Archivi tag: Limina Edizioni

“Felice. L’ultimo Tour” di Maurizio Ruggeri

Felice-ultimo-tourMerckx. Voglio iniziare una recensione su un libro dedicato a Gimondi con quel nome. Tanto dovremmo, dobbiamo farlo. Leggendo infatti Felice, l’ultimo Tour o l’impossibile sfida” di Maurizio Ruggeri quel nome è fantasma di forza che non riesci a scacciare, che Felice non ha mai incontrato. Eddy era il futuro, non è mica facile capire il futuro. E la cosa più bella di Gimondi e del libro è il fatto che Felice si è messo di buzzo buono per farlo.
C’è riuscito alla fine, quando il futuro diventò presente e Gimondi ovviamente passato. Solo in quel momento l’ha battuto. Una storia di tenacia insostenibile per tutti se non per un contadino bergamasco che non voleva sentire ragioni.
Qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che lo ha mosso nella vittoria del suo Tour. Era giovane, troppo, semplicemente un garzone. Doveva proteggere Adorni, poi perdere da Poulidor e fare solo esperienza.
La follia tipica dei contadini bergamaschi gli ha detto di fare altro. Essere leggero sui pedali e vincere, battendo i grandi.
Mi sono sempre chiesto: ma un Felice Gimondi senza Eddy Merckx era adesso uno dei primi tre sportivi italiani di tutti i tempi?
P.S. Mi piacciono tanto i flashback e flashforward nella storia.

"Maledette classifiche" di Rino Tommasi

Tre anni fa Eco ci parlava della fantasmagorica praticità delle liste, descrivendo come in letteratura (e nella realtà, s’intende) le liste riescono a creare quell’ordine immaginifico che mette insieme le nature opposte dell’uomo.

Ho ripensato ad Eco dopo aver letto “Maledette classifiche” di Rino Tommasi. Come “Vertigine della lista” ti faceva pensare alle liste che anche involontariamente organizziamo e sconvolgiamo ogni giorno (tutto dipende dalla rigorosità del tipo), così chi ama lo sport stila improvvise e arrangiate classifiche su qualsiasi cosa.

Quante volte abbiamo tirato fuori con amici i 5 miglior gol di Italia ’90 (è stata dura), le 3 parate più spettacolari del campionato 1987-88 (io ho scelto Seba Rossi del Cesena), le 4 più impressionanti discese di Tomba, i 10 sorpassi più folli di Mansell, le 50 peggior chiamate arbitrali pro-Juve, le 2 più limpide prove che il gioco di Zeman cura anche la difesa (andate a rivedere Cremonese-Foggia 0-2 del ’91).

Classificare è pane quotidiano e rende tutto diverso, più vicino. Come se incasellare personaggi e momenti dello sport ne definisce meglio i contorni, perché, come anche per le liste echiane, mette in cortocircuito personaggi e momenti diversi, dando in questo modo il giusto peso al singolo evento/personaggio.

Ma c’è una cosa che odio delle classifiche e che Tommasi, da vero uomo di sport, rinnega: la frase sfatta “Non è possibile paragonare sportivi di epoche così diverse”. È una fesseria. La classifica viene stilata su dati oggettivi ma è obbligatorio tirare dentro anche elementi soggettivi e di sensazione. Nonostante Nadal vinca tutto e su tutte le superfici, comunque nella nostra classifica viene dopo Edberg. Nonostante Carl Lewis abbiamo vinto molto più di Bolt e per un periodo di tempo più lungo, comunque il giamaicano resta al top (eliminando così l’effetto vintage che spesso si avverte). Nonostante Messi segni 2 gol a partita di media, Maradona resta insuperabile per l’onniscienza calcistica che Messi non dimostra.

Ma stilare classifiche come quelle di Tommasi non è afftto facile. Bisogna scavare per ritrovare sensazioni e argomenti capaci di creare le associazioni giuste. Per questo motivo leggere il libro è molto interessante. In ogni descrizione si nota la fatica del trovare gli appigli giusti. Un vero lavoro da scalatore della microstoria sportiva faticoso e soggetto a troppe critiche. Ecco perché Maledette.

