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L’acquaticità nel calcio contemporaneo

Luigi Garlando qualche giorno fa sulla Gazzetta scriveva di “acquaticità” (mio virgolettato) come parametro per definire le squadre che giocano meglio. Un concetto molto giusto che sarebbe bene approfondire.
Per acquaticità s’intende la capacità di essere adattabili alle situazioni endogene ed esogene e la fluidità nella gestione in corso delle partite. Un parametro davvero fondamentale se consideriamo quanto in fretta crollano i trend di difficoltà nell’affrontare i sistemi di gioco delle squadre.
Un esempio su tutti può essere il Napoli (lo fa anche Garlando). Lo scorso anno il Napoli dominava attivamente le partite, impostando un gioco vario che riusciva a coinvolgere le fasce laterali con Maggio-Dossena e quella centrale con Hamsik incursore-goleador. Oggi le domina passivamente, non riuscendo mai a crearsi spazi oltre le linee avversarie. Le uniche squadre contro cui il Napoli sorprende sono quelle che non l’hanno mai affrontato. Un esempio è il gol di Maggio al Bayern Monaco. Nessuna squadra italiana permette più a Maggio di sbucare alle spalle del terzino, con la porta di fronte senza ostacoli, facendo scalare con rapidità il centrale destro.
In Italia invece il gioco del Napoli zoppica e questo è dovuto alla mancanza di acquaticità del sistema, da Mazzarri quasi mai rivisto almeno in partenza, ma anche degli uomini, poco flessibili e adattabili non solo in ruoli diversi ma in proposizioni differenti del ruolo stesso durante la medesima partita.
Per fugare i dubbi, mi spiego: non parlo di competenze multiruolo ma di una sapienza calcistica molto più ampia che include una vera e propria intelligence gestionale delle proprie risorse e competenze calcistiche che è difficile ritrovare in molto calciatori. Bisogna riparlarne.

A caccia di una scuola – Bartezzaghi non mi convince

Quasi sempre in accordo con le tirate bartezzaghiane, oggi invece, sul tema del cuore, non mi trovo molto in sintonia. Del linguaggio del calcio, Bartezzaghi prende per il culo 3 elementi:

Il tecnicismo. Le parole prettamente calcistiche nascono con Brera e non con Sacchi. Sacchi ha solo tradotto in italiano un lessico che si focalizza sui sistemi di gioco anglosassone e olandese degli anni ‘70, forzando la mano sulla new wave sociale imposta mediaticamente dal suo Presidente: far nasce un neo-calcio richiedeva un neo-linguaggio calcistico. Ma la madrelingua di Sacchi è Brera che mette insieme anglofonie e termini inglesi, epica e antropologia, tirando fuori i concetti primi del tecnicismo calcistico.

Il linguaggio dei telecronisti. Mentre Carosio è il cantore, Martellini il giornalista realista, Pizzul il filodrammatico di cronaca nera, i nuovi telecronisti (quelli bravi ovviamente) sono prima di tutto gestori del flusso, aedi del ritmo sostenuto perché la nostra attenzione lo richiede. Essere sempre sovraritmo rispetto al gioco può creare, è vero, distonie a volte ridicole, ma solo così riusciamo a seguire una partita nel frastuono assordante del “dacci oggi la nostra partita quotidiana”.


Rimbalzi con altri mondi: Questo è il punto in cui mi trovo maggiormente in disaccordo, anche perché se il tecnicismo rende asettico il discorso, le sinestesie dovrebbero alleggerirlo, e non inquinarlo come dice Bartezzaghi. Questo parlare di calcio attraverso metafore e paralleli presi da più campi, è il miglior portato della letteratura sportiva contemporanea al giornalismo di settore. I nuovi scrittori di sport (faccio dei nomi, anche se altri bisognerebbe citare: Cordolcini, Annese, Modeo, Zara, Garlando, Ferrato, Calzaretta, Di Corrado, mi ci metto pure io, e i padri: Berselli, Mura e Audisio) allargano lo spettro dei valori narrativi del calcio, che non è più solo antropologia, epica e storia del costume. È qualcosa di più che non ha avuto ancora una chiara sistematizzazione ma definisce una tendenza, ho paura a dirlo ma lo faccio, una scuola, che viene in parte dalla Gran Bretagna e in parte dagli Stati Uniti, ma si sta sviluppando come tutta italiana.

Zara-Garlando, la nuova sfida del giornalismo sportivo.

