UN ANNO, UNA CITTÀ, UNA SQUADRA: NAPOLI, MARZO 1990

C’eravamo lasciati a febbraio con i richiedenti casa che occupano il Duomo e anche il mese di marzo si apre con le proteste ancora più cattive e per i motivi più vari in diversi luoghi della città. Napoli è un pentola a pressione a bassa intensità, almeno per ora. I giornali titoleranno spesso “Napoli assediata”, “Caos Napoli”, “Napoli, città al collasso” durante queste settimane.
Solo nel primo giorno del mese i disoccupati del movimento di lotta per il lavoro invadono la Camera di commercio, chiedendo procedure più trasparenti (o semplicemente regolari) per le assunzioni pubbliche, mentre i senzatetto lasciano il Duomo, si scontrano con la polizia a Ponticelli e poi altri duecento si spostano a San Pietro a Patierno e bloccano in chiesa l’ex cardinale di Napoli Corrado Ursi, per avere appoggio fattivo anche dalla curia. Il loro scopo è ottenere l’assegnazione di duemila alloggi da tempo ultimati. Molti li hanno occupati abusivamente ed è iniziata una pericolosissima guerra fra poveri.
Un clima pesantissimo acuito da quello che sta uscendo fuori per le spese di Italia ’90. Il divario fra i costi preventivati e quelli finali (ancora non certi) è abissale. Roma domina con 170 miliardi rispetto agli 80 preventivati, ma anche Napoli non è da meno: 74 miliardi vs 140 miliardi. Sono le maledette varianti d’opera su cui la malavita ha fatto il bello e cattivo tempo per decenni e su cui tutti ancora oggi che scriviamo affermano di controllare, senza però risolvere il problema atavico dell’italico sistema.

Anche il calcio ha i suoi problemi. Gli striscioni razzisti (razzisti è poco, c’è vero odio etnico) degli interisti dedicati ai napoletani della domenica precedente hanno fatto muovere anche le istituzioni. Da domenica 11 marzo tutto il materiale deve essere prima controllato da un ispettore della Lega. Ma da quel giorno in poi continueranno a passare croci celtiche, svastiche e frasi da galera per direttissima, con la solita indignazione successiva che serve a poco.
Intanto l’onda pre-tangentopolizia, al netto di quello che i craxiani dicono ancora oggi, ovvero che gli USA hanno voluto ristrutturare tutto annullando semplicemente il vecchio con una rivoluzione nei tribunali, continua a fermentare. Ad andare nei guai l’imprenditore Elio Graziano (ex presidente dell’Avellino), per lo scandalo delle lenzuola d’oro (appalto da 152 miliardi per le Ferroviere dello Stato. Si scoprì subito che il tessuto non tessuto delle coperte per cuccette e carrozze letto era a dir poco scadente, non rispettando i criteri del bando). Questa accusa ebbe un impatto fortissimo anche sulla mia storia, perché Graziano era proprietario dell’Idaff di Fisciano, e io sono cresciuto in una frazione del comune di Fisciano, Gaiano, in cui tanti erano operai dell’Idaff. Vissi da bambino-ragazzo i problemi di chi perse il lavoro in età ancora giovane.

Il 4 marzo, il giorno dopo la vittoria dei Pooh a Sanremo con “Uomini soli” si gioca Napoli-Genoa e Maradona è sempre al centro di tutto. Era stato proprio a Sanremo per assistere al Festival, torna a Napoli, si allena ma Bigon lo esclude per i dolori alla schiena che lo perseguitano ormai da più di un anno. Lui si arrabbia ma non sbotta come le altre volte. Ha in testa di entrare in forma per i Mondiali e queste sono solo settimane preparatorie alla sua messa in riga definitiva. La gente tutto questo non lo sa e fischia come non mai perché purtroppo non si riesce a dare torto a Diego. Il Napoli però vince ed è una partita decisiva altrimenti il Milan si sarebbe involato. Segna Zola al 90’. A fine partita quasi piange dalla delusione e dal fastidio per le contestazioni.

