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Duellanti di Paolo Condò (con intervista)

duellanti_paolo_condoPrima di leggerlo mi ero lanciato in una profezia critica per quel che riguarda “Duellanti” di Paolo Condò (Baldini & Castoldi). Avevo scritto che Condò aveva avuto la grande e pericolosa idea di fare epica contemporanea intorno a due personaggi adatti ma allo stesso tempo complicati da descrivere per farli rientrare nella logica narrativa dell’epica.
Dopo averlo letto, ribadisco che Condò parte dall’epica e soprattutto mi ha risolto il problema: è riuscito a tenere la barra dritta nel suo impianto narrativo e a non esagerare nello sviluppo dei fatti di cronaca né nella descrizione dei personaggi. In questo senso “Duellanti” diventa un libro eccezionale perché se Modeo ci ha aperto le porte di una letteratura sportiva che innesta discipline e insight diversi ma riconducibili ad un percorso filosofico riguardante Mourinho (L’Alieno Mourinho) e Guardiola (Il Barça), Condò parte dalla riva opposta, quello del giornalista-testimone, ma giunge sulla stessa isola, mostrandoci e descrivendoci le due filosofie attraverso l’esame dei fatti e l’operato dei due contendenti. Sono metodi analitici e narrativi differenti ma completano un discorso sui due personaggi che hanno segnato il calcio degli anni 2000 e rimarranno per molto tempo ancora come punti di riferimento per chi viene dopo.
Leggere i tre libri citati è un punto di partenza necessario non solo per scrivere di calcio da qui in poi, ma anche per riflettere sul tema nelle sue diverse sfaccettature. Vorrei scrivere altro ma è molto meglio far parlare Paolo Condò che mi ha gentilmente concesso un’intervista riguardante il libro.

INTERVISTA A PAOLO CONDÒ

Prima di leggere “Duellanti” pensavo che in base al tema quello che volevi fare era pura e semplice epica secondo logiche narrative classiche. Una scelta difficilissima ma, se equilibrata bene, straordinaria, perché applicata al contemporaneo e ad un mondo sempre mal epicizzato. Ho avuto una buona sensazione oppure sei partito da altri riferimenti narrativi?
Non mi sono posto particolari obiettivi né tantomeno riferimenti. Ho veramente scritto come mi veniva, che è sempre stato il mio modo di lavorare: un certo ordine mi nasce “in progress” molto più che se preparassi una scaletta. Un libro lo devo citare però, perché per me è fonte di ispirazione da anni, ed è “The fight” di Norman Mailer. Lui lo scrisse da giornalista al seguito del grande match Alì-Foreman, io ho scritto il mio, forte dell’esperienza diretta, in loco, di quei 18 giorni. Adoro quel libro, ci sono anche due citazioni dirette, nascoste come Easter Eggs per chi fosse appassionato come me.
Naturalmente non scrivo bene come Mailer, ma considero “Duellanti” un parente (lontano) di quel capolavoro per un motivo molto semplice e tristemente nostalgico: quando i grandi giornali avevano i soldi per finanziare l’uso degli inviati – e magari li sapevano scegliere – potevano uscire dei racconti di questa profondità. E bellezza, spero.

Ripescando sempre dall’epoca classica, il vero duello Guardiola-Mourinho sembra nascere dalla hybris mourinhana. È lui per te che fa accadere gli eventi narrati o sono davvero due i protagonisti principali?
L’ansia di superiorità – la definirei così – che pervade Mourinho è certamente il motore della storia. Guardiola è un protagonista restìo. Quando ho chiamato Estiarte per accordarmi sull’invio di una copia mi ha detto “quelle partite andrebbero dimenticate, non perpetuate”, a dimostrazione di quanto lo scontro causò sofferenza nel campo di Pep.
Ripescando nel baule dei ricordi liceali, Guardiola è un Ettore, guerriero suo malgrado. Ma Mourinho non è Achille, non solo: la sua astuzia è degna di Ulisse.

Se Mourinho è un generale, come definiresti Guardiola, un professore o un asceta?
Guardiola è un monaco guerriero, sono molto soddisfatto della definizione già trovata per il libro. Potresti vederlo ore in un monastero del Tibet, piegato su se stesso a mormorare “ommmm”, e ti sembrerebbe normale: un minuto dopo – sempre nello stesso scenario – lo immagino su un ponte di corda a tener testa con la sua spada ad avversari che per forza di cose devono affrontarlo uno alla volta.

