felicità”? Che valore dai a questa frase e cosa pensi volesse intendere Diego?

La pronunciò poco prima dei Mondiali del 1982, a nemmeno ventidue anni, circa le perplessità di mass media e tifosi argentini nei suoi confronti.  Si tratta di un tema ricorrente e decisivo della vicenda di Maradona. Da un lato c’è un calciatore di personalità che, fin da adolescente, è consapevole di un talento superiore, non teme la ribalta e ambisce alla carica di leader.  Dall’altro, c’è un ragazzo un po’ immaturo – e permaloso – che accetta a malapena le critiche sul piano tecnico, rifiutando poi il ruolo di salvatore della patria o benefattore del popolo quando le cose vanno male. Già due anni prima, Diego anelava a «tornare a giocare a pallone per un panino e una Coca-Cola, come ai tempi di Villa Fiorito», esprimendo una sorta di rigurgito verso il professionismo (che pure aveva appena affrancato lui e la sua famiglia dalla miseria). Nel 1998 dirà che «Napoli mi aveva dato tutto, ma qualcuno non capì che per me era diventato troppo». È la sua perenne contraddizione: dipendere dalle attenzioni del mondo esterno, indice di successo ed emancipazione, ma staccando la spina a piacimento. Essere venerato come un dio e perdonato come un comune mortale: un equilibrio improbabile (specie se, di mezzo, c’è uno stile di vita spregiudicato). 

Per chi è innamorato, Maradona è intoccabile, qualsiasi cosa faccia e dica. Per chi lo odia, Maradona è sempre fuori registro. Dove sta la verità?

Se odi Maradona, odi il calcio. Se lo ami incondizionatamente, fino a negarne i difetti, fai un torto al buon senso perché Diego è un uomo e gli uomini sbagliano sovente e, a volte, in maniera deliberata. La verità sta nel modo in cui ci rapportiamo ai nostri eroi sportivi, forse. C’è una corrente di pensiero “istituzionale” che auspica di elevare gli atleti famosi a modelli di vita. Ma se ammettiamo che siano gli attori di una recita competitiva e stressante, il cui ricco meccanismo commerciale è alimentato da noi stessi, non possiamo realisticamente esigere degli esempi di moralità cristallina. E se cerchiamo davvero un’eccezione alla regola, tanto vale indicare un Alex Zanardi o una Bebe Vio. All’opposto troviamo il “maledettismo”: l’elogio della vita spericolata, che spesso partorisce cattiva letteratura e grossi abbagli (qualcuno pensa davvero che Robin Friday fosse brillante come George Best o che il Mágico González fosse abile come Maradona stesso?). Certo, senza la sua condotta sopra le righe, probabilmente il profilo di Diego non sarebbe così intrigante. Vederlo sbronzo e confuso sulle tribune dell’ultimo Mondiale, tuttavia, non è stato un bello spettacolo. Insomma, nel caso di Maradona non saprei tracciare con precisione il confine fra l’idolo calcistico e la persona vittima delle proprie debolezze. Di sicuro provo ammirazione sconfinata per il primo e umana compassione per il secondo.

P.S. ho omesso la retorica degli “uomini veri” e dei loro nebulosi “valori”, tipica del frasario del calcio moderno. A chiunque abbia superato l’adolescenza, anagraficamente e mentalmente, non può che far sorridere. 

Secondo te Maradona ha ancora qualcosa da dire per il calcio del futuro oppure ogni sua frase parlerà di un altro tempo, ormai passato?

Beh, laddove vengano prese sul serio le parole di Infantino, Platini, Tavecchio, Lotito, Agnelli, Fassone, De Laurentiis, Costacurta, Cristiana Capotondi e simili, gente che non sa nemmeno che forma abbia il pallone o l’ha scientemente rimosso, preferisco pendere dalle labbra di Maradona, anche quello più bolso e meno lucido.  Sì, mi piace pensare che Diego abbia ancora qualcosa da dare al calcio e vorrei che lo facesse da allenatore. La sua avventura in panchina non cessa di stuzzicarmi: solo la campagna di qualificazione ai Mondiali 2010 dell’Argentina meriterebbe un libro o un documentario a parte! A livello mediatico impazzano gli allenatori-filosofi che nobiliterebbero la disciplina con le proprie idee estetizzanti. Io mi accontenterei di un Maradona che vincesse la Coppa Libertadores alla guida dell’Argentinos Juniors, magari dopo una partitaccia strappacuore come la famosa Argentina-Perù del 2009. Al netto del gonfiore e delle rughe, il suo volto sarebbe identico a quello del 29 giugno 1986 a Città del Messico o del 17 maggio 1989 a Stoccarda. Sono davvero tanti, troppi anni che non lo vediamo più sorridere così. 