Il 6 marzo su Rai Tre, alle ore 22.15 (per l’epoca una cosa per nottambuli), va in onda “La Cosa” di Nanni Moretti, straordinario spaccato su come fino a pochi anni fa c’era la possibilità di una riflessione comune su un tema. La logica prevaricatrice insieme all’umorismo obbligatorio a cui i social media ci hanno costretto non erano ancora diffusi. Uno dei luoghi dove Moretti filmò la discussione su cosa dovesse diventare il PCI dopo la caduta del Muro di Berlino è San Giovanni a Teduccio.

Maradona non gioca ma va ad un sacco di eventi. Il 7 marzo è presente alla prima tappa della Tirreno-Adriatico, la crono Bacoli–Bacoli, dove vince l’olandese Talen su Saitov, uno dei primi sovietici ad affacciarsi nel circuito professionistico, mentre terzo arriva lo svizzero Jaermann.  Il giorno dopo, nella tappa Napoli-Maiori, vincerà Tony Rominger, che poi conquisterà la corsa.

In quel periodo non fanno casino solo i disoccupati e i senzatetto, scioperano anche i professori d’orchestra del Mercadante e la prima de “Le cantatrici” di Valentino Fioravanti, con messa in scena di Roberto De Simone, non va in scena. Gli orchestrali avevano avanzato delle richieste economiche rigettate dalla direzione del Teatro San Carlo.
Domenica 11 marzo il Napoli rosicchia un punto al Milan. I rossoneri perdono male a Torino per 3-0 con un Rui Barros in quelle giornate senza senso, mentre a Lecce Maradona torna, gioca praticamente da fermo ma muove qualcosa soprattutto nelle viscere della squadra che continua a lottare. Segna un bellissimo gol Carnevale e, lo dico con sincerità, dopo un gol del genere anche io lo avrei schierato titolare in una mia Nazionale. Poi pareggia Pasculli. Ci si avvicina al Milan ma non c’è ancora niente di definitivo.

Se abbiamo parlato di una Napoli sotto pressione sociale per le tante risposte non date dalla classe politica a chi ne ha bisogno, a creare ancora più caos è lo sciopero dei Tir, duro e senza esclusione di colpi (si è cercato di colpire davvero chi violava il fermo) per l’approvazione di nuove e più agevoli misure fiscali. In pochi giorni Napoli e tutta la Campania si sono ritrovate con penuria di carburante e addirittura di generi di prima necessità. La situazione si risolve in fretta, concedendo molto agli autotrasportatori ma la situazione adesso non è più rinviabile: si riunisce il Consiglio dei Ministri per ascoltare il Ministro degli Interni, il napoletano Antonio Gava, e discutere su come affrontare la questione-Napoli.

Intanto la Pantera, che sui giornali aveva perso smalto e spazio per tutte le altre proteste che si susseguivano, tornava a brillare un’ultima volta ancora. Voleva deflagrare pubblicamente con un ultimo grande corteo proprio a Napoli, per poi passare ad altre forme di lotta, alcuni dicono annacquate e guidate da compromessi. Qualche giorno prima Craxi aveva scritto una lettera agli atenei napoletani, chiedendo un dialogo e sottolineando quanto di buono era stato fatto dai suoi governi per la scuola. Le pantere partenopee gli ricordano che 2400 miliardi per gli atenei meridionali sono pochi se ne vengono spesi 22.500 in armamenti. L’ultimo grande corteo è del 17 marzo 1990. Sono 60mila per gli organizzatori e 40mila per le forze dell’ordine (la solita matematica tirata per la giacchetta) e alle 10.20 si parte da Piazza Garibaldi. I giornali sottolineano come i vaffanculo si sprecano e noi andiamo con la mente alla politica dei giorni d’oggi. Dopo tre ore si arriva in Piazza Plebiscito. Ci sono una serie di interventi e poi tutto finisce. Il Ministro Ruberti da Perugia dice che adesso bisogna fare presto a varare la riforma. Peccato, la Pantera è stata davvero l’ultima onda giovanile di protesta e di visione nuova dell’intero assetto sociale italiano. Quello contro cui protestavano quei ragazzi oggi è in molti casi orribile realtà quotidiana.

Il giorno dopo il Napoli va a Genova contro la Sampdoria e gioca una grande partita, ispirato da un Maradona che va verso la forma mondiale. Però perde, perché Pagliuca fa grandi parate e perché con Mancini in vena c’è poco da fare. L’assist per il primo gol di Dossena è sensazionale per il timing con cui fa arrivare la palla sul destro del compagno. Perde anche il Milan nel derby è siamo ancora tutti lì.