"Una meta dopo l’altra" di Marco Bollesan

Ma che libro è “Una meta dopo l’altra” di Marco Bollesan e Gabriele Remaggi? Si parla del rugby pre-fico e di squadre dopolavoristiche, nazionali compresa. Si parla di partite piccolissime rispetto gli eventi internazionali e i grandi test-match, si parla di una vita un po’ barbara perché lo sport giocato richiedeva barbaritudine più che consapevolezza, si parla di atleti conosciuti dallo 0,0001% della popolazione. Eppure questo è un libro che fa eccezione (eccezionale poteva sviare il senso), perché scritto con la maestria dell’oralita da tavolo d’osteria. Sembra facile, ma non lo è.

Leggendolo non puoi che sederti a tavola con Bollesan, di fronte ad un Cartizettu accompagnato da un rosso che sporca, e lasciarlo parlare. C’è tutto nel libro, mancano solo gli improperi pesanti (quelli open ci sono) e le bestemmie.

Bollesan ti trascina in una vita con la forza (a questo punto direi geniale, sua, di Remaggi, dell’editor, non so) del racconto libero, senza virgole né punti, che ci sono per carità ma durante la lettura non te ne accorgi. Leggendo il libro, il salto di capitolo inframezzato dalla pagina bianca ti fa un effetto stranissimo. Ti chiedi come mai quello spazio, anzi ti chiedi dov’è andato a finire Bollesan che un momento prima ti raccontava un aneddoto di quando giocava a Napoli o quando è andato con la nazionale in Africa del Sud a giocare in un mondo sconosciuto e misterioso. Poi ti accorgi che la pagina successiva è piena di parole e riprendi, senza leggere nemmeno il titolo.

Rispondo alla domanda iniziale: non so bene che libro è quello di Bollesan e Remaggi, di sicuro non ne ho letti uguali prima e questo vuol dire molto.

"La strategia del Tasso" di Bernard Hinault

Nello sport i miti chi li crea? Me lo chiedo da anni e lo faceva anche lui.
Ma la domanda suprema è: come si crea un mito più mito degli altri? Nel calcio Maradona è megl’ e’ Pelé, è vox populi, nel basket Jordan è stratosfera rispetto a Chamberlain (Chamb che?, direbbe il pischello), nel nuoto Phleps è statua nonostante la vita, mentre Spitz ormai è piccione.
Nel ciclismo il dettagliato e coinvolgente libro di Luigi Panella, “La strategia del Tasso” (Limina Edizioni) mi ha scatenato il dubbio, che poi sarebbe: “Ma perché Bernard Hinault è sempre l’ultima ruota del carro tra i grandi miti del ciclismo mentre gente come Merckx, Indurain, Armstrong e addirittura Contador hanno più voce in capitolo tra i ricordi emozionali e le elegie mitografiche?”
Dal racconto di sole parole (non c’è un numero, bella scelta editoriale, perché mischia i tempi creando un atmosfera di periodo storico, non delle sezioni stagne da analizzare singolarmente), Hinault viene fuori per quello che è stato: un fantastico corridore, capace di vincere dovunque, di porsi obiettivi fuori dalla sua portata e raggiungerli, di movimentare le corse come oggi non fa più nessuno, di dominare il gruppo anche in battaglie di personalità che pochi hanno dovuto affrontare.
Eppure Hinault è uno di quelli che ha vinto 5 volte il Tour come…., ha vinto una Roubaix terribile come…, ha vinto un Mondiale da protagonista assoluto come…, ha vinto a distanza di tanti anni e dopo diversi problemi fisici come…
Non ho mai sentito nessuno dire di averlo fatto come Hinault, minimo comune denominatore di un ciclismo che è poco promosso (passa l’idea che prima c’erano i belgi contro gli italiani, dopo Indurain contro i dopati, in mezzo Hinault contro poco e niente) e poco visto (le corse sugli sterrati del Giro degli anni ’60 sono immagini ormai note agli appassionati, mentre una corsa dell’81 non l’ho mai vista).
Spero che grazie al libro di Pannella qualcosa cambi.