Scarpette Rosse di Werther Pedrazzi

Scarpette Rosse Pedrazzi

Scarpette Rosse PedrazziLe Scarpette Rosse di Werther Pedrazzi (Limina) pulsano, pompano storie da tutte le parti. La cosa bella è che tutti i fili che il Pedrazzi tira non portano alla fine di nulla ma si annodano, si attorcigliano e creano un gomitolo affascinante per tutti: tifosi, appassionati, incompetenti, chi ha sentito dire, chi ha intravisto, chi c’era, chi non c’era, chi non immaginava soprattutto.
Un romanzo completo e senza finale, non solo perché gli ultimi anni sono vagamente immaginati. Alla fine del libro infatti il passato prossimo si percepisce senza essere detto, come un film che butta lì un finale per chi lo vuole o per chi non vuol capire che tutto quello che è stato era il succo.
I personaggi percorsi dalla storia sono come tutti i giocatori di basket nostrano: immaginificamente raggiungibili. Una volta mi trovai in mezzo alla Benetton Treviso 2010. Per i primi dieci minuti sembravo Alice, poi sono diventato “compare”, in particolare di Bulleri, da Cecina again. Questa idea di cestista all’italiana è ricomparsa nella mia mente leggendo le vicende di Kenney, D’Antoni, Meneghin, Premier, McAdoo, Bradley, Gallinari, tutti semplicemente atleti (per altri sport questa è un logica impossibile).
Pedrazzi scrive un bellissimo libro perché ci spruzza la storia dell’Olimpia Milano senza inondarci di dati e vicende. Alla fine ci sentiamo freschi e felici, non gonfi.

Il Grifone fragile di Tonino Cagnucci

Scrivere un libro su un tifoso non è usuale (almeno io non ne ricordo altri). Scrivere un libro su un tifoso “dentro”, non su qualcuno che del tifo ha fatto dimostrazione pubblica d’identità, è inusuale e difficile. Si può scadere troppo facilmente nell’immaginato.

Cagnucci invece, da verace giornalista, ne “Il Grifone fragile” trova la chiave di volta, gli appunti privati di Fabrizio De André, dove quel tifo non (o poco) detto diventa evidenza nero su bianco, dalla quale costruire il tema.

Leggendo quell’agenda del Credito Lombardo, Cagnucci si è trovato di fronte a pagine molto diverse: su alcune un ragazzino di quinta elementare segnava con accuratezza pre-onanistica squadre e medie inglesi del campionato del Genoa, in altre ha trovato vette di genio e poesia dalla grandezza irraggiungibile (c’è un intellettuale oggi che puó scrivere/comprendere/ farci comprendere “La domenica delle salme”?)

Cagnucci da qui ha dedotto la prima verità del libro, Geno(v)a è casa, gli amici di casa Repetto, una città divorata e poi raccontata per vissuto e non per sentito dire. Questo mondo non vedrà mai il poeta che canta, ma a viverci dentro sarà per sempre il ragazzino che sogna. Si lavora a Milano e si sogna a Genova, con il Genoa che fa da desiderio mai infranto.

Seconda verità: questo è un libro su un tifoso vero, dalla passione assoluta. De André è un tifoso vero del Genoa, non perché si identifica nelle prassi domenicali dello stadio o di 90° minuto (e di Sky a tutti i costi anche se c’è di meglio da fare), ma perché ha in testa quel rumore di fondo che non ti lascia mai in pace, un tarlo ripetitivo e cercato: “Cosa ha fatto il Genoa?”

Terza verità del libro: il genio è sempre popolare. Per quanto nasce in una famiglia della medio-alta borghesia, è nelle passioni popolari che deve immergersi per conoscere i rimbalzi dell’esistenza. Senza questa scuola terribile potrai arrivare in alto, lì dove tutti guardano e ammirano, ma non raggiungerai mai vette inattese.

Una postilla almeno sullo stile: denso da tenerti contro il libro, vallonato come una tappa tra Emilia e Toscana, quando non stai mai fermo, non ti rilassi mai. Dentro ci sono studio, letture e grande amore per il tema. Quando ami davvero le parole non riesci a tenerle a bada tanto facilmente e va a finire che si infilano senza permesso nei periodi piani che vorresti portare a termine. Quando questo succede è sempre un bene, è la meraviglia della passione che zittisce il cervello.

Iniziate a parlare o a scrivere di qualcosa che vi piace davvero tanto e capirete quanto è bello.

Io, Ribot di Nicola Melillo

Un cavallo è un cavallo. Un cavallo è un animale. Un cavallo è uno strumento di lavoro. Un cavallo è un essere vivente di cui prendersi cura.
Dopo aver letto il libro di Nicola Melillo, Io Ribot, è evidente qualcosa a cui io personalmente non avevo mai pensato, forse per un rapporto troppo mediato con il mondo animale: un cavallo è un atleta, con le stesse esigenze e gli stessi ritmi dell’uomo atleta. E, a pensarci bene, considerare un animale come atleta lo ricopre della dignità massima, lo nobilita e, cosa fondamentale, ti fa vedere tutti gli animali, anche quelli che atleti non sono, con una considerazione diversa.
In tutti questi anni di ragionamenti sull’altro, nuovi atteggiamenti sociali che abbiamo per fortuna sempre più fatto nostri nei riguardi di chi è diverso (per pelle, religione, comportamenti sociali, ecc.), abbiamo messo in secondo piano la costruzione di un nuovo rapporto da instaurare con il mondo animale, che sta perdendo ormai irrimediabilmente il vecchio legame produttivo e strumentale che aveva con il mondo degli uomini.
Siamo all’alba di un nuovo modo di rapportarsi con gli animali che non possono essere più considerati semplicemente strumenti di lavoro, fonti produttive, passatempi. 
Questo libro mi ha aperto gli occhi su queste considerazioni perché iniziare a pensare gli animali come atleti apre una nuova fase del nostro rapporto con loro, in cui i concetti di condivisione e collaborazione, relazione parificata e gestione delle esigenze comparate divengono i punti cardine.
Dal punto di vista strettamente letterario, il libro di Nicola Melillo è davvero una novità: dare la parola ad un cavallo, anzi al cavallo più famoso della storia del galoppo è una bella trovata narrativa e un modo sensato di arrivare ad uno scopo ben preciso: scrivere di un cavallo che ha vinto tutte le gare della sua carriera, ma anche di uno dei più grandi atleti della storia con la sua fantastica storia da raccontare.