Prima della partita contro la Juve, che cambierà la stagione, altre due notizie: i tabaccai napoletani serrano per protestare contro la nullafacenza statale nei confronti del contrabbando, mentre Beppe Grillo litiga con il Teatro Bellini. Causa del litigio, il costo dei biglietti per lo spettacolo “Buone notizie”: sessantamila lire contro le trentamila richieste negli altri teatri italiani. Il presidente del teatro, Tato Russo, gli fa causa.

Prima di Napoli-Juve del 25 marzo, la Repubblica titola un pezzo “Ritorno a Maradona”. Sarà proprio così.

COSA CI HANNO DETTO GENNAIO E FEBBRAIO?

Di regola i mesi di gennaio e febbraio degli anni pari ci offrono delle novità per le convocazioni della Nazionale per il maggio successivo (se questa si qualifica per il torneo. Parentesi inutile poco tempo fa, ma oggi purtroppo necessaria). Vorrei quindi fare un excursus reparto per reparto, per capire se la Serie A o gli altri campionati europei ci hanno effettivamente detto qualcosa sull’Italia manciniana per gli Europei. Tutto questo prima del Coronavirus, ma dobbiamo pensare che in poco tempo tutto si risolva e a maggio ci dovremo preoccupare davvero solo di chi porta il Mancio.

DIFESA

Il portiere non si tocca e non si deve toccare. Iniziare in primavera un ballottaggio sul numero 1 ci ha sempre portato male, basti ricordare il Galli-Tancredi per Mexico ’86. Il nostro portiere titolare è Gianluigi Donnarumma. Te la devi giocare così.
Un tassello importante per quelle che sono state le idee di Mancini nelle qualificazioni era il difensore di destra che sapeva alternativamente fare il quarto con buone capacità di offesa e il terzo di centro destra, quando saliva Emerson. I tre che in Italia possono con disinvoltura fare quel ruolo con quei compiti sono Florenzi, D’Ambrosio e Izzo, che già ha un atteggiamento diverso. I tre citati però stanno facendo una stagione anonima se non brutta, soprattutto per il possibile titolare, Florenzi, che ha lasciato Roma per Valencia e, con l’aggravio di una varicella, è in crisi. Torna forte l’idea che è quasi meglio avere un due classico, di forte e decisa spinta e due sono i candidati: Di Lorenzo che ha convinto soprattutto nella partita in Champions League contro il Barcellona e Lazzari, non sempre titolare nella Lazio di Inzaghi ma che ha dimostrato di avere una gamba ottima.
Sull’altra fascia Emerson Palmieri è per forza di cose il titolare ma lo slot del suo sostituto è sempre libero. Nessuno fra Biraghi e Spinazzola sta facendo faville e c’è più di un osservatore che darebbe una chance nelle amichevoli a Gagliolo. Fra i centrali niente da segnalare, se non che Romagnoli è stato scavalcato nelle gerarchie da Acerbi e che servirebbero come il pane Kumbulla e Luiz Felipe, difensori giovani, forti, ma che hanno scelto di giocare con Albania e Brasile invece che con gli Azzurri (lo scouting avrebbe potuto fare qualcosa di meglio e prima? Domanda che bisognerebbe almeno farsi).

CENTROCAMPO

La vera novità di questi due mesi è che Tonali potrebbe essere titolare contro la Turchia nell’esordio europeo. Son più che convinto che Mancini se la giocherà con Jorginho-Verratti-Barella, ma il bresciano deve essere il primo cambio. Per il resto Zaniolo sicuramente fuori, mentre chi poteva emergere in un campionato che offre poco in questo reparto, Mandragora, Locatelli, Castrovilli non merita la convocazione. Chi invece, se offrisse garanzie da mezzala in un’amichevole può farci un pensiero, è Matteo Pessina del Verona, un calciatore che si vede poco ma pesa tantissimo. Candreva lo portereste?

ATTACCO

Calma piatta in quanto a novità. Io uno come Orsolini lo porterei sempre.

Come gioca Barella con l’Italia?