Sotto un po’ di ombrelloni greci, per la settimana di ferie che ci spetta (che bei tempi quando Battiato infangava nostro papà, dandogli del coglione perché aspettavano quel mese all’anno di ferie), ho letto “Gamba tesa” di Furio Zara, arrivato due anni dopo “Bidoni”, che ne ha fatto un autore cool della letteratura sportiva italiana. Zara sotto l’ombrellone è perfetto: scelte mainstream raccontate però con un gusto che non apre alla noia del già letto, qualche chicca che serve a immagazzinare nuovi spazi di memoria e uno stile proprio che non lo fa assomigliare a nessuno e ne certifica l’accuratezza nello scrivere i singoli pezzi che compongono il testo.
Dopo averlo letto, ho pensato subito ad un altro giovane giornalista italiano, anche lui in cima alle scelte della letteratura sportiva: Luigi Garlando.
I due sono molto simili e diversi e le basi per un match ci sono tutte. Garlando scrive per la Gazzetta dello Sport e Furio Zara per il Corriere dello Sport. Entrambi sono giornalisti affermati con una propensione forte per la narrazione letteraria (e i libri che pubblicano lo evidenziano), entrambi pubblicano con la Rizzoli, che cerca di uscire fuori dal circolo vizioso biografie-istant book per l’evento della Mondadori.
Questi alcuni tratti in comune, il resto è molto diverso. Luigi Garlando, sia nei suoi pezzi che nelle sue diverse pubblicazioni, ha un respiro letterario più ampio, costruisce storie ricche di eventi, con alcuni punti di riferimento intorno a cui le vicende prendono senso (quello che le figurine sono state per tutti noi in “Cielo Manca”, l’icona etica che è ancora oggi Enzo Bearzot in “L’amore al tempo di Pablito”). Tenendo fissi questi meccanismi narrativi, intorno a cui fluisce la storia e grazie ai quali il lettore viene “rassicurato”, le vicende raccontate da Garlando spesso si muovono su tempi differenti con un protagonista cardine intorno al quale altri personaggi prendono vita. La bravura di Garlando è proprio nella capacità di far vivere di vita propria i protagonisti secondari della storia e di non rendere quelli principali piccoli eroi quotidiani, buchi neri di qualsiasi scelta narrativa, ma vettori di vicende che accompagnano il filone primo della storia. Lo sport poi è un sottotesto sempre presente, ma anche un universo di valori, memorie, fatti e momenti che ingloba le storie e ne da una coloritura molto diversa dal consueto.
Furio Zara ha una penna più scattante, meno melodiosa nel fluire delle pagine, ma più trascinante nello scatto breve. Non ha scritto romanzi come Garlando e questo già giustifica la differenza di stile, ma sia in “Bidoni” che “Gamba tesa” è chiara la volontà di tenere le ricadute narrative per colorare i protagonisti più che per dipingere una storia complessa. Zara morde la pagina e non la lascia andare facilmente, costringe il lettore a chiudere i conti con la lettura, senza rilassarlo nelle pieghe dello scrivere incantato. Lo aspettiamo con ansia ad una prova narrativa più corposa e strutturata, alla narrazione di una storia ampia, dove i suoi quadri e gli schizzi, a volte di pura classe, come ha dimostrato anche nella rubrica tenuta sul Corriere durante i Mondiali in Sudafrica, diventano frammenti di un percorso agile e sicuramente bello da leggere.
Zara-Garlando sono i nomi nuovi del grande giornalismo italiano e potrebbero, per capacità analitiche e stile, riproporre le grandi sfide giornalistiche degli anni ’60 e ’70 quando Brera, Palumbo, Ghirelli, Zanetti, in parte Tosatti emersero come scrittori a 360°, non confinati nell’alveo discriminatorio del giornalismo sportivo. I nomi suindicati compresero (con Brera, genio nell’anticipare tutti e aprire la scena) che parlare di calcio (solo in seconda battuta di sport, purtroppo) per la gente voleva dire portare il bar sulle pagine, rendendolo ovviamente inavvicinabile grazie all’intelligenza e la cultura delle firme. Oggi questo non basta, perché il bar è puro trash e non è possibile ergersi a riferimenti di nulla, se non ci si prende a cazzotti e si urla più forte. La strada di Zara e Garlando è quella più difficile, ma forse l’unica percorribile: raccontare storie dove gli uomini e lo sport prendono vita nella fantasia di un cervello che muove la penna.