Tu che ne fai pienamente parte, chi è fra i due quello che governa meglio l’entorno?
Guardiola perché la sua filosofia produce ammirazione. Mourinho la suscita soltanto in chi è portato ad apprezzare i labirinti mentali (io fra questi, infatti). Nel tempo viene a noia e infatti dopo due stagioni generalmente la sua leadership viene messa in discussione. Succede anche a Guardiola – sono due figure terribilmente esigenti – ma la sua fascinazione dura un terzo anno. Almeno fino a qui.

Guardiola che analizza i Big Data con il sottofondo della musica classica e Mourinho che trova nuove vie psicologiche per l’esaltazione della personalità del singolo e di squadra. Di questi due modelli nel futuro ne resterà soltanto uno?
No, io li vedo come magistrali archetipi di due filosofie di vita che si combatteranno per l’eternità (o almeno fino a che ci sarà democrazia): visione contro pragmatismo. È fantastico essere spettatori di questo show. Ancora più fantastico – nel senso di stimolante – poterlo raccontare.

Pensandoci bene, il contrasto fra Rivoluzione continua di Guardiola e il Superomismo del più performante di Mourinho hanno anche valenze socio-politiche da approfondire?
Mi lego alla risposta precedente. Guardiola è Kennedy, è Mandela, è chiunque abbia il volare alto nel proprio destino, nel proprio DNA per usare un’immagine molto abusata. Ma trovo necessario, non solo giusto, che ci sia sempre qualcuno che ti riporti sulla terra, anche per sfrondare le visioni fin troppo ridondanti, e far sì che siano le idee davvero rivoluzionarie a volare. Se torniamo al liceo – periodo che mi è molto caro, come si sarà capito – Guardiola è il compagno di classe che infiammava le assemblee con il suo idealismo, mentre Mourinho è quello che bigiava perché aveva già messo su una sua piccola attività che l’avrebbe portato lontano.

Quali sono nelle carriere dei due tecnici ad oggi i calciatori che meglio hanno concretizzato le loro due filosofie?
La prima risposta per Guardiola sarebbe Xavi, ma sarebbe sbagliata perché più di lui è Iniesta a rappresentare il guardiolismo: ordine e rigore sì, ma per liberare una vertiginosa fantasia. Per quanto riguarda Mourinho, credo che Ibra sia il suo avatar in campo: pratico, veloce, letale e soprattutto molto cattivo (nel senso agonistico del termine).

Un elemento di campo per cui resteranno anche fra 100 anni?
Per Guardiola la perfetta fusione tra il possesso palla e il suo recupero nel giro di tre secondi quando viene persa (è il concetto delle coperture preventive). Per Mourinho nulla di campo, la sua differenza – che verrà ricordata nel tempo, non so se 100 anni – è tutta fuori.

Tu che eri lì e li ascoltavi: per i tifosi era davvero così importante questa sfida di valori e filosofia o per loro è sempre rimasta una partita sportiva?
La grande maggioranza dei tifosi vuole vincere, se ne fotte altamente del modo in cui arriva la vittoria. Questa è una realtà incontrovertibile, e dopo aver commesso a lungo questo sbaglio ho smesso di credere alla rilevanza delle piccole minoranze che storcono il naso di fronte a tre punti guadagnati in contropiede. Ovviamente ciò non toglie che il compito del giornalista sia di descrivere le partite prescindendo (in parte) dal risultato: se vinci dopo aver fatto schifo, va detto. Ma sarà sempre uno schifo molto intellettuale – e qui confesso un certo snobismo – i tifosi vogliono andare in ufficio il giorno dopo e prendere in giro il vicino di scrivania.

Dopo il Barcellona Guardiola ha costruito ma non ha vinto al Bayern (la Champions, ovvio obiettivo). Al Manchester City vincere è il suo quasi unico obiettivo?
Per Guardiola la vittoria continua ad essere una conseguenza, ma “l’incidente” al Bayern – ovvero il fatto di non aver vinto nemmeno una Champions – gli pesa parecchio. Anche per questo ha accelerato così nella costruzione del City. Sinceramente non me l’aspettavo così guardiolano in così poco tempo. E poi deve cancellare un tarlo che in pochi gli ricordano, ma che lui avverte come una scimmia sulla spalla: deve vincere una Champions senza Messi.

Perché dopo quei 18 giorni entrambe le parabole sono iniziate comunque a scendere?
Perché il calcio internazionale è un mondo nel quale tu vai a dormire da numero uno sapendo che altri dieci restano svegli per studiare cosa ti ha portato in vetta e trovare la mossa per disarcionarti. È molto logorante. Cinque anni fa Pep e Mou erano certamente i migliori: da lì sono emersi o riemersi Ancelotti (che curiosamente li ha sostituiti entrambi, a riprova del suo cosmopolitismo), Simeone, Klopp, Conte, Allegri, Luis Enrique, Tuchel…