P.S.: Maradona che prende i Dorados de Sinaloa ultimi in classifica e, in tre mesi, li porta prima ai playoff e poi a sfiorare la vittoria del campionato, per me è l’impresa calcistica del 2018. Ma se vi appassionano di più i principi di gioco proattivi del Sassuolo di De Zerbi, il marketing dell’Inter in Cina o il fair play finanziario della UEFA… de gustibus.

“Ho scoperto Del Piero”. Intervista ad Alberto Facchinetti

Vittorio Scantamburlo aveva i suoi big data su agende e riusciva ad elaborarli grazie a parametri che non si basavano su un algoritmo riproducibile. Riusciva a capire chi era fatto per il calcio guardando e parlando con i ragazzi. Sembra una follia oggi.
Alcune domande ad Alberto Facchinetti, autore del libro “Ho scoperto Del Piero” (edizioni InContropiede).

Dal tuo libro viene fuori che Scantamburlo è un uomo “di mestiere”, uno che sa come si fa a riconoscere un calciatore. Ma come si fa? Lo hai capito parlando con lui?
Vittorio Scantamburlo sapeva riconoscere il talento di un giovane calciatore, questo mi sembra abbastanza chiaro: ne ha portati oltre 70 tra i professionisti (Del Piero è soltanto il nome più famoso). Capire come facesse invece è più complicato, perché credo avesse una dote innata, quello che lui definisce un “occhio buono”. Un ocio bon, per dirla in padovano. Però aveva anche sviluppato un suo metodo di ricerca semplice ma efficace.

Quali erano secondo te i ferri del mestiere di Scantamburlo?
Un’utilitaria con il pieno di benzina, un’agenda e una penna. Ha girato il Triveneto per vedere partite, anche tre in un giorno. Un tempo di qua, un tempo di là e poi di corsa in un altro campo ancora. Lista di tutti i giocatori in campo trascritta a penna sull’agenda, e segnalazione per i giocatori che lo avevano impressionato. Una ics, due ics… o tre i ics per Del Piero. Poi se era il caso tornava a visionare il ragazzo che aveva catturato il suo interesse. Il materiale raccolto veniva dunque archiviato con ordine. Non buttava via nulla.

Come un critico d’arte un osservatore deve riconoscere bravura e bellezza. Ma a differenza di un critico d’arte deve riconoscerne utilità e perfettibilità. Riconosci nel lavoro di Scantamburlo una dichiarazione del genere?
Utilità, forse no. Credo che per Scantamburlo il talento (sia quello di un attaccante che quello di un difensore) fosse solo… il talento e che questo escludesse il concetto di utile. O mettiamola così: se uno ha talento deve per forza essere utile, nel suo modo di intendere il calcio.
Ho ritrovato invece il concetto di perfettibilità. Spesso mi ha parlato di un giocatore valutato in prospettiva: “Aveva questo difetto ma sarebbe stato migliorato da un buon allenatore…” oppure “aveva un fisico (per esempio un baricentro troppo basso) che in prospettiva non avrebbe dato margine di crescita”.

Quanto è stato appassionante parlare con una persona che ha un universo di storie legate al calcio?
Molto. A parte il fatto che ha incrociato la sua carriera con quella di fenomeni giovanili come Del Piero e Robi Baggio, è stato molto bello parlare per ore con lui perché ogni parola di Vittorio era quella di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita al calcio.

Vittorio Scantamburlo purtroppo è morto lo scorso anno. Quale traccia ha lasciato secondo te?
Non conosco così bene l’ambiente degli osservatori e di chi fa scouting. Nel Triveneto sicuramente alcuni hanno preso ispirazione da lui. Ma non era un uomo che aveva l’ambizione di fare il maestro, quindi non ha lasciato eredi in senso stretto. Il suo metodo semplice ed efficace, la sua passione forte e autentica devono però essere prese come esempio da chi oggi vuole fare questo lavoro utilizzando (giustamente) tablet, pc e software sofisticati.