Di Alessandro Mastroluca

Da quando si è sposato, ha rivelato, si è scoperto meno incline al disordine. In campo, nella più importante delle cose meno importanti, Nicolò Barella si avvia su un percorso non tanto dissimile. È un istintivo, che a Cagliari gioca da trequartista e il ct Mancini in nazionale vede più come mezzala. In azzurro può assecondare di più quella che sente come sua indole, può interpretare il ruolo che avverte più naturale. “Maran mi dà dei compiti ben precisi. Grazie a lui sto crescendo tantissimo da un punto di vista tattico. Il mio ruolo? Per gli infortuni dei miei compagni ho iniziato a fare il trequartista e sin qui sta andando bene. Credo, tuttavia, di essere una mezzala”, ha detto a marzo alla tv sarda Videolina. “Quando sono arrivato in prima squadra sia Cossu che Conti sono stati decisivi per farmi capire il valore di questa maglia. A me piace studiare i calciatori con cui gioco e Andrea lo studiavo tanto”.

Guarda a Modric come modello, lo inorgoglisce l’accostamento a Nainggolan che vorrebbe giocare con lui. È “determinato, intenso, vivace e intelligente. Sembra una bottiglia di champagne appena stappata” diceva a Mondo Futbol Francesco Rocca, che l’ha allenato nella nazionale Under 18. “In campo mi piace correre, sono uno spirito libero”, racconta in un’intervista esclusiva al canale ufficiale Youtube della Serie A.

Mancini mette il suo spirito libero al servizio di un progetto di calcio fluido. Nell’amichevole contro gli Stati Uniti, nelle partite di Nations League in Polonia o contro il Portogallo, lo schiera come mezzala nel 4-3-3. Nello sviluppo della partita, il ct ricerca una configurazione asimmetrica e meno rigida. Il percorso comincia a diventare chiaro nello 0-0 contro i portoghesi. L’occupazione degli spazi porta Barella ad occupare i corridoi interni, gli half-spaces, sul centro-destra, mentre Insigne si allarga a sinistra. L’Italia, di fatto, imposta a tre dietro con due play, Jorginho e Verratti, più vicini.
Barella, che ha esordito a ottobre contro l’Ucraina, in nazionale si è adattato a uno scenario diverso, ha interpretato un ruolo meno creativo, più essenziale.

Le heatmap che sintetizzano le porzioni di campo che ha occupato contro Polonia e Portogallo in Nations League (dati Opta) raccontano un centrocampista box-to-box molto concentrato a non uscire dalla fascia di competenza. La partita di San Siro contro i portoghesi intensifica l’evidenza di un maggiore inquadramento dell’istinto di Barella. Un effetto collaterale di una struttura tattica che abbina pressing alto e predilezione per il gioco corto, con la presenza di un riferimento offensivo come Immobile. Rispetto al tridente leggero testato in Polonia (Chiesa-Insigne-Bernardeschi), un attaccante come il bomber della Lazio, per quanto non corrisponda al profilo classico del centravanti d’area, ingessa un po’ di più le posizioni dei centrocampisti offensivi.

A Cagliari, dove parte da sinistra, la centralità di Barella si traduce nei 51 passaggi di media a partita rispetto ai 44,6 dell’anno scorso e nell’aumento significativo dei tiri (da 1 a 1,52 ogni 90 minuti). Cerca tanto la conclusione da fuori area: 24 su 33 totali la scorsa stagione, 31 su 45 finora in questo campionato. Anche a costo di affrettare i tempi e di perdere qualcosa in termini di precisione. Non è casuale il passaggio da 0,4 a 0,7 tiri fuori dallo specchio ogni 90 minuti in campionato. A fronte di un leggero aumento nei passaggi chiave, che mandano al tiro un compagno (1,2 in Serie A), quest’anno perde anche 3,3 palloni di media a partita (1,4 più della passata stagione). L’indizio di un’ambizione che lo induce a pensare troppo quando non ha la giocata immediata da completare negli spazi stretti, dubbi che più facilmente vengono a chi ha tante opzioni. Mancini gli ha chiesto qualche gol in più e contro la Finlandia gli ha assegnato una posizione diversa, da trequartista nel 4-2-3-1 atipico, con Kean che parte alto a sinistra. Gli ha consentito così di prendersi più libertà, di svariare su entrambi i fronti dell’attacco. Il movimento prevalente vede Barella cercare spazio lungo il corridoio di destra così da tenere Bernardeschi alle spalle della punta e aggirare la densità difensiva dei finlandesi disposti con un 5-4-1 molto coperto e compatto.

In questa configurazione Barella, che ha vinto uno dei quattro contrasti tentati con la Finlandia, può far valere l’inclinazione che meno appare. “Recuperare il pallone in scivolata è quasi come un gol”, ha detto nell’intervista al canale della Serie A. “Mi piace sentire il boato del pubblico, rialzarmi e avere il pallone tra i piedi. C’è dell’istinto, perché se non ce l’hai non ti viene di inseguire un avversario per cinquanta metri”. Ecco l’istinto, che torna ad alimentare un modo di interpretare il ruolo di mezzala, di per sé plurimo e multiforme, con la calviniana leggerezza della pensosità, con orgoglio e responsabilità, con la generosità che un po’ degenera in una fama non del tutto meritata di cattivo. Qualità che all’Italia di Mancini servono. Serve la scivolata e serve lo champagne della progressione. Serve anche, ed è in questo che si misureranno le possibilità di Barella di diventare davvero un top player in un top club, un rendimento più costante, più efficace quando c’è da pensare e non soltanto da assecondare un’ispirazione irriflessa. C’è da passare dal disordine all’ordine anche in campo, come a casa.

Dove siamo? L’Italia è almeno in viaggio.

Bisogna davvero chiedersi dove siamo oggi, perché sappiamo dove siamo stati, nel fondo di una eliminazione ai Mondiali che non accadeva da 60 anni. Quella sconfitta, che non è solo di una squadra ma del movimento nella sua interezza, vista oggi sembra una pietra angolare. O almeno a partire da quella sconfitta epocale sembra che alcune cose fondamentali siano state capite.
In primo luogo che il calcio di oggi è solo in minima parte la scia di una tradizione. Ci siamo cullati fino all’altro ieri che le nostre prerogative e caratteristiche erano sempre la base di tutti i nostri beni. Invece ci siamo accorti, con una secchiata d’acqua gelata in faccia, che dobbiamo seguire gli altri, se gli altri sono più bravi di noi. Con Conte questa idea era già chiara, con Ventura si è semplicemente tornati al mainstream del: “alla fine semo l’Italia”. Oggi guardiamo al meglio del calcio contemporaneo per imparare, senza nessuna voglia di fare i maestri. Per noi è già molto.
In secondo luogo abbiamo forzato la mano, con grande merito di Mancini ed Evani. Loro due hanno deciso di far crescere i giovani, in esperienza ma soprattutto in consapevolezza propria e altrui, contromano rispetto alla strada normale. Invece del classico percorso club-nazionale, sono andati nella corsia opposta, convocando Zaniolo quando non aveva ancora esordito in Serie A, dando centralità a Kean e facendo avvicinare alla maglia azzurra tanti altri giovani calciatori. L’idea è da una parte di forzare la mano alle società, che anche grazie allo stimolo nazionale hanno “dovuto” puntare di più su di loro, dall’altra quella di responsabilizzarli subito, senza farli crescere con il bisogno sempre presente dei passi troppo lenti.
Infine si sta definendo un’idea di nazionale-club di cui parliamo dagli anni di Sacchi, senza che si sia mai avverato. Basta vedere il fatto che non solo si è scelto un modulo, ed è già una notizia perché fino ad oggi il CT per definizione si “adattava al materiale umano”, ma che intorno a questo si siano già definiti i compiti degli uomini che occuperanno quel posto. Il fatto che nel 4-3-3 gli attaccanti esterni debbano saper giocare con i centrocampisti, entrando nel campo per costruire la manovra in una prima fase del gioco, porta con sé la scelta di determinati calciatori e la quasi sicura esclusione di altri, senza quelle caratteristiche.
Sono tutti e tre punti di partenza spesso sbandierati (vi ricordate gli anni in cui dovevamo “spagnolizzarci”, senza però comprendere cosa volesse dire?), ma poi mai portati avanti seguendo una logica davvero concreta. Questi tre piccoli passi per adesso ci hanno fatto solo iniziare un cammino di risalita dal fondo in cui siamo stati. Dove si potrà arrivare è un luogo ancora misterioso, ma almeno oggi possiamo goderci la bellezza del viaggio.